The Burnt Orange Heresy

The Burnt Orange Heresy **

A dieci anni di distanza da La doppia ora, Giuseppe Capotondi torna alla regia e porta alla Mostra l’adattamento di un romanzo di Charles Willeford del 1971, Il quadro eretico, scritto da Scott B.Smith (A Simple Plan).

The Burnt Orange Heresy è un thriller rarefatto, ambientato nel mondo dell’arte contemporanea.

James Figueras è un critico inglese che vive a Milano: lo vediamo mentre prova e poi tiene una carismatica lezione davanti ad un gruppo di turisti in una piccola associazione culturale.

L’americana Berenice Hollis ne rimane affascinata e ci finisce a letto. Figueras la porta con sè sul lago di Como, nella grande villa di un famoso collezionista d’arte, James Cassidy, che lo ha invitato ad un incontro inatteso.

Sulle rive placide del lago, Cassidy ospita un anziano notissimo artista, Jerome Debney, che è lontano dalle luci della ribalta da molti decenni e vive recluso e invisibile al mondo.

Scopriamo che Figueras è caduto in disgrazia per aver gestito con leggerezza i fondi di un museo. Cassidy gli consentirà di intervistare Debney, in modo che possa dare una svolta alla sua carriera, purchè il critico gli assicuri con ogni mezzo, una delle ultime opere dell’artista, che non mostra il suo lavoro da decenni e il cui atelier parigini è da poco andato a fuoco, distruggendo tutti i suoi ultimi lavori.

L’incontro tra Figueras e Debney viene addolcito dalla presenza di Berenice, ma non tutto va come immaginato…

Il film di Capotondi comincia con un’apologia del ruolo del critico e finisce con un ritratto, che assomiglia tanto ad un ultima beffa dell’artista nei suoi riguardi.

Nel mezzo c’è un lavoro che sembra incerto nei suoi passi: quasi tutto ambientato nella grande villa di Cassidy sul Lago di Como, nel parco che la circonda e nel capanno dove ospita l’artista recluso, The Burnt Orange Heresy ci mette molto a scoprire le sue carte.

Tutto il lunghissimo primo atto è un gioco di attese e di scoperte. I personaggi si scoprono diversi da quelli che abbiamo immginato. Ciascuno nasconde un’oscurità, che finisce per avere la meglio sul resto e aggiunge combustibile all’incendio che sta per scoppiare proprio alla fine del secondo atto, trascinando il film verso un finale inatteso e assai più cruento di quanto facciano immaginare gli ambienti rarefatti, i modi affettati, le bellezze in cui tutti sembrano immergersi.

Passioni, desideri, violenza, ricatto, morte, senso di colpa: una linea di sangue, che scorre sotterranea, in un racconto spesso anemico e che esplode improvvisamente, rivoltando le attese.

Alla fine l’unico ad uscirne davvero vincitore è Cassidy, ovvero colui che, conoscendo le debolezze altrui, ha saputo sfruttarle a suo esclusivo vantaggio.

Torniamo quindi alle parole di Figueras, nella sua prima lezione, che apre il film: cos’è davvero importante, la verità o il racconto? La volontà dell’artista o quello che il resto del mondo dell’arte gli costruisce attorno?

Claes Bang, già protagonista di The Square, si muove negli stessi ambienti ovattati, regalando al suo personaggio quella giusta ambiguità. E’ invece meno efficace nel finale, quando il senso di colpa sembra avere la meglio sui suoi timori.

Elizabeth Debicki, lanciatisisma protagonista di Tenet e delle prossime stagioni di The Crown nei panni di Lady D, è altrettanto indovinata, nel ruolo di Berenice, che fa da compasso morale per il protagonista e gli altri uomini della storia.

Assolutamente perfetto l’anziano Donald Sutherland, nei panni eccentrici dell’artista e giustamente mefistofelico Mick Jagger, in quelli del mercante d’arte, deciso a tutto pur di ottenere quello che desidera.

L’opera seconda di Capotondi, dopo aver chiuso la 76° Mostra di Venezia, si è perduta in questa lunga stagione di chiusure cinematografiche e distribuzioni incerte. Non sembra avere tuttavia gambe sufficientemente solide, per farsi strada nel panorama devastato e rinnovato del nostro cinema post-coronavirus.

Molto più semplice recuperarlo un sabato pomeriggio su qualche piattaforma streaming: il luogo che sembra ormai deputato ad accogliere questo cinema medio, che lambisce il genere, professionale e capace di intrattenere e che sempre più difficilmente potrà trovare spazio nelle sale.

Ancora inedito in Italia.

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