Funny Face

Funny Face **1/2

Presentato in anteprima alla Berlinale a febbraio scorso, il quinto film di Tim Sutton, Funny Face,  arriva al Torino Film Festival e su My Movies, grazie al lavoro di Pier Maria Bocchi per la sezione Le stanze di Rol, la più elettrica e spiazzante della manifestazione.

Nel 2016 Sutton si era fatto un nome con Dark Night, ricostruendo la strage di Aurora in Colorado di quattro anni prima, quando un folle mascherato aveva compiuto una carneficina alla prima de Il cavaliere oscuro – Il ritorno.

Il film aveva trovato una piccola distribuzione anche in Italia, così come il successivo Il combattente – Donnybrook con Jamie Bell, Margaret Qualley e Frank Grillo. Ora anche Funny Face arriva al pubblico italiano, sia pure per pochi giorni e in streaming.

Si sentono echi del cinema dei fratelli Safdie in questa New York tutta luci al neon, fatta di interni e cibi etnici, così come di certi eccessi di Refn, nella dimensione fantastica, che prende il racconto di due solitudini e di una vendetta.

Una maschera inquietante di un uomo che ride cade dal cielo e finisce nelle mani di Saul, un giovane tifoso dei Knicks, che vive coi nonni in una casa che verrà presto rasa al suolo, per farne un parcheggio.

Nel frattempo Zama, una giovane musulmana, rientra a casa dopo essersi messa il niqab in fretta e furia: i suoi genitori sono morti e gli zii, con cui vive, non sopportano le sue libertà.

Una sera entra nel negozio dove lavora Saul e cerca di rubare un pacchetto di pistacchi. Saul glieli paga e tra i due comincia un lungo girovagare per le strade di Brooklyn e Coney Island.

Lui ha sul volto la maschera, lei il velo. Eppure tra i due scatta un sentimento del tutto platonico, che si nutre delle rispettive solitudini.

Ma Saul ha in mente una sola cosa: vendicarsi del costruttore che distruggerà la sua casa e che ora è impegnato a raccogliere fondi per un altra enorme speculazione edilizia.

Mentre Saul e Zama passano il loro tempo in auto o in qualche piccolo diner, il costruttore cena in un ristorante di lusso con alcuni investitori, subisce le minacce di un ex partner, organizza orge con tre prostitute a casa sua e cerca di tirarsi fuori dai guai, chiedendo un prestito al padre, un anziano immobiliarista, che ancora tiene i suoi meeting nel piccolo locale, che aveva costruito all’inizio della sua carriera.

Le due americhe si toccano, ma restano lontanissime. E i fenomeni trasformativi forzano la realtà, senza davvero comprenderla: un po’ come i Knicks rispetto ai Nets, la squadra di pallacanestro che dal Jersey si è spostata a Brooklyn, sventrando mezzo quartiere, per costruire la propria nuova arena, con un intervento di gentrification sociale, violento e ingombrante.

Il film di Sutton è tutto costruito sulle atmosfere, i silenzi, le luci della città che non dorme mai, qui improvvisamente spoglia, svuotata, assai poco solidale, una sorta di prigione dorata, attraversata da sentimenti di rabbia e vendetta.

Come nel Joker di Todd Phillips, i suoi personaggi si nutrono della disperazione e della perdita della loro identità. Funny Face gioca con le maschere, con l’emarginazione di chi non ha più un volto proprio e che vive costantemente sotto pressione.

Sutton divaga, si perde, non segue una costruzione forte, ma lascia ai suoi personaggi il tempo di annoiarsi, di non fare nulla, di conoscersi poco alla volta, fra tramonti arrossati, sneakers nuove e piccole oasi metropolitane.

Il sogno americano si è trasformato in un incubo falso e vuoto, come quella maschera sorridente ed esagerata, che passa ad un certo punto dal protagonista al costruttore, accomunandoli in quell’asprezza, che nel film ritorna più volte. O come il mito James Dean, a cui Saul è devoto, ma che finisce per turbare i suoi sogni.

Funny Face è un film spiazzante, inconsueto, non completamente riuscito, ma vitale, generoso, senza equilibrio, che ha pure la faccia tosta di chiudersi con un una sorta di (im)possibile lieto fine, sia pure nella desolazione metropolitana di un parcheggio vuoto.

 

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