Venezia 2020. Non cadrà più la neve – Never Gonna Snow Again

Non cadrà più la neve – Never Gonna Snow Again **1/2

L’ottavo film della polacca Małgorzata Szumowska segna il suo ritorno in patria, dopo l’horror americano The Other Lamb.

Never Gonna Snow Again è ambientato quasi interamente in un complesso residenziale chiuso di Varsavia, dove ci sono solo ville bianche con tetti blu e vive una ricca borghesia, annoiata, fedifraga, spesso malinconica, che si affida alle cure di un massaggiatore ucraino, Zenyia, nato a Pripyat dove sorgeva la centrale di Chernobyl.

I suoi poteri taumaturgici e l’uso dell’ipnosi lo trasformano presto in una figura indispensabile nella piccola enclave, suscitando gelosie e desideri. La sera Zenyia ritorna al suo piccolo monolocale di periferia, sognando la madre, morta in mezzo alla neve radioattiva, al tempo dell’incidente.

Il film si muove lentamente: la routine del protagonista lo porta ad entrare in contatto con solitudini e infelicità. Tra i suoi clienti c’è una moglie trascurata, un uomo malato di tumore, un’intellettuale di mezza età, una donna sola che vive con i suoi tre carlini, infine un ex militare scontroso e prevaricatore.

La Szumowska sceglie l’accumulo e la ripetizione, lascia Zenyia in un limbo di possibilità, che non chiariscono mai davvero la sua identità.

E’ un angelo? un fantasma? un supereroe? O forse un semplice immigrato clandestino, come suggerisce il finale?

Non lo sapremo mai, non è importante.

Quello che conta è il viaggio attraverso le vite di un piccolo gruppo di infelici, che il denaro e l’ossessione per la sicurezza non ha reso meno insoddisfatti.

Solo che non siamo in Teorema di Pasolini e la presenza di Zenyia non scardina consuetudini, non rompe argini, non semina disordine, non usa il sesso, anzi, lo evita, nel tentativo di ricomporre, di riordinare, di aggiustare.

Never Gonna Snow Again è un film di solitudini, di abbandoni, che nascono forse dal disinteresse che ciascuno dei personaggi sembra provare per gli altri, per il prossimo.

Ed è anche un film che riconcilia con i propri cari, anche alla fine, anche nel momento dell’abbandono e della morte.

Zenyia ha gioco facile nell’entrare nelle vite degli altri, ma solo perchè è uno strumento che porta benessere, sia pure momentaneo, un uomo silenzioso che entra ed esce senza chiedere nulla e senza rivelare nulla di sè. Qualcuno dei suoi clienti si chiede se non sia solo un idiota, che non conosce nient’altro della vita, se non il suo lettino da massaggi.

Zenyia assomiglia forse a Chance il Giardiniere di Oltre il giardino. Qui tuttavia il protagonista non ha nemmeno la possibilità di venire equivocato, semplicemente perchè rimane sempre passivo quando le questioni si fanno più complicate. E’ come uno specchio che si limita ad osservare e riflettere, spesso da lontano, senza farsi coinvolgere.

E’ piuttosto evidente invece la dimensione spirituale del film, che pur adottando un tono leggero, sembra voler raccontare un’umanità povera di spirito e sopraffatta da un’insoddisfazione terrena, che neppure riesce a identificare.

Il film cerca di evitare la deriva predicatoria, ma lascia una sensazione di sospensione, che lo rende leggero come un fiocco di quella neve, che pare non cadrà più sulla terra dopo il 2025.

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