Paranormal: non convince la prima serie egiziana di Netflix

Paranormal *1/2

Siamo al Cairo nel 1969. Il Dr. Ismail Refaat (Ahmed Amin) è uno stimato ematologo e docente universitario. Ismail è un uomo burbero che, con incrollabile fiducia nella scienza e distaccata ironia riesce a sostenere il peso di una famiglia invadente, di una fidanzata che non ama e di una serie di eventi bizzarri che lo fanno ritenere da molti una sorta di jettatore. Trascorre il tempo in compagnia del gatto, di svariati pacchetti di sigarette e di taccuini su cui annota quello che gli succede e le sue regole di vita, ispirate a quelle dell’Ing. Murphy (‘Se qualcosa può andare storto, lo farà’). Unica distrazione di una vita piuttosto monotona i labirinti enigmistici inviati ad Ismail via posta dal carismatico collega Louis (Karim El Hakim). C’è qualcosa nel passato del Dr. Refaat che riaffiora in concomitanza con il suo quarantesimo compleanno: la visita di una vecchia fiamma e collega, la scozzese Maggie (Razane Jammal) sembra scatenare una serie di eventi paranormali che costringeranno il timido ed introverso dottore ad imbracciare i panni di Indiana Jones ed affrontare, per quanto riluttante, mostri mitologici, mummie e fantasmi nel tentativo di salvare la propria mente, la vita dei propri cari, l’intero Egitto.

Le avventure che vediamo rappresentate nello show di Amr Salama, regista e showrunner, sono tratte dalle novelle di Ahmed Khaled Tawfik (1962-2018). Anche se sostanzialmente sconosciuto nelle nostre librerie, Tawfik è stato uno degli autori più letti ed influenti nella cultura popolare egiziana e medio-orientale degli ultimi decenni. Il personaggio di Refaat Ismael, apparso nella serie Ma Waraa Al Tabiaa (Dietro il mondo naturale) è da molti considerato una proiezione dello stesso autore, anch’egli laureato in medicina e professore universitario. In generale tutti i personaggi raccontati da Tawfik, anche se attingono alla sua esperienza personale, sono in grado di rappresentare situazioni tipiche del contesto culturale e del folklore egiziano.

La prima produzione egiziana di Netflix vuole naturalmente tributare un omaggio alla tradizione culturale del Paese.

La struttura narrativa presenta un racconto articolato in 6 episodi che si richiamano e si riconciliano nel finale, sviluppando una trama orizzontale basata sul rapporto tra Refaat ed il fantasma della piccola Shiraz. Su questa base narrativa si inseriscono poi le linee verticali dei singoli episodi in cui Refaat affronta la mummia del faraone nero, un mostro che custodisce la grotta in cui cresce un fiore curativo, una naiade ed un succubo. Le naiadi erano abitanti dei fiumi, delle paludi e delle acqua dolci in generale, mentre il succubo era un demone del sonno. E’ interessante sapere che il succubo nella tradizione medievale assumerà sembianze femminili.

Una struttura affascinante capace sulla carta di catturare lo spettatore anche grazie al piacevole mix che si viene a creare tra ricostruzione storica e folclore mitologico, alla commistione tra scienza, credenze popolari e sciamanesimo. Purtroppo però l’eccessivo accumulo di elementi finisce per appesantire gli episodi e per rendere il tutto un po’ troppo superficiale. Non c’è alcun vero approfondimento, ma la rappresentazione si ferma sulla soglia di un piacevole quanto effimero intrattenimento. Anche i riferimenti alla cronaca egiziana degli anni ’60 e quelli, peraltro indiretti, al conflitto arabo-israeliano, sono solo abbozzati e non riescono ad avere alcun potere immersivo per lo spettatore. A questo si aggiungano delle scelte estemporanee poco comprensibili, come quella di inserire un mostro gorilla nel deserto o di rilanciare spostando il focus nel finale su di un cattivo certamente più malvagio della piccola Shiraz, ma i cui rapporti con il Dr.Refaat sono incomprensibili.

Dato che il clima complessivo è quello del racconto favoloso, le scelte grafiche sono determinanti ed è forse questo aspetto quello in cui si scontano i maggiori limiti: i mostri realizzati con le tecniche digitali non riescono ad essere credibili e quindi ad incutere paura. Va decisamente meglio con la rappresentazione degli ambienti: la scenografia è certamente affascinante sia nella parte onirica che nella ricostruzione degli interni; un che di affettato e di finto traspare qua e là, ma questo non risulta sgradevole, anzi contribuisce a quel senso di narrazione favolosa di cui abbiamo già parlato.

L’interpretazione di Ahmad Amin nei panni del Dr. Refaat è una delle note positive dello show. Convincete e realistica, di fatto sorregge l’intera stagione anche là dove i limiti di scrittura sono più evidenti. Il problema è però la solitudine in cui viene lasciato il protagonista, circondato com’è da caratteri stereotipati, tanto per le figure maschili quanto per quelle femminili. Fa specie in un periodo in cui siamo abituati a vedere rappresentazioni femminili cariche di valore assistere qui ad una descrizione così legata ai vecchi cliché (la sorella ficcanaso, la fidanzatina senza mordente, la vecchia fiamma ammaliante, ma sfuggevole). Il personaggio di Refaat è l’unico che presenta un proprio arco narrativo, gli altri sono solo tappezzeria, senza evoluzioni significative nel corso dei sei episodi. E’ Refaat che invece affronta con coraggio le proprie paure e vede costantemente rimesso in discussione l’equilibrio raggiunto rispetto al mondo ed a se stesso. La scelta di condividere con lo spettatore i pensieri del protagonista, così lontani da quello che il dottore esprime a parole, risulta efficace e contribuisce al senso di umorismo della narrazione.

L’obiettivo della scrittura è riuscire ad equilibrare il genere horror con quello drama ed arricchire il risultato con un po’ di black humor. Equilibro non raggiunto, soprattutto per la fragilità della parte drama mai davvero avvincente per lo spettatore. Sembra quasi che la scelta sia stata di depotenziare entrambe le possibilità di genere piuttosto che integrarle in una struttura coerente.

La serie rappresenta il terzo progetto originale Netflix proveniente dal mondo arabo dopo Jinn e Al Rawabi School for Girls, entrambi distribuiti nel 2019. La scelta di investire in produzioni mediorientali porterà Netflix a rilasciare altri contenuti originali nei prossimi mesi, a dimostrazione del fatto che questo investimento faccia parte di una strategia ben precisa.

Titolo originale: Paranormal
Durata media episodio: 50 minuti
Numero degli episodi: 6
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Drama, Horror

Consigliato: a quanti sono alla ricerca di un intrattenimento leggero e confortante. Paranormal è un horror che non fa troppa paura e che si lascia guardare in un fine settimana grazie alla struttura compatta e senza fronzoli.

Sconsigliato: a quanti cercano una storia completa, con emozioni forti, capace di stimolare oltre che di intrattenere.

Visioni parallele:

Per quanti vogliono mantenere il tono leggero dell’horror condito con black humor proponiamo What we do in the shadows, ispirato all’omonima dark comedy firmata da Taika Waititi. La seconda stagione rilasciata nel 2020 è stata accolta con interesse da parte di pubblico e critica. La serie racconta le vicende di una famiglia di vampiri che vive a Staten Island dove una troupe televisiva li intervista per realizzare un documentario sulla loro vita quoridiana. Un modo di fare satira su di un immaginario strettamente intrecciato con la modernità.

Un’immagine: la tazzina del caffè che puntualmente si capovolge ogni volta che il Dr. Refaat la posa sul tavolo e si dedica ad altro. Il caffè porta con sé uno spettro ampio di significati che si muovono tra il vissuto conviviale quotidiano ed il senso di energia, esprimendo un orizzonte borghese che dovrebbe venire sconvolto dall’imprevisto, da quanto esula dalla normalità. Un’idea interessante, ma che non porta da nessuna parte perché lasciata a se stessa, ridotta a clichè. Proprio come la storia raccontata.

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