The Forty Year Old Version

The Forty Year Old Version **

Radha Black, Miss B per i suoi alunni, è una commediografa di quarant’anni, che vive in un piccolo appartamento a Brooklyn. Dopo aver vinto un premio importante dieci anni prima, la sua vena si è inaridita.

La sua ultima piéce, Harlem Ave, è il tentativo velleitario di ragionare sulla gentrificazione del quartiere una volta povero e nero, ora pieno di hipster bianchi.

Archie, il suo agente – che la conosce fin dai tempi dalla high school, spinge, con mezzi non proprio legittimi, un potente produrre gay di Broadway a metterla in scena.

Ma la regista bianca ed ebrea, a cui è affidata, pretende delle nuove modifiche che ne annacqueranno ulteriormente lo spirito.

Assalita dall’ansia di star svendendo la sua identità e il suo lavoro, Radha riscopre quasi per caso, grazie ai suoi alunni, la passione adolescenziale per l’hip hop, probabilmente fuori tempo massimo.

Contatta un producer di basi di Harlem e, a poco a poco, tra i due scoppia una scintilla, non solo artistica.

Girato in bianco e nero e in pellicola 35mm, il film ha vinto il premio della migliore regia all’ultimo Sundance Film Festival.

La Black, che scrive, dirige, interpreta e produce, anche grazie al sostegno di Lena Waithe, costruisce un racconto personale, a partire dalla sua esperienza di giovane drammaturga di colore, in una New York, che fatica a riconoscere.

La protagonista si chiama come lei, veste come lei, pesca nella sua biografia e sembra essere tagliata su misura sulla sua personalità pensierosa e remissiva.

Il suo film però deve molto al primissimo Spike Lee, quello di Lola Darling (She’s Gotta Have It), al cui remake, in forma di serie tv, la Black ha lavorato tra il 2017 e il 2019, scrivendone tre episodi.

Ci sono le interviste in strada, c’è un personaggio che svolge il ruolo della cassandra inascoltata, c’è la musica hip hop, divisa tra old school e nuovi rapper, ci sono le aule in fermento delle scuole pubbliche e il lusso dei teatri di Broadway, c’è lo scontro sociale e di classe.

E c’è soprattutto il timore di piegare la propria voce al compromesso, allo stereotipo black, che piace ai bianchi benpensanti, che con mano paternalista danno una mano al talento nero, moderandone tuttavia il messaggio e i toni.

E’ curioso come la notte della prima, Radha la passi nei corridoi, poi nei bagni del teatro, incapace di ascoltare il suo stesso lavoro, che pure sembra avere un notevole successo, ma che lei disprezza profondamente.

Se la sincerità dell’ispirazione e una certa impaginazione realista, con i dialoghi spesso ripresi con panoramiche a schiaffo dalla camera a mano, sono certamente apprezzabili, il film della Black sconta il carico di ingenuità e lungaggini tipico di molte opere prime.

La durata superiore alle due ore di certo non l’aiuta e qualche buona sforbiciata al montaggio avrebbe reso la parabola della protagonista in cerca della propria voce, un po’ meno ondivaga e velleitaria.

Il cotè romantico è francamente posticcio e hollywoodiano, la lunga deviazione su un ring in cui ci si batte a colpi di rime, resta più curiosa che interessante e la stessa Black avrebbe fatto meglio a lasciare ad altri il ruolo da protagonista, limitandosi a scrivere e dirigere il film.

Restano una certa generosità complessiva e la vitalità dei personaggi di contorno: l’agente, gli alunni, le due anziane produttrici, il fratello.

Viene tuttavia il dubbio che Netflix l’abbia scelto più che per le sue qualità, piuttosto ordinarie, per differenziare la sua offerta e accontentare un segmento di pubblico molto preciso e sempre più importante.

Piuttosto che privilegiare film buoni per un pubblico generalista, il gigante dello streaming preferisce spesso rischiare su opere dai caratteri più forti e decisi, assecondando gusti e pubblici specifici, con modalità tipiche di una casa di produzione indie.

In un anno così povero di cinema, anche The Forty Year Old Version trova un piccolo spazio per farsi apprezzare. 

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