Venezia 2020. Cari compagni!

Cari compagni! **1/2

Ci fosse stato ancora Stalin!

E’ con questo rimpianto assai discutibile, che si chiude l’odissea di Lyudmilla, madre e funzionaria locale del Partito Comunista di Novocerkassk, un piccolo paese sul Don, teatro nel giugno del 1962 di una strage di operai da parte dell’esercito e del KGB, quando le proteste per il rincaro dei prezzi di alcuni beni di prima necessità, spinsero i lavoratori e i giovani del partito ad uno sciopero che si concluse con una manifestazione di piazza, repressa nel sangue.

Era l’URSS di Kruscev, della Guerra Fredda con l’America di Kennedy, ma anche dell’abiura dello stalinismo avvenuta durante il XX congresso del PCUS.

Tra gli operai e i manifestanti c’è anche la figlia di Lyudmilla, di cui si perdono le tracce nella lunga e concitata giornata.

L’ordine del segretario è quello di far sparire ogni traccia, gettare i corpi in tombe altrui, riasfaltare la piazza bagnata dal sangue, arrestare i feriti giunti in ospedale.

Quel primo giugno è come se non fosse mai esistito: i lavoratori di uno stato socialista non fanno sciopero, non manifestano contro il governo.

Lyudmilla, perso il marito a Kursk durante la guerra, vive con l’anziano padre e la figlia ed è l’amante del capo della sezione locale del partito. Per lei esiste solo l’ortodossia delle istituzioni di cui fa parte, i manifestanti sono solo criminali e sobillatori da punire severamente.

Quando tuttavia si accorge che il KGB ha identificato nella figlia proprio uno di quei ribelli, la faccenda diventa molto più personale.

Mano a mano che la sua ricerca disperata la trascina all’obitorio, in ospedale, dalle amiche, nelle stanze chiuse delle istituzioni, si accorge che il sistema che tanto fideisticamente ha sempre sostenuto e promosso le si sta rivoltando contro e una semplice protesta di popolo e di piazza diventa l’occasione per mostrare il volto più crudele e disumano di quella che si auto-proclama una democrazia, ma è molto lontana da quegli ideali.

Konchalovsky ha il pregio di ricostruire gli eventi di una strage occultata e dimenticata, che sono trent’anni dopo fu ufficialmente riconosciuta e solo a distanza di altri trenta ha trovato una sua rappresentazione cinematografica.

Solo che il lungo peregrinare di Lyudmilla non è particolarmente coinvolgente, il suo personaggio, come dimostra quella battuta finale che abbiamo ricordato all’inizio, non ha mai un percorso di reale cambiamento. L’orizzonte della sua vita è scandito dall’avvicendarsi delle politiche e dei leader di partito, se le riforme di Kruscev si dimostrano solo di facciata, allora forse era meglio il dittatore di prima, che almeno teneva bassi i prezzi anche dopo la fine della guerra.

Insomma: si stava meglio quando si stava peggio? No, non è proprio così.

E’ forse la consapevolezza che in quel contesto l’individuo non aveva alcun vero orizzonte morale. I buoni e i cattivi in questo film sono sempre strumenti di un potere, che mostra volti diversi a seconda della sua convenienza.

Nella piazza dove la mattina si è sparato sul popolo, la sera si balla il liscio. Tutto viene ricomposto, in un’aberrante rimozione collettiva.

Questo perchè non si mette mai in discussione l’ideale socialista, ma la fiducia di quella generazione nelle istituzioni e negli apparati che l’hanno resa reale è scemata, via via che la burocrazia, il controllo poliziesco e la real politik dei governi rinunciavano a qualsiasi idea di progresso, di riforme, di benessere.

Girato in un rigoroso bianco e nero, che tende ad appiattire tutto in un grigio indovinatissimo e in formato stretto, Cari compagni! non sembra volerci parlare del presente russo.

Volge invece il suo sguardo su un altro paese, su un’altra generazione: la sua e quella dei suoi padri, a cui appartengono Lyudmilla e l’agente Loginov che l’aiuta.

Da un regista di 83 anni, che ha attraversato quasi tutta la storia del suo paese dal secondo dopoguerra, ci saremmo aspettati forse qualcosa di meno accademico e manierato. Pur apprezzando il rigore e la giusta distanza, avremmo almeno evitato quella sorta di piccolo lieto fine, che suona un po’ forzato, anche se lascia il film in un nuovo limbo di incertezze e possibilità.

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