We Are Who We Are: l’adolescenza come un flusso di coscienza

We Are Who We Are **1/2

Fraser Wilson (Jack Dylan Grazer, già in IT) è un giovane newyorkese trapiantato nella base americana di Chioggia per seguire la madre, il Col. Sarah Wilson (Chloe Sevigny) nuovo comandante della struttura militare. Il ragazzo, quattordici anni, una chioma ossigenata accompagnata da baffetti acerbi ed un look di tendenza è quanto di più lontano si possa immaginare dalla disciplina militare ed il suo bisogno di stimoli non può essere soddisfatto in un contesto monotono e ripetitivo come quello della base. Egli incolpa la madre di averlo strappato a New York, di non avergli mai fatto conoscere il padre ed in generale di avergli rovinato la vita. Sarah e la moglie, il medico militare Maggie Teixeira (Alice Braga), riescono infatti solo sporadicamente a sintonizzarsi sulla frequenza del ragazzo la cui irrequieta intelligenza, senza punti di riferimento né amici, rischia di ripiegarsi su se stessa spingendolo verso comportamenti autodistruttivi, come vediamo nel primo episodio.

Protagonista del secondo episodio è Caitlin (Jordan Kristine Seamon) una ragazza afroamericana che vive alla base da diversi anni in compagnia del padre Richard (Il rapper Kid Cudi) della madre Jenny (Faith Alabi) e del fratellastro Danny (Spence Moore II). Cait occupa gran parte del tempo libero cercando di essere la figlia (o meglio il figlio) che il padre vorrebbe avere, aiutandolo nello smercio illegale di carburante, andando a caccia con lui e tirando di boxe nel garage. Anche se ha un ragazzo ed una vita sociale attiva, Caitlin appare perennemente annoiata. La noia è un condizione necessaria per metabolizzare: consente di porsi delle domande, esplorare la propria identità, aprirsi a nuove possibilità. Per Caitlin coincide con l’attesa di qualcosa o meglio di qualcuno in grado di aiutarla a capire quale sia il suo orientamento sessuale e la sua identità di genere.

L’incontro tra i due ragazzi è fecondo, trasformativo, ricco di potenzialità.

La storia nasce da un’idea dello scrittore Paolo Giordano (La solitudine dei numeri primi) affiancato nella scrittura degli episodi da Francesca Manieri (Veloce come il vento), Sean Conway (Ray Donovan) e Luca Guadagnino che ne ha poi curato interamente la regia. Sullo sfondo di un microcosmo che si replica in modo sostanzialmente uguale in tutte le basi militari americane, una sorta di limbo che potrebbe quindi essere ovunque, ma sappiamo situato nel 2016, l’anno dell’elezione di Trump a Presidente degli USA, si svolge il duetto tra Fraser e Caitlin: la voce acuta e solista del ragazzo è capace di raggiungere tonalità sconosciute all’amica che invece sta ancora cercando la propria e preferisce omologarsi, ricalcando tonalità altrui (padre, compagni, l’amica Britney). La sceneggiatura dà spazio a questo duetto che viene accompagnato da altre voci, ma sempre in secondo piano.

Non c’è alcun punto di arrivo, alcun obiettivo, a volte la destrutturazione è così estremizzata che sembra che non ci sia alcuno spartito da seguire.

Del resto il mantra di ogni episodio e della serie nel suo complesso è “Right here right now” espressione che non porta con sé la serena accettazione del fato oraziana e nemmeno la fattiva attualizzazione dell’Homo faber, quanto piuttosto un’immersione nello stato emotivo che si svincola da ogni tipo di valutazione o di azione teleologica. La fluidità della condizione adolescenziale viene assolutizzata, descritta senza subordinarla ad una prospettiva evolutiva riconducibile, a livello narrativo, al modello tradizionale: punto di partenza, trasformazione, punto di arrivo. La tradizionale struttura narrativa è da subito messa in discussione da quella che di fatto è una falsa partenza: i primi due episodi raccontano lo stesso arco temporale da due prospettive diverse. Del resto ormai sappiamo che nelle serie autoriali non siamo trascinati da un insieme di avvenimenti, ma l’azione – e con essa il nostro pensiero – si sporge sul vuoto: in WAWWA l’azione si trova impantanata in acque per lo più immote che pure a volte sembrano cambiare colore e consistenza, ma senza una reale forza centrifuga. Di certo l’acqua non ha un percorso, non sfocia in qualcosa di più grande, non serve per irrigare campi e vigne. Fa il suo giro, senza una ragione, un motivo, un obiettivo.

Guadagnino (Chiamami col tuo nome, Suspiria) gode della luce, della vitalità, dell’armonia di questa situazione e la dipinge con colori vivissimi, di evidenza quasi tattile. Come dicevamo non c’è movimento è piuttosto la stagnazione a dominare l’orizzonte. Non è un caso la scelta della Laguna Veneta per ambientare la vicenda. Per muoversi veramente Fraser e Caitlin devono allontanarsi, prendere un treno e spostarsi, fuggire dall’acqua stagnante della Laguna, proiezione dello spazio degli adulti, per i quali non sembra esserci alcuna via d’uscita.

Euphoria, altra serie HBO, lo scorso anno ci ha fornito una rappresentazione dell’adolescenza cupa, estrema, terribile a tratti, per molti aspetti (e molti genitori) scioccante. Guadagnino sceglie tonalità diverse: una minore cupezza lascia spazio ad un vitalismo quasi arcaicizzante, esaltato da immagini rallentate o portate al limite del fermo immagine ed enfatizzate dall’importanza che la musica esercita nella rappresentazione. “Ciò che mi interessa non è non è una narrativa televisiva vista dalla prospettiva dell’azione e della trama, ma piuttosto del comportamento” catturando ed onorificando ogni momento della vita degli adolescenti in una vera e propria sinfonia, visiva ed uditiva. La musica presenta infatti una propria forte personalità sia nei brani diegetici che in quelli extra-diegetici composti da Devonté Hynes in arte Blood Orange. Il vitalismo adolescenziale, a volte con un pizzico di compiacimento estetizzante, viene rappresentato come flusso di coscienza grazie all’alternarsi di molteplici soluzioni tecniche che spaziano tra still frames, zoom, slow-motion, inquadrature capovolte e ampio utilizzo della steadycam.

Se Jack Dylan Grazer e Jordan Kristine Seamon sono così bravi, e lo sono davvero, non possiamo che riconoscere una parte del merito della loro performance proprio al regista che ne ha percepito e valorizzato la straordinaria forza vitale. “Tutti i preparativi per i quali ho investito mesi e mesi di lavoro … poi ho buttato tutto via con un gesto per seguire i personaggi”. Ma al di là dei due protagonisti, tutti gli attori interpretano al meglio il proprio ruolo a dimostrazione del valore della casting director Carmen Cuba (la stessa che ha selezionato i protagonisti di Stranger Things e di Mrs. America).

Sincerità, matericità, vissuto personale traspaiono in ogni dialogo tra Fraser e Caitlin. I due protagonisti si scambiano battute dure, aspre, a volte perfino urticanti, ma mai affettate o banali. I dialoghi sono veri e, anche quando parlano di tematiche alte o quantomeno desuete, sono sempre credibili, soprattutto se apprezzati in lingua originale.

Tributato onore alle infinite possibilità dell’adolescenza, lo sguardo dell’autore descrive adulti che sembrano incapaci di cambiare, statici e come prigionieri di una reiterazione triste senza alcuna prospettiva di cambiamento. Anche quando l’emozione sembra poter rompere le catene del quotidiano, pensate alla storia tra Maggie e Jenny che la stessa Sarah percepisce come diversa dalle altre relazioni extraconiugali intrattenute dalla moglie, alla fine non cambia nulla. La sensazione è che questo abbia a che fare da un lato con la rassegnazione, dall’altro con l’accettazione della propria natura, senza poter però definire in modo esatto il peso delle due componenti ed i confini reciproci.

Questo paesaggio narrativo così singolare ed autoriale, espressione di una precisa visione dell’uomo e del mondo da parte del regista che ha messo in gioco, con coraggio e sincerità, tanto di sé in questa produzione, finisce però per collassare sotto il peso di un accumulo mal gestito e riconciliato a forza.

Con il proseguire della narrazione la scrittura infatti perde di vista alcuni elementi non secondari per l’immedesimazione dello spettatore: la verosimiglianza innanzitutto. Ville lussuose lasciate alla mercé di ragazzini e che, dopo essere state vandalizzate, vengono quasi miracolosamente pulite e riordinate; serate trascorse senza che nessuno dei genitori senta la necessità di una chiamata o di un rimprovero; sbronze assorbite con una semplicità ed un potere di recupero quasi miracoloso; improbabili ristoranti di montagna con karaoke, baretti di periferia che servono alcool a minorenni senza batter ciglio, solerti controllori che si precipitano a contattare la polizia di fronte al sospetto di un possibile passeggero senza biglietto, etc.

Se immaginate tutto questo privato della qualità tecnica di cui abbiamo ampiamente detto, non andreste oltre i quindici minuti di visione. Inoltre se la descrizione dell’adolescenza di Fraser e Cait ha una notevole capacità immersiva, lo stesso non vale per Daniel o per Britney che ci appaiono come dei pretesti per sviluppare alcuni temi più che personaggi con una propria specifica profondità, così come gli adulti che finiscono, nella loro staticità, per risultare figure bidimensionali. I due protagonisti presentano un mondo più che un arco narrativo, ma è un mondo che ha una sua profondità, mentre quello degli adulti appare solo un elemento di sfondo. Alcune evoluzioni avvengono poi in modo troppo repentino: non sono state costruite le condizioni per arrivare in modo credibile a quel punto, a quella svolta emotiva: così il finale risente di un tentativo di riconciliazione di cui non c’era necessità e che accentua il senso di frustrazione nello spettatore per un percorso dis-orientato.

La serie è comunque da vedere. Perché propone una visione del mondo che va al di là dell’adolescenza. Perché mette in circolo bellezza ed emozione e ci porta a fare riflessioni critiche su quello che siamo e su quello che, forse, abbiamo rinunciato ad essere.

Titolo originale: We Are Who We Are
Durata media episodio: 60 minuti
Numero degli episodi: 8
Distribuzione streaming: HBO – Sky Atlantic

Genere: Teen, Drama

Consigliato: a quanti amano Guadagnino e le serie complesse, d’autore, disarticolate.

Sconsigliato: a quanti cercano una visione in cui la verosimiglianza, la coerenza e l’approfondimento siano pari alla qualità tecnico-estetica.

Visioni parallele: Euphoria, serie creata per HBO da Sam Levinson e visibile in Italia su SKY. Racconta il tema dell’adolescenza con un taglio respingente, proprio come WAWWA, ma più duro e provocatorio. Grande protagonista Zendaya, nei panni della giovane Rue, premiata con un Emmy come miglior attrice protagonista nella categoria Drama.

Un’immagine: piuttosto un suono in questo caso. La musica è sempre un aspetto particolarmente curato nelle opere del regista siciliano: in WAWWA ha un ruolo determinante Devonté Hynes, la cui ecletticità, minimalista e colta ha conquistato Guadagnino. A riguardo una curiosità: il concerto dell’ottavo episodio è stato realmente svolto dall’artista a Bologna nel 2016.

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