Venezia 2020. Honey Cigar

Honey Cigar *1/2

Le Giornate degli Autori, dirette per a prima volta da Gaia Furrer, debuttano orgogliosamente con l’opera prima di una regista franco-algerina, Kamir Ainouz, la sorella quasi omonima del regista di La vita invisibile di Euridice Gusmao.

Solo che questo Cigare au miel è il solito coming of age al femminile, ambientato nei primi anni ’90 all’interno di una borghesissima famiglia francese, di origini algerine, in cui la giovane Selma si trova a dover fronteggiare la rivendicazione orgogliosa delle proprie origini, con un’indipendenza che quella stessa cultura ancora nega, le pulsioni adolescenziali e la legge del desiderio, con l’onore della famiglia.

Sullo sfondo la guerra civile algerina, con la radicalizzazione islamista e il terrorismo interno che avanza.

Selma ha deciso di frequentare un istituto commerciale invece di un prestigioso liceo parigino e si invaghisce di un ragazzo che viene dalle case popolari della banlieu. Nel frattempo i suoi genitori, il padre avvocato e la madre, già ginecologa, senza voler imporglielo formalmente, spingono perchè frequenti il figlio di un amico banchiere, che lavora nella finanza in Deutsche Bank.

La vita sessuale e sentimentale di Selma è un disastro, che deve fare i conti anche con la cultura patriarcale islamica, che sia pure molto annacquata, resiste nei suoi genitori

Il film strizza l’occhio alle questioni molto più calde del consenso, del women empowerment e ha la stessa disordinata confusione della sua protagonista.

La regia della Ainouz è fragile, senza qualità, procede spesso per episodi slegati: la scrittura risente fin troppo di esperienze probabilmente autobiografiche, la dimensione privata e quella politica non riescono mai a dialogare e il film si rivela un tentativo molto acerbo, che assomiglia a molti altri e non ha nessuna vera qualità da mostrare.

Nonostante la lunga esperienza a Los Angeles alla UCLA, la scrittura della Ainouz è ancora meno efficace della sua regia, costruendo personaggi, che sembrano sempre cliché risaputi, che ai festival abbiamo visto ormai infinite volte.

Neppure il contesto autobiografico e altoborghese e parigino sembra aiutare un racconto sempre chiuso in interni e sempre addosso ai suoi personaggi, che si apre al paesaggio solo quando Selma e i genitori raggiungono la Cabilia algerina. Quasi che fosse il ritorno nella terra d’origine, assediata dai terroristi l’unico modo per sfuggire all’esilio dorato francese.

Il titolo che si riferisce ad un dolce tipico locale, è un altro indizio che suggerisce questa lettura.

In un film che si dimentica velocemente,lascia un segno la giovane protagonista, Zoé Adjani, che ha un viso interessante, una fisicità che il film è sempre troppo timido nel valorizzare e che riesce a trovare momenti di verità, in un film che appare sempre troppo costruito e programmatico.

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