Gangs of London: adrenalina ed emozioni forti in una storia che appassiona, ma senza originalità

Gangs of London **1/2

Tra i Wallace ed i Dumani c’è qualcosa di più di una solida alleanza, il loro rapporto è così stretto che entrambi utilizzano il termine famiglia per descriversi. E’ stata l’amicizia tra Finn Wallace (Colm Meaney) ed Ed Dumani (Lucian Msamati) ad originare tutto: insieme, un irlandese ed un afroamericano, hanno scalato le gerarchie del crimine, fino ad arrivare a costruire i grattacieli più alti ed appariscenti della city. “Un giorno nessuna porta ci sarà chiusa” era l’obiettivo che i due si erano prefissati e che avrebbero raggiunto creando un impero in grado di garantire un futuro prospero alle rispettive famiglie ed un contesto sicuro per i loro investitori. L’assassinio di Finn rompe questo equilibrio e scatena non solo la lotta con le altre famiglie che si spartiscono le attività criminali in città, ma la caccia ai mandanti ed agli esecutori materiali dell’assassinio finisce con il mettere i Wallace contro i Dumani. Sulle tracce della famiglia Wallace c’è anche la polizia: l’agente Elliot Carter (Sope Dirisu) si è infiltrato tra i membri della sicurezza e si è guadagnato la fiducia dell’erede designato, Sean Wallace (Joe Cole), salvandogli la vita in un attentato. La spirale di violenza è solo all’inizio ed è destinata a travolgere progressivamente tutto e tutti, anche chi vorrebbe costruire per sé e per i propri figli un mondo diverso.

I punti di forza di questa produzione Sky Original sono certamente il ritmo frenetico e la suspence diffusi lungo tutto l’arco dei nove episodi, con un’impennata finale che tiene lo spettatore incollato allo schermo. Tutta la parte action è interpretata in modo ottimale, con tempi e ritmo che non lasciano tregua ed una dose massiccia di violenza, peraltro a volte un po’ gratuita. Dove invece la serie presta il fianco alle critiche è in alcune scelte narrative semplicistiche che sacrificano, soprattutto nel concitato finale, la verosimiglianza e la credibilità degli eventi. L’escalation di violenza e ritorsioni supera il livello accettabile e di conseguenza se mantiene lo spettatore con livelli di adrenalina altissimi, finisce però con il fargli perdere contatto con la realtà e quindi depotenzia la negoziazione. La preponderanza dell’azione finisce anche con il limitare la parte drammatica, impedendo ai personaggi di essere qualcosa di più di un carattere che assolve ad un compito: la combattente per l’indipendenza del popolo kurdo disponibile a tutto pur di finanziare la guerra di liberazione dei suoi connazionali, la figlia che non vuole aver niente a che spartire con gli affari di famiglia e sceglie una vita semplice ed isolata, il poliziotto ferito dalla morte della moglie e del figlio in un incidente d’auto che si innamora della figlia del gangster … insomma ci sono troppi personaggi che finiscono con l’assumere ruoli stereotipati che, anche se interpretati con dignità e professionalità, non lasciano spazio ad un approfondimento drammatico.

Discorso analogo si può fare per i temi al centro della rappresentazione, sacrificati in favore della suspense. Uno dei più interessanti tra quelli esplorati è il rapporto tra padri e figli: ci sono diverse declinazioni del rapporto, ma le differenze sono troppo esili per essere veramente significative. Complessivamente il quadro è quello di padri padroni che vedono nei figli un’estensione del proprio ego, una versione aggiornata del proprio sé. In apparenza Sean Wallace non è diverso dal padre Finn così come Alexander non lo è da Ed Dumani: cambiano gli strumenti, non la sostanza. Il rapporto tra genitori e figli viene descritto solo in funzione del gioco di potere e di caccia ai mandanti dell’omicidio di Finn, mai come elemento drammatico a sé stante, con uno spessore capace di influenzare la trama principale e non di esserne fagocitato. Nel drammatico episodio finale sembra però che qualcosa si sia incrinato e da Sean viene un discorso nuovo, che intende prendere le distanze dalla corruzione e dai soprusi compiuti dai rispettivi genitori. Un nuovo mondo è davvero possibile? Possono Alexander e Sean dimostrare di essere diversi?

Da un punto di vista sociologico possiamo trovare conferma di quella società senza autorità morali e con leader deboli di cui abbiamo parlato nel raccontare altre serie televisive, come Killing Eve o His Dark Materials. Tra queste potremmo annoverare anche Better Call Saul, per quanto nella serie ideata da Vince Gilligan la questione si allarghi fino a comprendere in senso lato le elite culturali e professionali. Alla società contemporanea mancano i padri e le serie Tv sembrano volercelo ricordare anche perché in questo momento drammatico più che in altri è proprio l’inadeguatezza della classe dirigente ad emergere in modo eclatante. Il fallimento dei padri è soprattutto il fallimento di una generazione che ha costruito opere mirabili, come  i grattacieli dei Wallace, ma sulla sabbia: creazioni basate su fondamenta fragili, spazzate via al primo soffio di una minaccia pandemica o di un attacco terroristico. La risposta a questa inadeguatezza, al tradimento delle proprie responsabilità verso le generazioni future passa dal ripiegamento su se stessi, mettendo in discussione anche il proprio stesso  nucleo familiare. Un atteggiamento per molti aspetti tipico dell’adolescenza e che viene descritto in modo mirabile in The End of This F***ing World. Se nella serie di  Jonathan Entwistle questa critica sfiora il nichilismo, in un’opera come Gangs of London è utilizzata a vantaggio della trama, senza un reale intento di analisi sociale. Emerge però con chiarezza la visione  di una società svuotata, priva di valori proprio come i grattacieli non ancora inaugurati ed il cui destino sarà quello di cadere a pezzi.

Una struttura concentrata esclusivamente sull’azione rischia di andare in crisi sulla lunga distanza ed infatti la sensazione è che gli ultimi episodi soffrano maggiormente lo sfilacciamento della trama ed il tentativo di continuare ad alzare l’asticella della tensione.  Per quanto tecnicamente ineccepibile è proprio la scrittura il punto debole che impedisce a questa prima stagione dello show di lasciare il segno.

Speriamo che la seconda stagione consenta quel salto di qualità che i mezzi a disposizione della produzione lasciano sperare.

Titolo originale: Gangs of London
Durata media degli episodi: 60 minuti
Numero degli episodi: 9
Distribuzione streaming: Sky Atlantic
Genere: thriller drama crime

Consigliato: a chi ama l’azione, la suspence e la violenza.

Sconsigliato: a chi ama le serie con una parte drammatica articolata ed una sceneggiatura senza facili concessioni all’azione.

Visioni parallele: un’altra famiglia di gangster protagonista di una delle migliori serie targate Netflix, Peaky Blinders. E’ arrivata alla quinta stagione la storia del successo della famiglia Shelby, che inizia  la scalata dai bassifondi di Birmingham per arrivare, tra sparatorie e scommesse illegali, alla Camera dei Comuni dove il capofamiglia, Tommy, incontra nientemeno che Winston Churchill. Al di là delle interpretazioni e della trama avvincente, la serie è riuscita con il passare delle stagioni a inserire le vicende degli Shelby in un quadro storico più ampio che ha descritto con efficacia il particolare periodo a cavallo tra le due Guerre Mondiali.

Un’immagine: nell’episodio finale, quando Elliot spunta da un cancelletto secondario in una stazione della metropolitana londinese. E’ come aver oltrepassato una soglia, segreta ma vicinissima, che separa quotidianamente la vita delle persone normali dalle forze oscure del potere. Elliot diventa un uomo nella folla, solo apparentemente uno dei tanti passeggeri della frenetica metropolitana di Londra.

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