The End of The F***ing World: un sapore di zucchero e aceto

Parlando di una possibile seconda stagione della serie, il regista Jonathan Entwistle ha dichiarato che:

“Per me, il punto fondamentale sono James e Alyssa e credo che lo sia anche per le persone che guardano la serie. Penso che la seconda stagione dovrebbe parlare di questo”.

Una frase che descrive perfettamente The End Of The F***Ing World, otto brevi episodi scritti da Charlie Covell, attrice e autrice britannica e basati sulla serie a fumetti di Charles S. Forsman.

James e Alyssa sono due mondi ricchissimi di contrasti tonali, come del resto lo sono quasi sempre gli adolescenti; mine vaganti in un universo di adulti inquadrati, i due ragazzi si trovano impantanati in una tristezza densa e appiccicosa. Il folgorante inizio di Anna Karenina, “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” si adatta perfettamente ai nostri due protagonisti. Hanno storie e situazioni famigliari diverse, ma entrambi condividono una profonda infelicità. La storia di questo incontro appartiene, per età e caratteristiche dei personaggi, ad un bildungsroman su cui si innestano generi diversi, dalla black comedy al road movie, dallo splatter alla commedia romantica. Il tutto però sempre partendo da loro, da James e Alyssa, interpretati rispettivamente da Alex Lawther (Black Mirror, terza stagione, episodio ‘Shut Up and dance’) e Jessica Barden (Penny Dreadful) che riescono a rendere i due personaggi vivi e presenti senza cadere in facili stereotipi. Più che alle vicende, è al mondo interiore dei due ragazzini che lo spettatore si affeziona e ad essi si avvicina così tanto da non poterli più giudicare e da sentire come un’insopportabile sovrastruttura il principio, alla base della vita adulta e della società, che ogni azione ha delle conseguenze di cui bisogna portare il peso. La seconda parte della vicenda, perché di una storia in sé conclusa si tratta, è tutta basata sulle conseguenze delle azioni dei due ragazzini. Una caccia all’uomo che ci ha convinto poco: quello che conta per i due ragazzini nella prima parte è fuggire, correre via: nella seconda questo anelito è ridotto ad un banale scappare. Scappare da qualcuno e non fuggire da un modo di essere e di intendere la vita.

Allo spettatore in certi momenti manca il fiato per la nostalgia di quell’età in cui le emozioni sono tristi e le giornate sono percorse da un costante senso di disagio e di inadeguatezza che però è molto meno soffocante della vita adulta, quando la strada è univoca e tracciata.

Le domande su cosa è giusto e sbagliato riecheggiano nella mente dopo che l’ultimo fotogramma della storia è passato sullo schermo. A riguardo un episodio ci sembra significativo, quello in cui una guardia blocca Alyssa che sta cercando di rubare delle mutandine. La tratta con educazione, non ha la minima intenzione di abusare del proprio potere e rifiuta perentoriamente ogni accusa della ragazza di voler far sesso con lei. “Io il sesso lo faccio con mia moglie” le risponde con disarmante semplicità. Nel frattempo in negozio scompare una bambina ed è costretto ad allontanarsi, lasciando Alyssa da sola. Lei scappa. Esce dal negozio, ma voltato l’angolo incontra proprio la bambina scomparsa. E la riporta indietro. Quando, dopo aver restituito la bambina al padre, la guardia si ritrova con Alyssa le offre qualche biscotto, ci pensa un po’ su ed infine la lascia andare. Lei uscendo ruba ancora un reggiseno, poi però si ferma e si chiede “Cosa sto facendo?”. Il gesto della guardia ha rotto l’incantesimo, le ha aperto gli occhi e le consente finalmente di sentire l’affetto che prova per James.

Tutti i personaggi ci appaiono umanissimi nelle loro parabole e soprattutto nelle loro disarmanti fragilità che a volte vengono comprese dai due ragazzini (James capisce solo con il tempo il motivo per cui il padre non sta mai zitto e quanto possa fare paura il silenzio ad un uomo) a volte restano incomprese (il desiderio di una famiglia perfetta da parte della madre di Alyssa). Anche se il mondo degli adulti appare irrimediabilmente ingrigito dai compromessi che ciascuno deve fare con se stesso e con gli altri per sopravvivere, non è corretto dire che tutti gli adulti ne escono male. Non è così, ci sono sfumature e differenze. Si pensi a personaggi positivi nel loro modo di essere come la guardia, di cui abbiamo già detto; come la poliziotta che sola sembra capire i due ragazzi; come la madre del professore ucciso da James e Alyssa che, dopo aver nascosto le foto compromettenti delle torture fatte dal figlio su diverse donne, consegna alla polizia la videocamera con le immagini delle stesse. Anche il padre di James è in realtà molto meno negativo di come appare all’inizio della vicenda, quando non sappiamo niente di lui e della ragione dei suoi comportamenti.

La serie è una pillola agrodolce, di cui si apprezza in particolare la compattezza della struttura narrativa, perfettamente chiusa in se stessa e l’ottima recitazione dei due protagonisti. Alex Lawther riesce a far vivere un personaggio che comunica, prima ancora che con le parole, attraverso la gestualità corporea, Jessica Barden sa rendere con lo sguardo tutta la gamma emotiva di una diciassettenne, esprimendo con efficacia una sensualità fragile e ancora alla ricerca di se stessa.

La fotografia sa adeguarsi con efficacia ai cambiamenti di atmosfera, in modo particolare negli ultimi episodi, quando i due ragazzi attraversano paesaggi aperti e marini in cui avviene l’incontro con il controcorrente Leslie.

La colonna sonora vintage accompagna il viaggio e lo sostiene, attraversando diverse tonalità e nel complesso contribuendo in modo significativo a quel mix di generi dal sapore agrodolce che è la sintesi più efficace della serie.

L’eccessivo peso dato al tema della caccia all’uomo nella seconda parte della serie fa scorgere qualche crepa nella granitica compattezza narrativa all’opera: non ci sembra che il problema sia però la brevità complessiva (otto episodi da 20 minuti l’uno) quanto piuttosto un eccessivo accumulo di situazioni che conduce ad un finale un poco frettoloso. L’essenzialità della prima parte nasce proprio dal fatto che non cerca l’universo fuori dai due protagonisti, ma dentro di loro: quello che c’è dentro di loro è certamente più bello e più profondo di quello che possiamo trovare fuori.

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