Venezia 2020. Apples

Apples **1/2

Una casa vuota, un uomo sbatte la testa contro il muro, poi esce di casa, acquista dei girasoli e sale su un autobus.

Lo ritroviamo al capolinea, non ricorda più il suo nome, non ha documenti con sè, ha perso il senso delle cose.

E’ solo l’ultima delle vittime di una pandemia che ha trovato in un’amnesia improvvisa e irrecuperabile, la sua forma più devastante di contagio.

Viene così accolto in una struttura ospedaliera, dove cercano di capire le sue possibilità di recupero e alla fine gli assegnano una casa nuova e una nuova identità da ricostruire da capo.

Attraverso una serie di audiocassette e con una polaroid, il protagonista dovrà ricominciare a vivere, in una piccola casa nuova, costruendosi esperienze nuove, da tornare ad andare in bicicletta, a trascorrere una serata in un night club, dal conoscere nuove persone a schiantarsi con l’auto contro un albero.

Sulla strada di questo curioso percorso riabilitativo, il nostro eroe triste incontra un’altra paziente, armata di una polaroid identica che lo anticipa nello stesso percorso e nelle stesse prove.

Quando si accorge quindi che il loro rapporto potrebbe essere solo un altro passaggio dell’esperimento sociale suggerito dai dottori, che li hanno in cura, tronca ogni rapporto con lei.

Il film di Christos Nikou, il primo presentato alla stampa della 77° Mostra del Cinema di Venezia, sembra inserirsi perfettamente nel quadro angoscioso del cinema greco contemporaneo, seguendo le orme di Lanthimos, Avranas, Zois, Tsangari.

Eppure Apples ha una sua originalità e urgenza narrativa, sia perchè racconta metaforicamente la perdita d’identità collettiva e il tentativo di ricominciare da capo, tornando ad imparare tutto e a stimolare inconscio e sentimenti in modo meccanico e ossessivo, sia perchè lo fa, mettendo al centro della scena una inspiegabile pandemia, che colpisce senza apparente motivo e senza manifestarsi con sintomi precedenti.

Ma la storia di Apples non si riduce ad un impeccabile e crudele gioco formale, dal timing fortunosamente indovinato, ma va alla radice di un dolore molto più personale e intimo. In cui il desiderio di ricominciare da zero si scontra con il peso del passato e delle responsabilità, da cui si vorrebbe evadere.

Nikou sembra dirci che l’idea del nuovo inizio non può funzionare davvero, che la consapevolezza di sè, dei propri lutti, delle proprie strazianti malinconie sono le fondamenta da cui ripartire, senza scorciatoie e senza finzioni.

Il film ci invita a fare i conti con noi stessi, con quello che siamo stati. Sia personalmente, sia forse come Paese. Il passato non si cancella con un colpo di spugna e il futuro non si può scrivere senza conoscere il percorso fatto.

Rispetto alla new wave greca, Apples lascia sullo sfondo ogni crudeltà, ogni tormento allo spettatore e riduce al minimo anche gli elementi surreali, limitandosi ad inquadrare un passato prossimo, con una tecnologia ancora analogica, scegliendo anche un quadro stretto, documentaristico, che isola il protagonista e gli altri personaggi all’interno degli ambienti, chiudendoli così in un piccolo mondo asfittico.

Particolarmente indovinato Aris Servelatis nel ruolo principale, con la sua barba ispida, il suo fisico scarnificato, lo sguardo sempre languido e spiritato, di chi non sa o vorrebbe non sapere.

Sorprendente.

2 pensieri riguardo “Venezia 2020. Apples”

  1. Strano che nella recensione non c’è la descrizione di niente di “stonato”, si conclude addirittura con un “Sorprendente” e poi il voto è 2 stelle e mezzo. Anche a me il film ha sorpreso e sono d’accordo in tutto e per tutto con quanto esposto nella recensione, concordo col fatto che il film “non si riduce..ad un crudele gioco formale,..ma va alla radice di un dolore molto più personale e intimo” condivido il pensiero che “il film ci invita a fare i conti con noi stessi” e concordo col fatto che il protagonista è particolarmente azzeccato, ma proprio e anche per tutto questo gli attribuisco e gli attribuirei almeno 4 stelle. Grazie. Yari

    1. Yari, ti ringrazio del tuo contributo: come sempre il giudizio con le stellette può essere discutibile. Quello a cui teniamo di più, qui a Stanze di Cinema, è invece che le nostre recensioni siano argomentate, forniscano una chiave interpretativa, aiutino chi ha visto il film a individuarne percorsi, forme, temi. Speriamo di esserci riusciti anche questa volta, ma come puoi immaginare, durante un festival i film si susseguono e si accavallano, lasciando uno spazio minimo alla riflessione e alla cura dei pezzi. E’ più facile sbagliare, farsi spingere dall’emotività e non mettere la giusta distanza necessaria ad una valutazione obiettiva.

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