Pelé: il re del calcio

Pelé: il re del calcio **1/2

Prodotto dallo scozzese Kevin McDonald, premio Oscar per Un giorno a settembre, ma coinvolto come produttore o regista anche in Whitney, Marley e SennaPelé: il re del calcio è firmato da due registi inglesi Ben Nicholas e David Tryhorn, che hanno sempre lavorato nel documentario sportivo.

Questa volta la commessa di Netflix vorrebbe produrre un lavoro, che aspira ad essere il racconto definitivo su O Rei, probabilmente il più grande calciatore di sempre.

Nato nel 1940, nel piccolo paese di Três Corações, nello stato di Minas Gerais nel sudest del Brasile, da una famiglia umile che viveva trasportando la legna con un carretto, Edson Arantes do Nascimento eredita dal padre Dondinho, modesto giocatore, la passione travolgente per il calcio, frustrata nella notte del Maracanazo, quel 16 luglio 1950 in cui il Brasile fu sconfitto nella finale dei mondiali giocati in casa, dall’Uruguay di Schiaffino.

L’umiliazione nazionale e personale, si trasforma in un senso di rivalsa collettiva, quando il diciassettenne Pelè, giocatore professionista con il Santos da appena un paio di stagioni, trascina il Brasile alla vittoria ai mondiali del 1958, con sei gol segnati nelle ultime tre partite, quarti, semifinali e finale con la Svezia padrone di casa.

E’ l’inizio della leggenda, personale e sportiva, di Pelé che rimane nella stessa squadra fino al 1974 quando passa ai Cosmos di New York per il primo tentativo di importare il calcio negli Stati Uniti.

Icona nazionale, il ragazzino sempre sorridente, diventa prima simbolo degli anni dolci della democrazia brasiliana, poi persino più grande della feroce dittatura militare, che governa il paese fino alla metà degli anni ’80.

Con il suo Santos gira il mondo in partite amichevoli ed esibizioni: tutti vogliono vedere il miglior giocatore del mondo. Ma la sua fortuna si costruisce in gran parte nei quattro campionati mondiali a cui partecipa, portando il suo paese ad aggiudicarsi definitivamente la Coppa Rimet nel 1970, a Città del Messico, contro l’Italia di Riva e Facchetti, di Mazzola e Rivera.

E’ l’apice della sua carriera sportiva, che proseguirà poi con i festeggiamenti per il suo millesimo gol, l’addio alla nazionale e la passerella americana.

Il film di Nicholas e Tryhorn è piuttosto convenzionale nella sua impaginazione: procede in modo cronologico dall’infanzia sino al ritiro di Pelè, con le immagini di repertorio inframmezzate dal racconto del campione, intervistato ormai ottantenne e costretto a muoversi con un deambulatore o in carrozzina, e degli altri compagni del tempo, da Mario Zagallo, a Jairzinho.

Per ricostruire il contesto storico e sociale invece sono stati intervistati giornalisti, politici, scrittori, oltre a Gilberto Gil e all’ex presidente Cardoso.

La parabola sportiva di Pelé ha beneficiato allora dell’enorme popolarità, che la televisione negli anni ’50 aveva avuto nella diffusione del calcio, come sport popolare. I suoi trionfi e le sue sfortune mondiali ne aumentarono l’aura a dismisura, anche perchè non lasciò mai il Santos, che lo considerava un patrimonio nazionale, nonostante le molte richieste dall’Europa.

Tuttavia come molti degli sportivi di quegli anni, quello che ci rimane oggi è qualche immagine sbiadita, qualche highlights dei suoi gol più famosi, mentre i campioni moderni hanno passato la loro intera carriera sotto l’occhio vigile delle telecamere.

E’ pertanto meritevole il lavoro di Nicholas e Tryhornè nel cercare di restituire la dimensione più autentica non solo del calciatore, ma anche dell’icona pop.

Nel film lo si vede assediato, circondato, preda di isteria collettiva come in quegli anni capitava ad Elvis o ai Beatles. La sua popolarità trascendeva il piano puramente nazionale o sportivo. Le immagini con Robert Kennedy, a petto nudo, con il sapone ancora sulla pelle, fanno impressione.

Il documentario non fa troppi sconti neppure sul rapporto con la dittatura, che usò Pelé e il calcio come anestetico sociale, mentre la repressione, la censura e le torture dilagavano in Brasile.

Come molti sportivi, Pelé si è limitato a giocare a pallone, cercando di far fruttare al meglio il suo talento, tenendosi lontano da coinvolgimenti politici. Ma quelli erano gli anni delle prese di posizione pubbliche di Alì, delle Olimpiadi di Città del Messico con Tommy Smith sul podio a pugno chiuso.

Ma questa è un’altra storia.

Se dovessimo tuttavia salvare una scena di questo Pelé: il re del calcio è quella in cui Edson riabbraccia i compagni del Santos, riuniti a pranzo, tra battute e ricordi. I giovani atleti di un tempo non ci sono più. Ma resta la memoria di un’epopea sportiva, in cui tutto sembrava possibile.

Malinconico.

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