Rebecca

Rebecca **

 “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”
David Foster Wallace

Rebecca – La prima moglie è stato il primo film americano di Alfred Hitchcock. Alle soglie dei quarant’anni, dopo una lunghissima carriera inglese, cominciata nel cinema muto e culminata col successo de La signora scompare, David O.Selznick, fresco del trionfo di Via col vento, lo mette sotto contratto, affidandogli l’adattamento di un romanzo di Daphne du Maurier, uscito l’anno precedente, e di cui Hitch aveva già adattato La taverna della Giamaica.

La storia della seconda Signora De Winter, raccontata in prima persona dalla giovane protagonista senza nome, aperta da un sogno oscuro e chiusa da un enorme incendio purificatorio, è racchiusa quindi in un unico lungo flashback.

Per Hitchcock si trattava di una sorta di versione per adulti di Cenerentola, priva di umorismo – come ha raccontato a Truffaut – di cui non era molto soddisfatto, forse perchè come suggerito proprio dal suo intervistatore “All’inizio Rebecca era una storia lontana da lei, non era un thriller, non c’era suspense, era una storia psicologica”.

Se il primo atto è quello tipico di una romantic comedy, con la giovane dama di compagnia della Sig.ra Van Hopper, che si innamora, ricambiata, del più grande e solitario Mr. De Winter, sullo sfondo del sole caldo della Costa Azzurra, e l’atto conclusivo è di stampo investigativo e processuale, con l’alternarsi delle verità attorno alla scomparsa in mare di Rebecca, la prima moglie di De Winter, è nella parte centrale, quella che si svolge interamente nel castello di Manderlay, che il film di Hitchcock funziona davvero, con un’atmosfera gotica, che sfrutta sino in fondo le suggestioni della ghost story.

Nella grande magione di famiglia dei De Winter, la presenza di Rebecca è ancora molto viva: nel monogramma della prima moglie compare dappertutto, nel ricordo della servitù e degli amici, e in particolare nella venerazione della governante, la Sig.ra Danvers.

La timida e impacciata protagonista si muove sempre in punta di piedi, in un ambiente opprimente, che non è il suo, sempre oggetto di diffidenza e di confronto. Tuttavia i suoi timori poggiano su un equivoco di fondo, che solo alla fine il marito avrà il coraggio di chiarirle.

Il nuovo adattamento del romanzo della Du Maurier è piuttosto fedele sia nell’ambientazione che nelle dinamiche tra i personaggi.

Tuttavia sembra piuttosto scialbo e incolore, nonostante sia immerso nella luce brillante della fotografia di Laurie Rose.

La regia di Wheatley (Killer in viaggio, A Field in England, High-Rise, Free Fire) è incomprensibilmente timida, forse schiacciata dal fantasma hitchcockiano. E finisce per confezionare un lavoro di puro servizio, senza personalità e senza una vera idea che lo giustificasse.

I due interpreti – Lily James e Armie Hammer – non si avvicinano mai un solo istante al ricordo di Laurence Olivier e Joan Fontaine, scoperta proprio con quel film: Mr. de Winter era in origine un personaggio tormentato e oscuro, roso dal senso di colpa e dall’odio e non dal dolore, come appariva a tutti, mentre la sua giovane seconda moglie vibrava di ingenuità e semplicità, costantemente divorata dal sentimento di non essere all’altezza del ricordo della prima moglie.

Se i due, nell’originale, si conoscevano in una situazione che appariva subito drammatica, qui invece avviene al tavolo di un ristorante: tutta la prima parte, che dovrebbe essere una bolla di sapone di leggerezza e ironia è qui farraginosa, priva di ritmo, impacciata.

Tuttavia Wheatley è incerto anche nella parte centrale, quella che ha vibrazioni più decisamente horror: se l’opulenza della nuova Manderlay è infatti ricostruita in modo eccellente e assai più verosimile, rispetto al set degli anni ’40, il regista non riesce mai davvero a dominare la caduta della seconda Signora De Winter nella paranoia, esagerando con gli effetti e restando sempre in superficie.

La scelta di avvicinare i due protagonisti, molto più simili per età, entrambi giovani e biondi, quasi a voler smussare i lati più problematici, di una storia vecchia come il mondo, ha tolto altra complessità e ambiguità al racconto.

La trasformazione della protagonista da timida spaventata a deus ex machina implacabile, che supera la polizia in velocità e acume e il marito in determinazione e testardaggine, è condotta con mano greve e assai poco credibile.

Certo il ruolo originale era un po’ datato, ma l’aggiornamento femminista per una storia ambientata negli anni ’30, suona ancor più stonato.

Se pensiamo alle versioni più recenti e di successo della favola eterna di Cenerentola, dobbiamo scontrarci con le 50 sfumature di  E. L. James e con la storia da tabloid dell’attrice Meghan Markle e del Principe Henry: siamo molto lontani dalle atmosfere della Du Maurier e persino il film di Hitchcock resta uno dei pochi, tra i suoi, che sconta il passaggio del tempo.

Non a caso il regista tornò sugli stessi temi del senso di colpa, dell’ossessione amorosa e del condizionamento del passato con ben altra forza quasi venti anni dopo, con il suo capolavoro La donna che visse due volte.

Auguriamo lo stesso a Wheatley, che sembra aver perduto tuttavia la forza brutale dei suoi esordi e l’urgenza narrativa, che alimentava il suo cinema disturbante.

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