High-Rise. Recensione in anteprima!

High Rise poster

High-Rise **

Quinto film del regista inglese Ben Wheatley, pressochè sconosciuto in Italia, ma circondato da un’aura di culto, a livello internazionale, High-Rise è l’adattamento di un romanzo di J.G.Ballard del 1976, Il condominio.

L’apocalittica satira sociale dello scrittore di Crash, era figlia delle nuove consapevolezze degli anni ’60, del trionfo della borghesia e delle rivolte anticapitalistiche post-sessantottine.

Con la consueta ferocia, Ballard aveva costruito un meccanismo drammatico capace di esporre la miseria comune nella lotta di classe, incapace di produrre veri eroi.

Il gioco di Ballard era scoperto e attualissimo quarant’anni fa, ponendosi, in qualche modo, nella scia orwelliana.

Ma portare oggi sullo schermo il suo High-Rise è un’operazione che il fan dichiarato, Ben Wheatley, avrebbe forse dovuto evitare.

Il racconto e la sua metafora sociale sono così demodé, da risultare anche curiose e indovinate nella prima parte del film, certamente la più riuscita.

Solo che persino Wheatley, ad un certo punto, pare accorgersi della necessità di aggiornare la distopia de Il condominio, ma non trova di meglio che farlo, terremotando la seconda parte del racconto, che si sfalda completamente nello stesso cupio dissolvi, a cui sono destinati il protagonista e i suoi orrendi vicini.

Ma è evidente che a salvare l’intera operazione non basta neppure il talento di Wheatley per la messa in quadro, l’architettura visiva e il controllo formale.

Il film si apre con l’arrivo del giovane medico Robert Laing nella prima torre di un complesso condominiale in cinque torri, che il suo aristocratico architetto, Mr.Royal, vorrebbe come le dita di una mano aperta.

La disposizione dei condomini segue una rigida gerarchia sociale: ai piani bassi c’è la working class, poi gli impiegati, quindi i professionisti come il protagonista, quindi la grande borghesia e le star della tv e del cinema, quindi in cima l’aristocrazia: Mr.Royal si è riservato l’attico, con un giardino tanto grande da ospitare gli infiniti capricci della moglie e persino un cavallo.

Laing fa la conoscenza così della libertina Charlotte Melville, di Richard Wilder, un documentarista fallito, che cerca l’arrampicata sociale e della moglie Helen, di un anchorman televisivo e di una diva del cinema, che sta provando la parte per il suo prossimo film.

Laing vive al venticinquesimo piano, usa il supermarket interno al condominio e la palestra. Scopre così che anche uno dei suoi giovani assistenti universitari è in realtà un abitante del condominio, ma vive molto sopra di lui, vicino alla vetta.

Un improvviso black-out ai piani bassi e la furia distruttrice di Richard Wilder, sovvertiranno la rigida struttura interna e l’apparente impeccabile rituale sociale, che la caratterizza.

Tutto però nel film di Wheatley avviene senza un vero motivo, per puro spirito punk diremmo, più che per un vero desiderio di scalata sociale.

Il sapore e gli umori sono più quelli cupi e stravolti della fine del decennio che non quelli libertari degli inizi.

Siamo dalle parti dell’Arancia meccanica di Burgess e Kubrick, esplicitamente citato anche nella locandina di questo High-Rise o di Un tranquillo weekend di paura di Boorman, altro nume tutelare di Wheatley. Lo svelamento dell’ipocrisia borghese e democratica, mostra la ferocia accuratamente repressa e occultata, pronta a scatenarsi al primo incidente di percorso.

Il regista pretende però di mettere in secondo piano i motivi del conflitto, per evitare una ricostruzione puramente antologica, lasciando tuttavia, in questo modo, il suo protagonista in balia degli eventi, marionetta senza più fili, che si limita ad osservare quello che gli succede, senza mai mostrare di avere pensieri, parole o volontà, rispetto alla catastrofe che sta inghiottendo il suo ottuso ottimismo.

Tom Hiddleston, se queste erano le intenzioni di Wheatley, è assolutamente perfetto: la sua presenza è impalpabile, il suo sguardo completamente perso, il suo sorriso giustamente idiota.

Anche la scelta di Jeremy Irons, per il ruolo regale dell’architetto è fin troppo indovinata, prevedibile, così come quello di Sienna Miller, per l’intraprendente Charlotte.

Peccato che la sceneggiatura scritta da Amy Jump, moglie e collaboratrice di Wheatley renda confusa e poco chiara tutta la seconda parte, dopo aver illustrato pazientemente i meccanismi del ‘condominio perfetto’, nella prima.

Il film, come dicevamo, si perde in una furia iconoclasta i cui motivi appaiono semplicemente futili ed egoistici: il discorso politico de Il condominio, come crogiolo delle tensioni e delle invidie di classe, si perde, in favore di una raccolta di situazioni paradossali e sordide, che forse fanno brillare il talento visionario di Wheatley,  ma certamente non aiutano la compattezza del film, che deraglia su molteplici binari morti.

Col risultato spiacevole di rappresentare, in fondo, solo un’occasione perduta.

High Rise 6

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