Cobra Kai: una serie imperdibile per i nostalgici degli anni ’80

Cobra Kai ***

Sono trascorsi più di 30 anni dal Torneo di Karate che li ha visti sfidarsi in un’epica finale e la loro vita ha preso strade molto diverse: Daniel LaRusso (Ralph Macchio) è proprietario di un autosalone di lusso, felicemente sposato, padre di due figli e in pace con se stesso, mentre Johnny Lawrence (William Zabka) arranca tra lavori saltuari, vive solo, separato dalla moglie e senza rapporti con il figlio. Per entrambi il karate sembra solo un ricordo, quasi un fardello per Johnny, mentre Daniel ne ha fatto una trovata commerciale per vendere più auto. Dopo essersi incontrati per una serie di coincidenze, entrambi riscoprono la passione per il karate: Johnny fa rinascere il Cobra Kai e Daniel ristruttura il Miyagi Dojo. Se nelle prime due stagioni vediamo la rivalità tra i due Dojo crescere, alimentata da una serie di incomprensioni tra i protagonisti che finiscono per coinvolgere anche i rispettivi allievi, la comparsa del vecchio sensei di Johnny, Kreese (Martin Kove) cambia la situazione.

Nella terza stagione emerge infatti una lenta convergenza tra i due rivali, volta a fermare la violenza innestata e diffusa da Kreese che si è ripreso il Cobra Kai e che non condivide i nuovi valori che Johnny ha cercato di trasmettere ai suoi allievi, in particolare l’idea che si possa avere pietà dell’avversario e che questa sia un valore, soprattutto nella vita. La conflittualità, giunta a un punto tale nella seconda stagione da scatenare una violenta rissa al liceo frequentato dai membri dei due Dojo e da spingere l’allievo prediletto di Johnny, Miguel Diaz (Xolo Mariduena) ad un passo dalla morte, si stempera lentamente: i rispettivi Dojo si uniscono per porre fine alle violenze del nuovo Cobra Kai. Ancora una volta sarà l’All Valley Tournament a stabilire chi è il migliore: in palio però ci sarà qualcosa di più della supremazia, ma la stessa esistenza dei rispettivi Dojo. Chi perde, chiude.

Cobra Kai è una delle serie che più delle altre, insieme a Stranger Things, ha reso manifesto il rapporto privilegiato che la produzione audiovisiva più recente ha con gli anni ’80. Se entrambe le serie omaggiano i film, la moda, la musica del decennio, Cobra Kai in più dilata un universo narrativo particolarmente apprezzato dai teenager di quegli anni e cioè la saga di Karate Kid, sviluppata con tre film: The Karate Kid (1984), The Karate Kid Part II (1986) e The Karate Kid Part III (1989). Cobra Kai analizzare come è cambiata la vita dei protagonisti di Karate Kid, raccontandoli a distanza di circa 35 anni e quindi portando lo spettatore ad espandere un mondo conosciuto, di cui rivive, attraverso spezzoni trattati dai film, diverse situazioni che ora guarda con occhi nuovi, cioè con una visione arricchita dal vissuto dei protagonisti che ricordano quei momenti.

E’ come incontrare un vecchio amico e scoprire un punto di vista diverso su di un ricordo comune. Quella compiuta con Cobra Kai è una scelta narrativa che ben si inserisce nella tendenza dello storytelling degli ultimi anni a riprendere, espandere, rimasticare, cambiare storie già raccontate. Espandere in questo caso vuol dire rispettare il modello originale, attingervi copiosamente, ma anche stravolgerlo dal punto di vista semantico: al termine della visione abbiamo infatti un’idea molto diversa di Daniel e Johnny o quantomeno molto più sfumata rispetto al passato. Non è solo una questione di simpatia/antipatia o di prospettiva, ma anche e soprattutto di approfondimento narrativo. Nel corso delle tre stagioni il gioco delle identità viene a più riprese rimescolato, in primis per i giovani figli dei protagonisti, con movimenti, intersezioni, capovolgimenti che si inseriscono perfettamente in quella tendenza alla realizzazione di racconti complessi, anche dal punto di vista morale, che contraddistingue le narrazioni più riuscite della serialità degli ultimi anni. Analizzare le differenze tra questa serie e i prodotti cinematografici risulta quindi un ottimo esercizio per comprendere come il meccanismo seriale abbia sviluppato linee narrative solo accennate nella saga originale, giocando con la prospettiva temporale e quindi ampliando il tessuto narrativo in modo verticale (temporale) e orizzontale (spaziale). Cobra Kai è insieme spin-off e sequel, ma, per alcuni personaggi, è anche un prequel. Ciascuna delle tre stagioni finora rilasciate attinge ad elementi diversi dei film della trilogia. Così come del resto si appresta a fare anche la quarta, in cui troveremo un’altra vecchia conoscenza degli amanti di Karate Kid e cioè Terry Silver, un ricco e corrotto uomo d’affari che compare nel terzo film della serie e che deve la vita a Kreese.

Indubbiamente questo continuo rimando alle visioni precedenti costituisce un piacere per lo spettatore fidelizzato, ma lo è anche per i neofiti del franchise. La ripresa di vere e proprie scene dei film è pensata come un recap da fornire agli spettatori che si sono aggiunti alla comitiva senza una visione completa della trilogia cinematografica ed è una scelta stilistica che abbiamo visto di recente applicata con successo anche da altri show, come WandaVision (link). Lo storyworld ne esce rafforzato e in questo caso il sapore delle immagini segnate dagli anni è perfetto per rappresentare ricordi ed emozioni dei protagonisti. Soprattutto nella prima stagione, le immagini del passato vengono presentate dal punto di vista di Johnny Lawrence, l’antagonista della saga cinematografica: questo consente di rievocare gli avvenimenti in modo originale e di ragionare sul concetto di verità. Ali (Elisabeth Shue), quando incontra i suoi ex fidanzati lo spiega in modo semplice: non ci sono due versioni dei fatti, ma tre. Quella di Johnny, quella di Daniel ed infine la terza, quella vera.

Tra i punti di forza c’è indubbiamente il tono leggero, ironico ed a tratti guascone con cui i protagonisti vengono presentati. Le scene di combattimento sono coinvolgenti e dirette, anche se non eccellono per varietà ed a volte rischiano di presentarsi come ripetitive, ma è un rischio calcolato che non pesa più di tanto nell’economia del racconto. Il tema principale della saga, la paternità, resta centrale, ma risulta potenziato dall’incontro con altri temi, tra cui la ricerca dell’equilibrio, delle priorità e della giusta distanza dal passato. Siamo sempre nell’alveo dei racconti di formazione, ma le sfumature sono maggiori e questo giova alla visione di un pubblico adulto che trova un ampio spettro di motivi di interesse e di occasioni di negoziazione. La terza stagione più delle altre rimanda alla necessità di superare il proprio passato: Daniel lo fa con un viaggio ad Okinawa, mentre Johnny ritrovando Ali; entrambi riconoscono quello che è successo tra loro come un dato acquisito da integrare nella propria personalità, ma al contempo da superare. Questo passaggio decisivo consente alla relazione tra Johnny e Daniel di andare oltre a un antagonismo sterile, autoreferenziale e sempre più pericoloso per tutti quelli che vi restano coinvolti.

Liberati dalle catene del passato, ora i due possono capire quanto siano complementari.

Se tra gli aspetti positivi dello show dobbiamo ricordare anche la fruibilità e la piacevolezza della visione, va detto che a volte la scrittura cede a qualche leggerezza e superficialità nella costruzione dell’azione: il ricorso al meccanismo del ‘coniglio dal cappello’, cioè la comparsa improvvisa di un elemento esterno che risolve le situazioni più complicate, lascia perplesso lo spettatore che richiede una dose massiccia di coerenza al mondo narrativo seriale.

La terza stagione riesce a conferire maggiore spessore al personaggio di Kreese: conosciamo il suo passato, il bullismo subito mentre lavorava alla caffetteria, i problemi di salute della madre, la scelta di arruolarsi per il Vietnam, la morte della ragazza in un incidente d’auto ed il cattivo maestro che, in guerra, gli ha trasmesso il valore della forza senza etica né pietà. Il personaggio esce dalla dimensione bidimensionale, che finora lo aveva ridotto ad essere poco più di una maschera, per diventare il vero cattivo della vicenda. Con lui ci confronteremo quindi nella quarta stagione le cui riprese, iniziate lo scorso 26 febbraio, sono terminate a fine Aprile. Nella seconda metà dell’anno potremo quindi assistere alla tanto attesa 51esima edizione dell’All Valley Karate Tournament con la speranza che ancora una volta a vincere sia soprattutto … lo spettatore!

Titolo originale: Cobra Kai
Durata media episodio: 35 minuti
Numero degli episodi: 10
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Action, Drama, Comedy

Consigliato: a quanti amano le arti marziali, i racconti di formazione, le storie semplici ricche di caratteri con cui immedesimarsi e di cui prendere le parti.

Sconsigliato: a quanti cercano un racconto complesso e compatto e che non ne possono più della musica degli anni ’80!

Visioni parallele:

Per gli amanti delle arti marziali segnaliamo una serie molto diversa, per ambientazione e tematiche, Warrior (link). Basata su di un’idea di Bruce Lee, questa produzione, arrivata alla seconda stagione, esplora la San Francisco di inizio ‘900, descrivendo i contrasti tra le comunità di immigrati, facendo ampio ricorso al Kung-Fu nei combattimenti tra le Tong (bande armate cinesi) di Chinatown. Immersivo e visivamente affascinante, lo show HBO non ha i tratti comedy, scanzonati e guasconi, della serie Netflix.

Un’immagine: il discorso di Miguel con cui il ragazzo convince la Municipalità a mantenere in calendario il torneo dell’All-Valley che invece la Giunta vorrebbe chiudere, a causa della violenta rissa scoppiata a scuola. I discorsi pronunciati da Kreese, Johnny e Daniel non sortiscono alcun effetto, anzi sembrano destinati a confermare le intenzioni della Giunta. E’ Miguel che, scampato per miracolo alla rissa e ancora zoppicante, rivendica il valore del torneo e del karate per sé e per i giovani della città: “Il karate è disciplina e forza interiore e fiducia in se stessi, lezioni che userai per il resto della vita”. In un modo o nell’altro, tra alti e bassi, è proprio questo l’insegnamento che Daniel e Johnny cercano di comunicare ai propri allievi.

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