Cannes 2015. Arabian Nights – Le mille e una notte

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Arabian Nights – As Mil e uma Noites – Le mille e una notte ***

L’inquietudine

In which Scheherazade tells of the restlessness that befell the country: “It hath reached me, O auspicious King, that in a sad country where people dream of mermaids and whales, unemployment spreads. Forests burn into the night despite the falling rain ; men and women long to set out to sea in the middle of Winter. Sometimes there are animals that talk although it is highly improbable that they are listened to. In this country, where things are not what they appear to be, men of power promenade on camels and hide permanent and shameful erections; they await the moment when taxes are collected so they can pay a wizard whom…”. And seeing the morning break, Scheherazade fell silent.

Il primo episodio della trilogia firmata dal portoghese Miguel Gomes, chiarisce finalmente il senso del suo racconto e del riferimento a Le mille e una notte.

Non si tratta di un adattamento delle novelle arabe raccontate da Sherazade per rimandare in eterno gli appetiti del sovrano, ma di uno spunto per raccogliere una serie di storie che hanno come sfondo la crisi portoghese a cavallo del 2014, con l’intervento delal Troika e gli enormi sacrifici, imposti ai cittadini, in nome del progresso e dell’integrazione europea.

Gomes comincia il film in prima persona, mettendo in scena la sua fuga, incapace di dirigere un film d’intrattenimento, mentre il Paese vive momenti cosi’ drammatici.

Lascia quindi il campo ad una novella Sharazade, che dopo aver raccontato gli scioperi nei cantieri navali e la moria delle api, si diletta a prendere in giro le trattative tra Governo e Emissari della UE, della BCE e del FMI, quindi racconta di un gallo che canta nel pieno della notte e mette in subuglio un’intera citta’ in vista delle elezioni, quindi mette in scena tre racconti della crisi attraverso le parole di un vecchio sindacalista.

E’ il capitolo dedicato all’inquietudine. Cupo e drammatico, il film di Gomes solo in qualche raro momento mette in mostra lo humor nero ed il talento surreale del suo autore, che sembra spesso invece limitarsi a mettere in scena la realta’ con spirito da documentarista.

Il film sembra cucito attorno al pretesto de Le mille e una notte, per consentire di mettere in fila una serie di episodi diversi, accomunati da un comune denominatore sociale e nazionale.

La desolazione

In which Scheherazade tells of how desolation invaded men : “It hath reached me, O auspicious King, that a Judge will cry instead of giving out her sentence. A runaway murderer will wander through the land for over forty days and will teletransport himself to escape the Guard while dreaming of prostitutes and partridges. A wounded cow will reminisce about a thousand-year-old olive tree while saying what she must say, which will sound none less than sad ! The residents of a tower block in the suburbs will save parrots and piss inside lifts while surrounded by dead people and ghosts; including in fact a dog that…”. And seeing the morning break, Scheherazade fell silent.

Tutt’altro che desolato questo secondo episodio delal trilogia di Gomes, che racconta questa volta solo tre episodi. Il primo e’ lo scacco di un anziano assassino di paese, che mette in ridicolo la polizia e le guardie locali, sfuggendo a lungo alla cattura, dopo aver ucciso quattro donne, tra cui moglie e figlia.

Il secondo episodio, forse il piu’ riuscito sinora, e’ la messa in scena di un processo in un’arena aperta al pubblico, dove un semplice furto di mobili, diventa un caso internazionale. La catena di cause ed effetti coinvolge molte persone, sino ad uno specultare cinese e le sue 13 mogli. La messa in scena di Gomes e’ qui bunuelliana piu’ che mai, con la giudice togata di rosso, che alla fine rinuncia a prendere una decisione.

La terza parte e’ tutta dedicata ad un piccolo cagnolino che passa di padrone in padrone, in un grande condominio popolare, nel quale l’infelicita’ e’ comune, ma i motivi sono diversi per ciascuno. E’ la parte piu’ poetica e toccante del racconto di Gomes, che ritrova qui la poesia che avvolgeva Tabu.

Anche se rimangono intatti i limiti di un’operazione che sembra tutta un pretesto per accostare tanti cortometraggi diversi, qualcuno piu’ riuscito, altri meno, il lavoro di Gomes avrebeb meritato di essere visto continuativamente. La divisione in tre film non gli giova e non sembra nemmeno prevista, dato che la narrazione procede senza richiami alla cornice iniziale.

Le parti piu’ realistiche, di stampo documentario, sembrano sempre meno interessanti di quelle ironiche o surreali, che invece riescono a cogliere davvero nel segno, senza moralismi.

E’ cinema politico, nel senso piu’ originale del termine, che non vuole e non puo’ sottrarsi alle sue responsabilita’, raccontando il proprio paese con un’onesta intellettuale che gli va riconosciuta.

L’incanto

In which Scheherazade doubts that she will still be able to tell stories to please the King, given that what she has to tell weighs three thousand tonnes. She therefore escapes from the palace and travels the Kingdom in search of pleasure and enchantment. Her father, the Grand-Vizier, arranges to meet her at the Ferris wheel, and Scheherazade resumes her narration: “Auspicious King, in old shanty towns of Lisbon there was a community of bewitched men who, in all rigour and passion, dedicated themselves to teaching birds to sing…”. And seeing the morning break, Scheherazade fell silent.

L’ultima parte della trilogia di Gomes è quella più deludente e confusa, apparentemente poco montana, con sequenze sempre più lunghe che avrebbero forse meritato maggiore attenzione i fase di post produzione.

Ma forse il lavoro di editing era già stato così estenuante che qui Gomes ha preferito ritmi molto più dilatati.

Il prologo è molto lungo, con il tentativo di ricreare una sorta di Baghdad dei tempi del califfato, in cui passato e presente convivono senza soluzione di continuità ed allora vediamo assieme Sherazade suo padre e il ladro di Baghdad, elementi delle antiche tradizioni arabe, musica brasiliana e mitologie moderne.

Si fatica un po’ a seguire le coordinate del racconto e a riconoscere davvero tutti i personaggi, ma non mancano i momenti grandi, come il confronto tra Sherazade e il padre sulla ruota panoramica e gli aquiloni che volteggiano in cielo.

Il momento migliore e più politico è la sezione centrale  con la protesta dei poliziotti portoghesi davanti al parlamento, raccontata dall’amante cinese di uno di questi, sedotta e abbandonata!

Tutta la parte centrale è invece dedicata ai fringuelli canterini. ci sono i cacciatori, gli allevatori e gli addestratori dei volatili, che hanno imparato durante la Grande Guerra. Questa sezione pur di estenuante lunghezza, una sorta di film nel film, mostra pur sempre il Gomes antropologo e appassionato cultore di ossessioni marginali, fuori dal tempo e dentro la storia.

Peccato che il montaggio non sia riuscito ad arginare e dare una forma più sintetica a questo spaccato sociale così curioso, delimitato solo da cartelli da cinema muto che interrompono costantemente l’azione, allungando ulteriormente la sua durata.

Quello che resta alla fine del lungo viaggio di Gomes sono momenti di grande cinema del presente, coraggioso, trascinante talvolta, lento in altre, costantemente alla ricerca di una risposta ad una domanda di bellezza e libertà.

Nel cinema sempre più piccolo e chiuso in se stesso di questi anni, il massimalismo di Gomes, il suo vitalismo esuberante e diseguale, la sua cultura e la sua ironia sono regali preziosi che non si possono lasciar sfuggire.

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