Venezia 2020. Lacci

Lacci **1/2

Napoli, primi anni ’80.

Aldo e Vanda ballano ad una festa, con i loro bambini.

Lui lavora a Roma, ha una trasmissione di libri alla radio, lei si prende cura dei loro figli, in una grande casa borghese nel centro storico di una città che il film lascia sempre sullo sfondo.

Uno sguardo, che sembra complice, li riporta a casa. Qui, messi a letto i figli, Aldo confessa a Vanda di averla tradita.

Il distacco non potrebbe essere più traumatico, soffocato dal carattere remissivo di lui e dall’impulsività generosa di lei.

Passano gli anni e Aldo e Vanda, ormai anziani, stanno ancora assieme senza essersi mai davvero capiti o perdonati. Un furto, che devasta la loro casa, sarà lo spunto per fare i conti ancora una volta con la propria infelicità.

Il film è costruito in modo da raccontare da due punti di vista diversi, il senso di quel tradimento sulla vita dei protagonisti, lasciando invece il terzo atto, la coda, ai due figli, ormai adulti, altrettanto irrisolti e rancorosi.

Tratto dal bel romanzo di Domenico Starnone, il film non riesce a restituire fino in fondo il mistero di un rapporto così fragile eppure così tenace al tempo stesso.

Lacci è il racconto di due caratteri incompatibili, irrisolti, che si sono costretti ad una convivenza sempre sospetta e priva di sincerità.

In nome forse di un’idea di famiglia, che non ha trovato in quel sacrificio alcun vero beneficio.

I quattro protagonisti si sono torturati tutta la vita e continuano a farlo ancora. Il film si chiude con una nuova tempesta in arrivo, probabilmente definitiva, se non fosse che il tempo ormai è passato e forse perduto.

Luchetti torna sui temi e sulle dinamiche familiari e sentimentali di Anni felici, il suo film autobiografico del 2014 e lo fa ancora una volta con lo sguardo del figlio, nonostante Lacci scelga di raccontare apparentemente dalla parte di lei e poi dalla parte di lui, con un riavvolgimento centrale che consente di accumulare linee narrative e che tuttavia ripercorre quasi sempre gli stessi eventi, muovendo così pochissimo la storia.

I figli tornano invece nel finale, come per chiarire che quella guerra feroce che Aldo e Vanda hanno combattuto nel corso di trent’anni, ha segnato profondamente anche loro, corpi contesi, usati e manipolati, ostaggi di una battaglia che forse non avrebbero voluto e che diventa la loro solo in extremis, con la carica liberatoria e la furia iconoclasta di chi ha troppo sofferto e troppo negato.

Il film di Luchetti trova spesso momenti di grande felicità espressiva, soprattutto nella prima parte, nel racconto di come la nuova relazione di Aldo con Lidia si scontri finanche fisicamente con quella del passato, probabilmente per l’incapacità del protagonista di fare una scelta, di capire davvero la portata dei suoi sentimenti e il valore dei suoi impegni.

Come dirà Aldo alla fine, “in una relazione bisogna parlare poco e cercare spesso il silenzio”. E’ stata questa la sua scelta. Reprimere i propri desideri all’interno di un rapporto consolidato, tradizionale. In cui il dover essere ha fatto gioco su tutto.

Accumulando tuttavia rimpianti e rancori, che hanno finito per distruggere e disgregare i quattro protagonisti ancora di più.

Sullo sfondo resta invece Lidia, la giovane collega di cui Aldo si innamora perdutamente, che resta inchiodata ad un’immagine di eterna gioventù, di dolcezza comprensiva e idealizzata, di sessualità esplicita e sfuggente.

Un’immagine che pure i figli di Aldo conservano con un misto di rimpianto e curiosità.

E’ piuttosto evidente che Luchetti abbia trovato nel romanzo di Starnone il filo di un discorso iniziato e interrotto all’interno del suo cinema. Un lavoro che scava in profondità, che non teme di confrontarsi con la complessità dei sentimenti e con le contraddizioni che ogni rottura porta con sè, nel tentativo impossibile si seguire la passione e di mantenere fede alla parola data, per onestà, per responsabilità, per onore forse.

Non tutto il cast funziona: Alba Rohrwacher è anche questa volta piuttosto opaca e fuori fuoco, soprattutto nel confronto con la Lidia di Linda Caridi, assolutamente perfetta nel ruolo idealizzato dell’amante. Mentre Lo Cascio anche fisicamente abita il personaggio di Aldo con la giusta tensione.

Sorprendente invece Giovanna Mezzogiorno, nel ruolo della figlia adulta, livorosa, amara e vendicativa.

Nella colonna sonora, Luchetti evita l’effetto compilation degli anni ’80 ed evita ogni oleografia napoletana, scegliendo brani di musica classica e Letkiss dell’Orchestra di Roberto Delgado, una marcetta tradizionale, che ritorna più volte e restituisce tutta la solennità tragicomica della situazione.

Il film cerca di restituire la confusione sentimentale dei due protagonisti attraverso gli anni: due personaggi incapaci di esprimere davvero i propri desideri, sia pure per motivi diversi: non sempre ci riesce, perchè quello che arricchisce la prosa di un romanzo non sempre trova nelle immagini il suo adeguato correlativo oggettivo.

Lacci resta così un po’ irrisolto, sia pure nel tentativo onesto di trasporre il lavoro di Starnone e il rimpianto dei suoi personaggi.

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