Pennyworth 2: Alfred sogna l’America, Londra resiste alla barbarie

Pennyworth 2 **1/2

Londra è sul punto di cadere. L’esercito legato alla nazionalista Raven Union cinge la città d’assedio, ultimo baluardo della democratica English League dopo la capitolazione di Liverpool e Manchester. Nonostante il terrore diffuso, o forse proprio per questo, The Delaney, come ogni sera, è aperto. Quattro fascisti in camicia nera sono seduti a un tavolino. Non è una scena insolita. Alfred Pennyworth, il giovane proprietario del locale, pur di guadagnare, ammette tutti, oppressori e resistenti, spie e canaglie, doppiogiochisti e agenti di altre nazioni. Alfred, ex soldato sul fronte del Pacifico, sogna di trasferirsi in America lasciandosi alle spalle gli orrori della guerra civile, il pensiero di una fidanzata assassinata, il ricordo di un padre morto da eroe (dalla parte sbagliata), i troppi guai e le promesse impossibili da mantenere. Alfred intuisce che accadrà qualcosa. Annebbiato dai fumi dall’alcol, tracotante, sicuro di una vittoria che sente ormai vicina, un camerata si alza in piedi, presto seguito dai suoi compari. Calici alla mano, i fascisti intonano un canto patriottico, convinti, a torto, di riscuotere un facile consenso. Rule, Britannia! / Rule the waves / Britons never will be slaves. Sandra, cantante e compagna di Alfred, raggiunge il palco e inizia cantare, da sola, senza accompagnamento, la celeberrima We’ll Meet Again, portata al successo negli anni Quaranta del secolo scorso da Vera Lynn. Don’t know where / Don’t know when / But I know we’ll meet again some sunny day. I clienti del The Delaney si uniscono alla canzone con le lacrime agli occhi. I camerati sono surclassati.

È una della scene più potenti della seconda stagione di Pennyworth, la serie targata Epix che racconta le avventure giovanili del maggiordomo di casa Wayne. Ritornano, quindi, pressoché al completo, i comprimari di Alfred già conosciuti: i futuri genitori di Batman Thomas e Martha, il detective Aziz, Bet Sykes, Bazza, Dave Boy e… la Regina d’Inghilterra, sedotta e abbandonata dal protagonista, impenitente sciupafemmine con il chiodo fisso. Nell’edificazione dell’universo alternativo affiorano citazioni discrete e meno discrete. Impossibile non pensare all’immortale Casablanca, sia per il ruolo che vi gioca The Delaney, locale agitato da sotterfugi e tensioni, sia per il tema della fuga all’estero e in generale per l’atmosfera sospesa, da catastrofe imminente. Impossibile non notare un ammiccamento al Dottor Stranamore, non solo per l’uso esplicito e ripetuto di We’ll Meet Again, canzone che nel film di Kubrick accompagnava con impareggiabile ironia i titoli di coda, ma anche per l’ascesa politica tra i ranghi della Raven Union del colonnello John Salt, antagonista del paranoico Lord James Harwood (insignito del titolo di Alto Cancelliere!), una sorta di Dr. Strangelove innamorato, in questo caso, non del fungo atomico ma di stormcloud, un micidiale agente chimico testato come potenziale arma di distruzione di massa nella fase finale del conflitto.

La serie creata da Bruno Heller, già showrunner di The Mentalist e di Gotham, conferma i pregi e i difetti riscontrati nella prima stagione. Partiamo dai pregi. L’idea di costruire il passato di Alfred, o se preferite di dare un passato al personaggio DC Comics creato da Bill Finger e Jerry Robinson, era e resta uno spunto vincente. La deviazione ucronica, calata in una Londra alternativa, contesa da fazioni ideologiche contrapposte nel pieno degli anni Sessanta, è la molla di un congegno narrativo accattivante, sebbene non originale. La componente scenografica, vero punto di forza di Pennyworth, è sontuosa, così come il contrappunto musicale, elegante e raffinato, che si compone di rivisitazioni di brani classici, dagli Small Faces a Nick Drake, da Dusty Springfield ai Black Sabbath. Gli autori hanno riempito la dimensione storica parallela, a là Philip Dick, di sostanza letteraria, rispolverando archetipi dell’immaginario collettivo: la Battle of Britain, i razzi V2 tedeschi nel cielo di Londra, il secolare vanto dell’inespugnabilità dell’isola. Apprezzabile anche la volontà di restituire la complessità dei rapporti politici interni agli schieramenti, caratterizzati da rivalità, invidie e smodate ambizioni di carriera. Nihil novum sub solem.

Tra i difetti della serie, occorre sottolineare una scrittura a volte non all’altezza delle situazioni e dei personaggi messi in scena, soprattutto rispetto ai minori (il satanista debosciato, il vescovo Primo Ministro malamente turlupinato, il fidanzato-macchietta della sorella di Thomas Wayne) cui manca, in alcuni casi, il giusto spessore. Taluni sviluppi narrativi, peraltro, tendono all’incompiutezza, si veda, ad esempio, la relazione tra la folle Bet e la studentessa d’arte Katie Browning, tanto avulsa dal filone principale da sembrare un abbozzo di spin-off. Nei dieci episodi sono ravvisabili altre piccole défaillance. La misera fine di Lord Harwood, raggirato dal suo delfino, avviene al termine di un saliscendi narrativo un po’ prevedibile. Bet e sua sorella Peggy eccedono in confusione. Il tema della ricerca spasmodica di denaro del protagonista non esalta la serie, mentre l’ingresso di Alfred e Dave Boy nella banda di svaligiatori professionisti su invito del loro vecchio capitano, il duro Troy, è un pretesto interessante che però non esplica con la necessaria crudezza l’impianto amorale dei protagonisti, ex servitori della patria ora ridotti a utilizzare le tecniche sviluppate in battaglia nell’ambito di volgari e sanguinose rapine.

Alfred Pennyworth, antieroe a metà, incarna la tragedia della lacerazione tra un “prima”, caratterizzato dalla gloria (Alfred ha combattuto nei reparti d’élite della SAS), e un “dopo” segnato dallo sbando e dall’incertezza, nel contesto di una nazione in bilico tra libertà e dittatura, in cui sarebbe un dovere morale e civile verso i propri simili prendere posizione. La decisione assunta all’ultimo momento di non salire sull’aereo, che lo avrebbe portato in America, e di condividere quindi il destino dei concittadini londinesi, non è il frutto tanto una conversione politica, quanto l’esito di un dissidio interiore, che spinge Alfred a fare i conti con se stesso, prendendosi la responsabilità delle azioni precedenti.

La seconda stagione di Pennyworth offre comunque suggestioni non scontate, giocando di riflesso con il presente della Gran Bretagna, e non solo. I fascisti vorrebbero ricondurre la nazione agli antichi splendori, isolandola dal contesto democratico internazionale. Al contrario delle aree rurali, che cedono facilmente al richiamo di una Old England da favola, le città, soprattutto la capitale, oppongono una tenace, disperata resistenza in nome della legalità costituzionale (la Regina sta con la parte democratica). La CIA si rifiuta di intervenire in ciò che reputa un semplice “affare interno” alla Gran Bretagna, sebbene, in nome di tornaconti geopolitici, parteggi segretamente per la Raven Union, chiudendo entrambi gli occhi davanti al possibile uso del gas letale sulla popolazione civile. Il mondo alternativo di Pennyworth riecheggia le debolezze di quello reale.

I morti ritornano e agitano i sogni, dolorosi e concreti, di Alfred. “Ero solo un servo”, rivela Arthur al figlio. Il contrasto, molto freudiano, con la figura mai dimenticata del padre, è un leitmotif ricorrente. Anche il fantasma del fido Bazza gli ronza attorno, per accudirlo e incoraggiarlo. “Prima o poi ci reincontreremo”. In Paradiso o all’Inferno? È il senso di lealtà ai compagni e agli impegni presi sul campo di battaglia a segnare la coscienza del futuro maggiordomo di Batman. “Non ho capito se hai coraggio o se sei stupido”, gli chiede Melanie Troy, moglie di Gulliver, quando lui la bacia nel locale. “Tutte e due”, le risponde Alfred, che, insieme alla mai sopita passione per le belle donne, inizia a maturare un istinto di giustizia verso gli indifesi, o quantomeno una idiosincrasia verso i prepotenti e gli inutilmente violenti.

È un quadro controfattuale non privo di fascino, cultura, eccentricità, dentro il quale vi si può immergere. Tuttavia, non è detto che lo spettatore cada, con la testa e con il cuore, nella rete di Pennyworth, tipico pastiche postmoderno, con tanto di incursioni nella fantascienza cyborg e nel fumettistico propriamente detto. Vi sono serie, e questo è probabilmente un caso da manuale, in cui risulta inevitabile stringere un patto basato sulla fiducia e l’aspettativa, attendendosi che, prima o poi, nel corso di questo larghissimo giro in un passato mai accaduto (o che potrebbe ancora accadere?) la serie prenda quota. Pennyworth dovrebbe stirare alcune pieghe del racconto, francamente superflue, e rafforzare i dettagli più convincenti, così da offrire ad Alfred, in procinto di avvicinarsi alla sorte già scritta per lui, il trasferimento a Gotham City presso i Wayne, un habitus indimenticabile. Pennyworth, in estrema sintesi, intriga però raramente sa essere avvincente.

Già, ma i prossimi coniugi Wayne che peso hanno in questa stagione? Finalmente il tenebroso Thomas e la pasionaria Martha Kane diventano una coppia effettiva. Lei aspetta un bambino. È in arrivo il mitico Bruce? Lo scopriremo nell’ultimo episodio. I Wayne, per ora, sono semplicemente personaggi tra personaggi. Il rapporto speciale tra loro ed Alfred non è ancora sorto. Oltre a John Salt, a Katie, a Melanie e a Gulliver Troy, tra i nuovi arrivati è degno di nota lo scienziato Lucius Fox, infiltrato nella Raven Union e voce critica dell’uso improprio della tecnica. Più spazio è concesso a Frances Gaunt, alta ufficiale della Raven Union, liquidata dall’ala estremista del partito. Tante figure, forse troppe, non sempre perfettamente amalgamate nell’impasto della trama, in cui l’ingrediente principale che dovrebbe far lievitare il tutto, l’irresistibile, quasi jamesbondiano Alfred Pennyworth, rischia di perdersi.

Jack Bannon, Ben Aldridge, Ryan Fletcher, Paloma Faith, Jason Flemyng, Ramon Tikaram, Dorothy Atkinson, Harriet Slater, Emma Paetz, Edward Hogg, Anna Chancellor, Jessica De Gouw e gli altri attori e attrici compongono un cast solido, in grado di conferire ironia e sostanza alle rispettive maschere. La seconda stagione di Pennyworth è una classica rappresentazione del delirio totalitario. Chi ci rimette le penne… è una penna d’eccezione, George Orwell, sottoposto a un trattamento di riguardo, si fa per dire, dal rampante aguzzino John Salt. E proprio ad Orwell, per chiudere, cediamo volentieri la parola: “Le bombe atomiche si ammassano nelle fabbriche, le polizie s’aggirano minacciose per le città, le menzogne piovono dagli altoparlanti, ma la terra continua a girare intorno al sole e né i dittatori né i burocrati, per quanto profondamente ostili alla cosa, sono in grado di impedirglielo” (da Elogio del rospo, 1946).

Titolo originale: Pennyworth 2
Numero degli episodi: 10
Durata ad episodio: tra i 50 e i 58 minuti l’uno
Distribuzione in Italia: Starzplay
Data di uscita: 28 Febbraio al 2 Maggio 2021
Genere: Crime Drama, Action Thriller

Consigliato a chi: ha una banconota portafortuna che non mostra mai a nessuno, non cede alle lusinghe degli stilisti di moda, sa mettere in pratica i trucchi appresi dal suo maestro.

Sconsigliato a chi: crede che il wrestling sia uno sport vero, è rimasto almeno una volta con il cerino in mano, rimpiange di aver premuto il bottone sbagliato.

Ascolti, letture e visioni parallele:

Un tuffo nella musica trasmessa in Gran Bretagna durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale: British Home Front Radio, disponibile su TuneIN;

Il testo-padre di molte distopie letterarie del Novecento: Il tallone di ferro di Jack London, Mondadori, Edizione 2020;

– Un capolavoro della fantapolitica ucronica, che descrive un’Inghilterra invasa dalla Germania nazista: It Happened Here di Kevin Brownlow (1965), disponibile in lingua originale su Youtube https://www.youtube.com/watch?v=YHprYJX1SsM

Una frase: “L’America è uno scopo o una destinazione?” (Melanie Troy a Alfred Pennyworth).

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