Chiamami col tuo nome. Recensione in anteprima!

Chiamami col tuo nome ***1/2

Terzo capitolo di un’ideale trilogia del desiderio, cominciata con il viscontiano e neoclassico Io sono l’amore e proseguita con l’eccitato e grottesco A bigger splash, Chiamami col tuo nome, acclamato e applaudito, sin dal suo esordio al Sundance, lo scorso mese di gennaio, rappresenta la consacrazione definitiva di Luca Guadagnino.

Mai amato in patria, guardato con sospetto e una certa sufficienza, anche per la sua smisurata ambizione, Guadagnino ha conosciuto invece, quasi subito, notevole successo e unanime consenso critico, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, grazie al sodalizio artistico con Tilda Swinton.

L’adattamento del romanzo di André Aciman, Chiamami col tuo nome, ha avuto una storia particolarmente complessa: i produttori acquistarono i diritti prim’ancora che il romanzo fosse pubblicato, nel 2007. Il film avrebbe dovuto essere diretto dall’anziano James Ivory, che lavorò all’adattamento, con Luca Guadagnino in veste di consulente per le location italiane e poi di produttore.

Nella lunga fase di scrittura, i contrasti tra i due spinsero il regista inglese a farsi da parte, cedendo i diritti dello script. Guadagnino eliminò la voce narrante di Elio e molte scene che avrebbero reso il film più esplicito e quindi più difficile da realizzare, lavorando assieme al suo storico collaboratore Walter Fasano.

Quello che è approdato sullo schermo è un film molto diverso dal romanzo originale, ambientato a Bordighera nel 1987 e raccontato attraverso i ricordi del protagonista, diversi anni dopo.

Dopo molti tentativi di casting, il coinvolgimento di Armie Hammer e del giovanissimo Timothée Chalamet, già visto in Interstellar e nella serie Homeland, spinse Guadagnino a lavorare al film in prima persona, anche come regista.

Siamo nell’estate del 1983, ‘da qualche parte nell’Italia del nord‘, in realtà nella rinascimentale villa Albergoni di Moscazzano, nella campagna cremasca. Qui vive la famiglia del diciassettenne Elio Perlman, padre inglese, professore universitario, madre francese.

Un dottorando americano viene a trovarli, per trascorrere qualche settimana con loro, lavorando alla sua tesi. Si chiama Oliver.

Il suo arrivo metterà scompiglio nel piccolo paese di provincia, ma soprattutto nella vita di Elio, incerto e confuso come tutti gli adolescenti, innamorato, sino a quel momento, più dei suoi libri e del suo pianoforte, che della vita.

Guadagnino racconta con una leggerezza magica i giorni caldi dell’estate, le sue mollezze, i suoi ozi, il tempo che non sembra passare mai, tra corse in bicicletta, tuffi nei fiumi ghiacciati e la quiete delle grandi stanze della villa, in cui Elio e Oliver finiscono per nascondersi.

La bellezza che racconta è del tutto idealizzata: è quella classica dei reperti archeologici, della campagna italiana, come quella dello scultoreo Oliver. Il desiderio attraversa le vite dei suoi personaggi, ma è sempre mediato dallo sguardo, da una lunga teoria di osservazione e contemplazione, che porta ad un lento avvicinamento.

Eppure Guadagnino è consapevole della dimensione fisica dell’amore ed il suo film vive in questa continua tensione oppositiva, che è forse anche quella tra una sceneggiatura più esplicita e carnale e una regia più pudica ed eterea.

Anche se il film è ambientato in un momento chiave per la storia politica italiana – con la nascita del governo Craxi e del pentapartito, che avrebbe riempito di parole e litigi l’estate di tante famiglie di allora – Guadagnino sceglie di lasciare sapientemente sullo sfondo il contesto storico, ricostruito tuttavia con grande precisione, perchè la sua è una storia senza tempo.

Nella cornice magica della grande casa dei Perlman il presente e il passato non hanno soluzione di continuità: gli studi classici e la bellezza delle statue di bronzo si rispecchiano nella musica pop, che esce dalla piccola radio di Elio, e nei corpi accaldati dei protagonisti.

C’è un’eco del cinema dei maestri, nell’equilibrio miracolosamente sospeso del racconto di Guadagnino: non solo l’amatissimo Bertolucci di Io ballo da sola, Strategia del ragno e La Luna, naturalmente, ma Renoir, con le sue regole del gioco e le sue ville in campagna, Rohmer con la sua leggerezza e Ivory stesso, con quell’idea cosmopolita ed esotica del nostro paese, che solo un inglese avrebbe saputo interpretare alla perfezione.

Eppure Guadagnino riesce a risolvere la suggestione contrastante di questi registri diversi, con uno stile personalissimo, che si giova sia dell’interpretazione misuratissima e travolgente, al contempo, dei protagonisti, sia di un’adesione emotiva e autobiografica molto forte.

La scelta di spostare il racconto dalla liguria alla bassa bergamasca e alla provincia cremasca, scegliendo luoghi e spazi del tutto nuovi, poco frequentati dal cinema, inconsueti, contribuisce all’aura sospesa del film, alla sua bellezza vergine all’occhio cinematografico.

Chalamet interpreta perfettamente, con il suo fisico minuto e longilineo e il suo testone pieno di boccoli, la fragilità emotiva del protagonista. Hammer, invece, biondo, statuario, affabile e straniero, è l’oggetto del desiderio per antonomasia, conteso tra i personaggi del film.

Michael Stuhlbarg e Amira Casar sono i genitori di Elio, Esther Garrel, già vista in L’amant d’un jour del padre, è Marzia, innamorata delusa di Elio.

Musiche bellissime attraversano il film, in particolare quelle di John Adams, Sakamoto e Surfjan Stevens, che ha scritto due pezzi originali per il film: Mystery of Love e Visions of Gideon.

Il film è stato girato in 35 mm da Sayombhu Mukdeeprom, il direttore della fotografia thailandese, collaboratore della Palma d’oro Apichatpong e del portoghese Miguel Gomes, per la trilogia Le mille e una notte.

L’incontro di Guadagnino con il lavoro di Ivory gli consente di superare limiti e vezzi del suo cinema. Chiamami col tuo nome è il film della maturità e della coscienza di sè, della riconquista di una sincerità d’ispirazione e di un’autenticità di messa in scena, che spesso erano mancate in passato.

Sarebbe diminutivo rinchiudere Chiamami col tuo nome nei confini di una storia d’amore omosessuale, perchè il film di Guadagnino racconta invece la nascita di un desiderio, di una passione travolgente che non sa ancora come manifestarsi e non può farlo alla luce del sole, neppure nella famiglia liberal di Elio. Sceglie allora l’immediatezza dei corpi, delle mani, degli sguardi rubati, per raccontarsi.

Il film vive di una fisicità esplicita ed esuberante, di una tensione sessuale, che si insinua nella vita dei protagonisti, spingendoli a mettersi a nudo davvero, per fare i conti con se stessi, con i propri desideri e la propria identità.

In sala dal 25 gennaio per la Warner Bros.

Da non perdere.

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