Collective

Collective ***1/2

E’ la sera del 30 ottobre 2015 al club Colectiv di Bucarest. Il gruppo metal Goodbye To Gravity sta presentando dal vivo il suo nuovo album, quando dei fuochi di scena pirotecnici incendiano in un attimo il rivestimento acustico del locale.

Nel rogo muoiono 26 persone, soprattutto per le esalazioni tossiche. Altre 38 trovano la morte in ospedale dei giorni e nelle settimane successive, 146 feriti riescono a sopravvivere, spesso con mutilazioni terribili.

Il film di Alexander Nanau, presentato in anteprima a Venezia 2019, racconta quello che è avvenuto dopo il rogo. Ovvero le imponenti manifestazioni di piazza, che portano alla caduta del governo socialdemocratico, quattro giorni dopo gli eventi, e la scelta di affidare ad un esecutivo tecnico l’ultimo anno legislativo, prima delle elezioni politiche dell’inverno 2016.

Ma la corruzione e l’inefficienza del sistema di controllo è solo la punta di un iceberg gigantesco, che cresce sotto la superficie della società rumena, a venticinque anni dalla fine della dittatura di Ceausescu.

L’indagine giornalistica, condotta da Catalin Tolontan e dai suoi colleghi del quotidiano sportivo Gazette, si concentra su coloro che avrebbero potuto essere salvati: ragazzi che sono morti per setticemia, per infezioni contratte in ospedale, che non sono stati trasportati in nosocomi meglio attrezzati all’estero,  per una scelta economica o magari solo per un messaggio non letto.

La redazione di Gazette cerca di scoperchiare un intero sistema di Stato, che si alimenta di interessi di parte, a discapito della salute dei cittadini.

Uno dei grandi accusati è la HEXIOB di Dan Condrea, che fornisce pressochè in esclusiva i disinfettanti ai 300 ospedali del paese. Disinfettanti i cui principi attivi sono diluiti oltre dieci volte, rispetto a quanto riportato sulle confezioni.

Il nuovo ministro della salute si dimette e viene nominato il giovane Vlad Voiculescu, un attivista per i diritti dei pazienti, che lavorava da anni a Vienna.

Ma quando Condrea viene trovato morto nei resti della sua auto, in quello che appare un incidente o forse un suicidio, un’ombra ancor più sinistra si allunga sul caso sollevato dal Gazette.

Il nuovo ministro si muove diversamente dal passato, ma davanti ha il solito impenetrabile muro di gomma. Quando tuttavia una dottoressa consegna a Tolontan il video di un paziente dell’ospedale per grandi ustionati della capitale, morto con i vermi sulla faccia a causa delle infezioni, il ministro cerca di smuovere il potere criminale consolidato, anche grazie alle indagini dell’anticorruzione, con una serie di riforme nella scelta dei dirigenti ospedalieri e con la chiusura e lo spostamento di interi reparti.

Ma la politica preme dall’esterno, la sindaco di Bucarest alimenta polemiche senza fine e le elezioni del 2016 riportano al potere i socialdemocratici.

La corruzione endemica rivendica il suo potere. E a Tolontan arriva un avvertimento preciso: “avete calpestato un nido di mafiosi senza scrupoli. State attenti alle vostre famiglie”.

Lo straordinario incalzante documentario di Alexander Nanau si muove lungo tre diverse coordinate narrative.

All’inizio segue il lavoro di Tolontan e dei suoi colleghi reporter, le sue ospitate televisive, le conferenze stampa con i ministri, che incalza con la sicurezza di chi non ha obiettivi di parte, ma la volontà di portare alla luce verità scomode, rendendo un servizio all’opinione pubblica.

Poi, dopo la nomina di Vlad Voiculescu, il focus si sposta all’interno dei palazzi del governo, dove ogni iniziativa si scontra con una piramide gerarchica, che resiste e con la violenza sottile di un potere invisibile.

Una terza linea narrativa segue il percorso di una modella, sfigurata durante l’incendio al Colectiv, che faticosamente cerca di riprendere il filo della sua vita.

Le parole più terribili però sono quelle degli insiders, dei medici, degli infermieri, dei chimici, di coloro che non riescono più a sopportare un silenzio complice, con chi gestisce e alimenta un sistema corruttivo, in cui si è persa qualsiasi umanità e il profitto individuale è diventata l’unica misura con cui giudicare ogni scelta.

La formidabile Noul Val del cinema rumeno di questo nuovo secolo, ha raccontato spesso, attraverso le storie di Puiu, Mungiu, Muntean, Porumboiu, Netzer, Sitaru, il degrado morale della società post-comunista, le sue contraddizioni, la sua faticosa uscita dal regime comunista, le sconfitte della sua nuova democrazia, che non è quasi mai riuscita a estirpare la radici di una corruzione profonda, crudele, disumana.

La morte del Signor Lazarescu, già del 2005, mostrava già la tragicomica odissea di un paziente.

Un padre una figlia, che Mungiu ha diretto proprio negli anni della strage al Colectiv, è la storia di un medico tornato in patria, dopo aver lavorato all’estero, costretto a piegarsi al ricatto del potere, pur di aiutare la figlia ad ottenere una borsa di studio per fuggire all’estero.

Collective è tuttavia più esplicito, diretto, implacabile. Animato da un’inesauribile sete di verità, perchè, come dice Tolontan ad un certo punto, facendo autocritica, “quando la stampa di inchina al governo, il potere finisce per maltrattare i cittadini”.

Il film di Nanau è ancor più bruciante e attuale oggi, quando la pandemia di covid-19 ha portato alla luce i limiti, le storture, i difetti, le inadeguatezze di molti sistemi sanitari europei e internazionali.

Gli scandali e la corruzione non sono un’esclusiva rumena, ma ci coinvolgono direttamente e continuano a farlo anche in questi mesi.

Prodotto dalla HBO rumena, distribuito da Magnolia negli Stati Uniti, è stato scelto, dopo i nuovi scandali che hanno coinvolto il partito socialdemocratico e la sua sconfitta alle elezioni presidenziali del 2019, per rappresentare la Romani ai prossimi premi Oscar.

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