Warrior 2: un viaggio dove è nata l’America, tra violenza, amori e arti marziali

Warrior 2 ***

La seconda stagione di Warrior ci riporta a San Francisco, sul finire dell’800. Una città in cui i conflitti sociali sono all’ordine del giorno, in modo particolare tra gli irlandesi ed i cinesi, la polizia è violenta, i politici incapaci ed interessati alla conservazione del potere più che alla gestione dei problemi quotidiani, le donne povere sfruttate come oggetti e quelle benestanti marginalizzate e private di ogni autonomia. Una polveriera in cui l’immagine degli Usa come terra di opportunità sembra naufragare in un mare di rabbia, disperazione e miseria. Gli immigrati si muovono in gruppi etnici per cercare di garantirsi la sopravvivenza, spesso superando i limiti consentiti dalla legge: i cinesi infatti si sono organizzati in Tong, vere e proprie gang dedite al commercio di oppio e allo strozzinaggio, mentre gli irlandesi si affidano alla protezione di “uomini forti”, rappresentanti senza scrupoli, disposti ad azioni di sabotaggio, intimidazioni e pestaggi pur di migliorare la condizione lavorativa dei propri connazionali1.

E’ in questo quadro che Ah Sahm (Andrew Koji) e Mai Ling (Dianne Doan) si ritrovano uno contro l’altra: fratelli di sangue, aderiscono a Tong rivali.

Facciamo un passo indietro. Nella prima stagione di Warrior, Ah Sahm, cinese esperto di arti marziali, ma con una buona padronanza dell’inglese, arriva a San Francisco per riportare la sorella in Cina, ma, trovata Mai Ling, la scopre sposata con l’anziano capo della Tong dei Long Zii. La donna esprime con determinazione la volontà di restare in America: il suo obiettivo è prendere la guida della Tong, come in effetti riesce a fare, una volta morto il marito, con l’appoggio dell’amante Li Yong (Joe Taslim). Un duro colpo per Ah Sahm che, nel frattempo, si è avvicinato alla Tong rivale degli Hop Wei, stringendo amicizia con Young Jun (Jason Tobin), il figlio del vecchio boss Father Jun (Perry Yung): una breve e sfortunata relazione sentimentale con la moglie del sindaco, gli ha peraltro insegnato quanto sia complicato essere un cinese in America e l’importanza di avere delle protezioni. Sul finire della stagione Mai Ling aderisce a tal punto alla ragion di stato da accettare la morte del fratello, sconfitto in duello da Li Yong, come male necessario per garantire la pace tra le due Tong. Naturalmente Ah Sahm non muore ed inizia a nutrire aspri propositi di rivalsa ai danni della sorella.

Da questo rapporto familiare, ormai compromesso, prende avvio la seconda stagione, che sviluppa con coerenza le linee già tracciate nella precedente. Assistiamo così ad un ulteriore inasprimento dei rapporti tra fratello e sorella, nonostante un timido tentativo di riconciliazione da parte di Mai Ling, e, all’interno di un quadro complessivo sempre più fosco, all’addensarsi di nubi di guerra che sembrano pronte e stravolgere i precari equilibri che si sono creati tra le Tong, gli irlandesi e la polizia. E’ infatti l’assassinio del sindaco Blake (Christian McKay) a scatenare, nella seconda metà della stagione, una vera e propria deflagrazione che coinvolge sia la parte action che quella drama della narrazione.

Con Warrior ci troviamo di fronte ad un vero e proprio Kung-fu drama che intreccia combattimenti all’ultimo sangue con il racconto delle relazioni tra i protagonisti. L’ampio spazio dedicato agli incontri di lotta libera, agli scontri tra Tong, alle rappresaglie della polizia, alla violenza diffusa, trova momenti di respiro proprio nello sviluppo delle storie affettive che, in pieno spirito politically correct, riguardano non solo amori eterosessuali, ma anche relazioni tra donne e tra uomini. Il linguaggio visivo è esplicito, crudo, espressivo e non manca di stordire lo spettatore, come del resto sembra richiedere il canone estetico della serialità degli ultimi anni. Che sia una forma di sublimazione, di catarsi o di piacere voyeuristico, la crudezza delle immagini è esibita, qui come altrove, senza reticenze, anzi con enfasi e compiacimento. E’ una scelta compiuta per gusto, più che per esigenze narrative. Sembra indispensabile superare il limite per intrattenere e catturare l’attenzione di uno spettatore abituato ad emozioni forti.

In Warrior si manifestano le scelte espressive che caratterizzano le series negli ultimi anni, anche a livello narratologico: gli antieroi abbondano e le posizioni morali richiedono una negoziazione fluida e costante da parte dello spettatore. Capita di imbattersi in una spadaccina, Ah Toy (Olivia Cheng), che taglia la testa alle anatre (i bianchi), ma che al contempo gestisce un bordello della Hop Wei in cui giovani donne cinesi sono costrette a prostituirsi; nel sergente Bill O’Hara (Kieran Bew), capo squadra di Chinatown, che crede nel ruolo della polizia, ma che è disposto a tutto per la famiglia, anche ad incolpare un innocente o a finire sul libro paga di una Tong; in un venditore di armi, Wang Chao (Hoon Lee), doppiogiochista e senza appartenenza, che si scopre padre affettuoso, anche se distante, spingendosi fino al punto di portar via la figlia alla madre, una donna bianca, per farla adottare da una famiglia in grado di garantirle un futuro migliore.

Sia Ah Sahm che Mai Ling non ci appaiono come criminali a tutto tondo, ma, al contrario, si ritrovano ad essere villains, pur in possesso di qualità con cui avrebbero potuto dare un contributo ben diverso alla società, se non si fossero persi nei meandri del crimine al punto da smarrire perfino il legame familiare. Entrambi presentano un sincero senso di giustizia sociale che manifestano soprattutto verso i più umili. Il vero cattivo, quello che più degli altri incute timore perché senza sfumature di grigio, è un politico, il vicesindaco Buckley (Langley Kirkwood) che assume peraltro la carica di mayor alla morte di Samuel Blake. Lui è un villain vero, di quelli che restano nella memoria perché lasciano una sottile inquietudine. La seconda stagione racconta anche la sua ascesa al potere e ci prepara a successivi sviluppi in cui lo troveremo sempre più protagonista. Anche Young Jun prende il potere, grazie all’aiuto di Ah Sahm: l’evoluzione del suo rapporto conflittuale con il padre è determinante in un processo di maturazione che lo pone di fronte al peso del comando.

Warrior conferma i punti di forza della prima stagione, in particolare il racconto di una città e di una comunità: credibile, affascinante, immersivo. La scenografia ed i maestri degli oggetti di scena realizzano con cura ambienti che ci permettono di toccare con mano le disuguaglianze sociali del tempo. I costumi ed il trucco, in particolare di Ah Toy, sono straordinari ed estremizzano l’enfasi orientale, con un tocco fantasy di grande fascino. La psicologia dei protagonisti e la descrizione delle tensioni sociali si fanno più approfondite e coinvolgono anche la sfera economica, mentre le tracce sonore arricchiscono i titoli di coda con orecchiabili tracce rap contemporanee. Qualche limite di coerenza ed approfondimento invece lo manifesta la scrittura, nella parte centrale della stagione e soprattutto nell’episodio autoconcluso, ambientato in Messico, To a Man with a hammer, everything looks like a nail. Anche le varie storyline secondarie lasciano inespresse diverse opportunità, legate soprattutto al passato di alcuni personaggi carismatici, come Ah Toy o Wang Chao.

La terza stagione passerà dalla produzione Cinemax ad HBO, a conferma di un gradimento di pubblico e di critica che, crediamo, avrebbe fatto piacere anche a Bruce Lee, dal cui progetto la sceneggiatura di Jonathan Tropper (Banshee) ha tratto ispirazione.

Titolo originale: Warrior
Durata media degli episodi: 55 minuti
Numero degli episodi: 10
Distribuzione streaming: Sky, Now Tv
Genere: kung-fu drama

Consigliato: per stomaci resistenti alle forti emozioni. La serie presenta interessanti valori estetici anche per gli amanti delle ambientazioni storiche: la San Francisco di fine ‘800 è una vera chicca.

Sconsigliato: a chi non ama i combattimenti e la violenza espressiva.

Visioni parallele: Enter the dragon è il titolo del nono episodio della stagione. Un omaggio al film del 1973 di Bruce Lee, in italiano I tre dell’operazione drago in cui si racconta di un agente segreto che raggiunge l’isola-fortezza di un signore della droga per un torneo di arti marziali.

Di tutt’altro tenore, ma altrettanto interessante per gli amanti delle arti marziali, è Cobra Kai, serie Netflix arrivata alla terza stagione, sequel di Karate Kid.

Un’immagine: il combattimento di Ah Sahm nell’episodio Enter the dragon, un tributo di grande qualità a Bruce Lee ed ai combattimenti con i nunchaku, utilizzati tra l’altro nel film Game of Death, in italiano L’ultimo combattimento di Chen del 1978. Il nunchaku è un’arma tradizionale cinese, diffusa dai signori della guerra giapponesi, composto da due bastoni collegati da una catena corta di acciaio. L’utilizzo richiede destrezza e agilità ed è praticato in diverse arti marziali.

1 Gli scontri di natura razziale sono un’evidenza storica: nel Luglio del 1877 San Francisco è stata teatro di tre notti di violenza verso i cittadini sino-americani e le loro proprietà. Questa rivolta, The San Francisco Riot, era peraltro stata preceduta da altri attacchi verso la popolazione cinese, in particolare nel 1871, quando l’assalto a Chinatown da parte dei caucasici e degli ispanici si concluse con il linciaggio di oltre 20 cinesi. Dobbiamo inserire questi scontri di natura etnica in un contesto economico di grande difficoltà: a partire dal 1873 una grave crisi economica colpì gli Usa e spinse molti a spostarsi dalla costa orientale a quella occidentale, in cerca di fortuna. Il miraggio di un Golden State immune alla crisi vacillò presto, sotto il peso degli oltre 150.000 lavoratori che si trasferirono in California da tutto il Paese. Negli anni in cui è ambientata la vicenda quindi la crisi che aveva colpito inizialmente l’altra costa, era orami giunta anche in California., portando il tasso di disoccupazione a valori prossimi al 20%. Il fatto che il costo del lavoro cinese fosse molto inferiore a quello caucasico era quindi una miccia, pronta ad esplodere, appena qualcuno avesse voluto accenderla.

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