IT – Capitolo uno. Recensione in anteprima!

IT – Capitolo uno ***

Il capolavoro firmato da Stephen King nel 1986, adattato per il piccolo schermo, una prima volta, nel 1990, con la miniserie di Tommy Lee Wallace, interpretata da Tim Curry, approda finalmente a cinema, grazie ad un lungo lavoro di scrittura, che ha coinvolto anche Cary J.Fukunaga e che l’argentino Andres Muschietti (La madre) ha ereditato, scegliendo di dividere il lungo racconto in due capitoli distinti.

Se il romanzo originale, scritto nel corso di oltre quattro anni, tra il 1981 e il 1985, aveva significato la consacrazione definitiva dello straordinario talento di King, esploso dieci anni prima con Carrie e confermato dal successo ancor più grande de Le notti di Salem e Shining, la miniserie tv era stata capace di evocare gli elementi più superficiali del suo lavoro, imponendosi tuttavia nell’immaginario collettivo, grazie all’interpretazione di Curry e all’iconografia semplice ed efficacissima: il clown mutaforma, i palloncini rossi, l’orrore che sbucava letteralmente dalle fogne.

Il nuovo IT, firmato da Andres Muschietti, rappresenta non tanto il tentativo di aggiornare alla meraviglia e alle possibilità del digitale gli incubi dei ragazzini degli anni ’80, quanto la necessaria celebrazione/riaffermazione dell’unicità del talento e della maturità di Stephen King: non solo scrittore di genere, non solo cantore dell’amicizia negli anni dolci e tormentati dell’adolescenza, ma autore lucidissimo, allora come negli anni successivi, che nell’orgia individualista dello yuppismo e nella superficialità conformista degli anni di Reagan, ne mostrava il volto deformato e inquietante, segnalando un parallelo efficace con l’America degli anni ’50 e suggerendo altresì un possibile rifugio, se non una via d’uscita, in quei valori così platealmente traditi.

Il viaggio emozionale dei sette protagonisti di IT racchiude al suo interno angosce ed orrori che non hanno nulla di sovrannaturale, ma nascono invece dalle nostre paure più inconfessabili. Quelle che ci accompagnano all’interno della famiglia o della scuola: madri possessive e padri abusivi, genitori perduti e abbandoni insopportabili da tollerare, compagni violenti e la sensazione di essere sempre fuori posto, inadeguati, diversi dagli altri.

IT sublima quelle ansie e quei dolori, assieme individuali e collettivi, trasformandoli nella materia con cui innervare il suo romanzo di formazione. Non è un caso allora che l’orrore si manifesti, a ciascuno dei protagonisti, in forme sempre diverse e poi in una comune a tutti, quella del clown Pennywise.

Cary J.Fukunaga e Chase Palmer avevano deciso significativamente di trasportare la prima parte del racconto dagli anni ’50 alla fine degli anni ’80. Alla prima stesura si deve anche il look retrò di Pennywise e la sua maschera inquietante, debitrice del Joker di Frank Miller. I contrasti insorti con la produzione hanno poi spinto il regista di True Detective ad abbandonare il progetto nel 2015, ma il film di Muschietti si fonda ancora, in gran parte, su quanto immaginato sin dall’inizio.

La revisione dello script di Gary Dauberman ha messo la sordina agli elementi più disturbanti della sceneggiatura originale e alla sua idea che la scoperta della sessualità sarebbe stata il filo conduttore del film. Muschietti ha modificato anche il delirante finale scritto da Fukunaga, nel quale IT si sarebbe trasfigurato in un grande occhio aperto verso uno spazio infinito e liquido, dove i Perdenti avrebbero dovuto combattere la loro battaglia.

Il film si apre con l’iconica scena del piccolo George sotto la pioggia, vestito con un impermeabile giallo, che rincorre la barchetta di carta, costruita dal fratello Bill, lungo i sobborghi residenziali dell’immaginaria città di Derry nel Maine: quando quest’ultima finisce in un tombino, George cerca di recuperarla, ma lì in basso, nelle fogne, scopre il clown Pennywise, che dopo averlo irretito, gli strappa un braccio a morsi e lo trascina con sé.

Un anno dopo, George è ancora ufficialmente ‘scomparso’, ma il fratello non ha mai smesso di cercarlo. Nel frattempo altri ragazzi hanno fatto perdere le loro tracce. E’ l’inizio dell’estate, la scuola è finita e Bill ed i suoi tre migliori amici, che il bullo Henry Bowers e la sua banda hanno soprannominato Losers-Perdenti, si alleano con un ragazzino appena arrivato, Ben, che passa le sue giornate in biblioteca, con la ‘chiacchierata’ Beverly e con il nero Mike, che, dopo aver perduto entrambi i genitori, è costretto a lavorare d’estate in un allevamento di agnelli.

I sette scopriranno il segreto che Derry custodisce da quasi un secolo e comprenderanno che, per superare le proprie paure, dovranno fare i conti con la realtà e con il mondo immaginario, che scorre letteralmente sotto le case della loro città.

Muschietti, già rivelatosi sensibile narratore di incubi moderni, con La madre, qui sceglie giustamente di affidarsi per intero al lavoro di King e dei tre sceneggiatori, mettendo in scena con bella calligrafia gli orrori adolescenziali di IT.

Se ogni adattamento riuscito è un tradimento delle radici originali, IT in realtà non si discosta mai davvero dalla sua fonte primaria, anche se talvolta sembra guardare più alla miniserie che al romanzo.

Muschietti in questo primo capitolo sceglie la strada più lineare e diretta, per arrivare al suo pubblico.

Occorre dargli il merito di aver scelto, per il ruolo di Pennywise, il più giovane dei fratelli Skarsgard, magnificamente truccato, che costruisce un personaggio complesso, attraente e infantile, quanto terribile e luciferino.

Bravissimi anche i sette piccoli protagonisti, ciascuno a proprio agio nel carattere archetipico, che la storia gli assegna.

Aver spostato temporalmente l’ambientazione di questa prima parte costituisce una sorta di corto circuito emozionale e narrativo, perchè l’immagine e l’atmosfera elegiaca e malinconica, che il nuovo IT vuole evocare, è proprio quella a cui oggi associamo buona parte del cinema anni ’80, quello che i romanzi di King avevano tanto influenzato, sia direttamente e sia indirettamente, con gli adattamenti di Stand by me, La zona morta o Christine.

Eppure con la trasposizione si sarebbero potute cogliere delle opportunità vere di aggiornare il racconto di King alle ansie di quegli anni: dallo spettro dell’AIDS, così centrale e decisivo, alla centralità, negli incubi dei teenagers di allora, dei personaggi del new horror, da Freddy Kruger a Jason Voorhees.

E invece, come spesso succede nella messa in scena di quel decennio, si preferisce rimanere in superficie.

Muschietti evita tuttavia di cadere in quella fastidiosa melassa chiamata nostalgia, nel puro ricalco, nello stereotipo citazionista e fuori contesto di opere come Stranger Things o Super 8. Evita altresì di strizzare perennemente l’occhio al fanciullino nascosto nell’animo di ogni nerd quarantenne, che con quel cinema è cresciuto, e cerca invece di non tradire lo spirito del romanzo, sia pure tagliando, così come nella trasposizione del 1990, le scene di sesso più esplicite e la parte mistica legata alla lotta ancestrale di Pennywise con la tartaruga, e scegliendo altresì la strada di separare nettamente i tempi del racconto, concentrandosi in questo primo capitolo, sui soli anni dell’adolescenza.

Il risultato è un film complessivamente sincero, onesto nei suoi intenti, popolare, nel senso migliore del termine. Non è un caso allora che il pubblico, negli Stati Uniti e altrove, stia accorrendo in sala, per vederlo.

La seconda parte uscirà esattamente tra due anni, nel 2019.

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