Tenet

Tenet **

“Don’t Try To Understand It. Feel It”

L’Opera House di Kiev viene assaltata da un gruppo di terroristi, in cerca di plutonio: la CIA e gli operativi ucraini cercano di sventare la minaccia, che si rileva tuttavia solo un diversivo, per esfiltrare un agente smascherato. 

Il Protagonista capisce che qualcosa non va per il verso giusto, ma non ha il tempo di chiedersi il perchè: prima salvato da un uomo mascherato, poi rapito dal gruppo dei terroristi, che gli chiedono di confessare i suoi segreti: pur di non parlare, preferisce ingerire la pillola suicida.

Non muore, ma si risveglia su una nave mercantile, diretta su una piattaforma eolica in mezzo all’oceano. L’assalto all’Opera House era solo una prova, che il Protagonista ha brillantemente superato e viene così reclutato da un’agenzia segreta, che gli consegna solo una parola: TENET.

Quando viene trasferito in una location protetta, gli viene mostrato l’arcano e la sua nuova missione. Una tecnologia del futuro consente di alterare l’entropia di oggetti e persone, in modo che procedano al contrario, rispetto al nostro tempo ordinario: un’inversione, che ha causato una catastrofe su tutto il pianeta. Al Protagonista spetta il compito di evitarla.

Dal futuro le due forze che si contrappongono cercano così di alterare il passato, per confermare o evitare il conflitto.

Il Protagonista si mette quindi in contatto con un intermediario, Neil, che dovrebbe aiutarlo ad incontrare il trafficante d’armi indiano, da cui proviene la pallottola invertita, che ha raccolto a Kiev.

A Mumbai l’assalto al palazzo di Priya avviene con una catapulta e col bungee jumping. Ma l’armatrice si rivela un’alleata e chi sta davvero muovendo la scacchiera col futuro è il magnate russo Andrei Sator.

Grazie all’intervento dell’intelligence inglese, che ha il volto imperturbabile e lo humor glaciale di Michel Caine, il Protagonista viene incaricato di avvicinare Sator, attraverso il suo punto debole, la moglie Kat, mercante d’arte, che è ormai del tutto estranea al marito, ma che gli rimane accanto, per non perdere l’amore di suo figlio.

L’azione si sposta quindi all’aeroporto di Oslo, a Ravello e nelle acque della Costiera, sulle strade europee, quindi in una città fantasma dell’Ex Unione Sovietica.

Tuttavia la fine non è che l’inizio. Come in ogni palindromo.

Mai come questa volta lasciamo a voi il piacere di scoprire dove la fantasia di Nolan trasporterà i suoi personaggi, ma non per il timore di svelare spoiler inesistenti, ma semplicemente perchè dopo circa un’ora il film si fa talmente intricato e contorto, da non poter essere raccontato se non con un’enorme e forse inutile approssimazione.

L’unica cosa che possiamo dire è che verrà usata più volte quello che nel film chiamano movimento a tenaglia temporale, ovvero arrivare sul luogo di un evento da due direzioni temporali diverse, sfruttando così le informazioni e le possibilità del passato e del futuro.

Solo che annullare il principio di causa ed effetto finisce per sterilizzare la suspense e il senso di pericolo del racconto e non risolve il problema che si pone quando il sè futuro incontra quello del passato.

Tutto nasce, secondo quanto ha riferito il regista, da suggestioni della fisica e della meccanica quantistica e dagli studi di Kip Thorne, nonchè dal quadrato del Sator, un palindromo perfetto che compare a Pompei e in molti ritrovamenti dell’antichità e le cui cinque parole ricorrono nel titolo, nei luoghi e nei personaggi del film.

Dal punto di vista cinematografico invece l’idea del montaggio inverso risale ai Lumière stessi e al loro Démolition d’un mur.

Nolan ha lavorato per sei-sette anni alla sceneggiatura di Tenet prima di proporlo alla Warner, che deve aver approvato il film sulla fiducia, perchè tutte le sue qualità risiedono nei suoi visionari set d’azione e assai poco nello script, nei personaggi o nell’arco narrativo, che apparirebbero probabilmente confusi e inconsistenti alla lettura.

Peraltro, ridotto a puro meccanismo d’azione, il plot è anche piuttosto semplice e riassumibile nelle famose venti parole: il Protagonista e i suoi alleati combattono una lotta contro il tempo, per evitare che un algoritmo, che può invertire l’entropia del mondo e i cui pezzi sono stati nascosti nel passato, cada nelle mani sbagliate.

Quello che avviene sullo schermo è invece molto più complicato. Nolan in almeno tre occasioni cerca di spiegarlo, nei dialoghi che il Protagonista ha con il fisico dell’agenzia, quindi con Neil, infine con Kat, ma poi strada facendo ci rinuncia, perchè più lo si spiega, meno lo si comprende.

Al centro del film non ci sono dunque le spiegazioni, ma l’azione. Non c’è neppure un vero conflitto, nè veri personaggi, ma solo archetipi narrativi da vecchio film di spie, che si muovono proprio come dovrebbero, solo che questa volta giocano anche col tempo, avanti e indietro.

I pochissimi dialoghi didascalici e l’assenza di qualsiasi informazione sul loro passato non aiutano certo i quattro attori protagonisti, che cercano di cavarsela come possono, ovvero col proprio carisma, che peraltro non è molto evidente nè nel giovane Washington, che appare sempre un po’ fuori parte, nell’abito sbagliato – come gli fa notare Michael Caine – nè nella Debicki, ridotta al cliché della vittima, che fa sempre la cosa sbagliata, e neppure in Branagh, che cerca di fare la sua migliore interpretazione dell’accento inimitabile di Werner Herzog, ma con risultati modesti.

E’ invece Pattinson ad uscirne vincitore, grazie al modo sempre ironico e scanzonato con cui interpreta il ruolo di chi sa e non può dire. Evidentemente è l’unico ad aver capito davvero lo script di Nolan, recitandolo con quella leggerezza, che invece manca del tutto negli altri, ingabbiati dalle oscure elucubrazioni sui paradossi spazio-temporali.

Perchè alla fine Tenet, nonostante i suoi paesaggi enormi e complicati, è semplicemente un’altra avventura alla James Bond, in cui tutto quello che bisogna fare è forzare porte, rubare segreti, fare a botte, sparare ai nemici e far saltare tutto per aria.

Se lo stile è immacolato, impeccabile e professionale, la storia zoppica, i personaggi sono sottili, la morale è confusa. Nolan immagina una tecnologia impossibile, ma poi non ha il coraggio di esplorarne fino in fondo le conseguenze e le implicazioni più profonde, facendone solo un meccanismo d’innesco per l’azione e per stupire lo spettatore, inventando scene e set letteralmente incredibili, come nello schianto del 747 all’aeroporto di Oslo, su cui torna due volte da due prospettive diverse, ugualmente spettacolari.

La guerra del futuro al presente, in nome di una sostenibilità ambientale risolta con il genocidio – un po’ come avviene in Infinity War – non è mai davvero esplicitata. Il caos e la distruzione di un possibile conflitto sono solo evocati e mai mostrati.

L’idea dell’inversione, peraltro, funziona meglio nelle singole scene che sul piano più strettamente narrativo, un po’ come accadeva in Inception. Anche nel film di dieci anni fa, che pure creava una originalissima architettura del mondo dei sogni, le scene che poi tutti ricordavano sono quella delle strade di Parigi che si ripiegano su se stesse e della lotta nei corridoi senza gravità di un hotel.

Così, anche in Tenet, le questioni enormi sulla continuità e i paradossi spazio-temporali restano sullo sfondo e restano quasi solo gli inseguimenti autostradali o i corpo a corpo in un nuovo corridoio, questa volta all’interno di caveau all’aeroporto.

Tenet insomma acquista senso solo nella sua essenza puramente cinematografica: nello score percussivo e assillante di Ludwig Goransson, nel montaggio spettacolare e millimetrico di Jennifer Lame, nella fotografia metallica e ferrosa di Hoyte Von Hoytema, nei costumi immacolati di Jeffrey Kurland.

Ed è per questo forse che Nolan ha tanto insistito con la Warner per far uscire il suo film esclusivamente nelle sale. Non so dire se sarà sufficiente a salvare la stagione cinematografica più tragica dal secondo dopoguerra.

Il gioco funziona solo se si rimane in superficie e se si accetta, fino in fondo, l’eterno patto tra autore e spettatore, sospendendo del tutto ogni incredulità. Nel momento in cui si smette di interrogarsi sul come e sul perchè e ci si abbandona all’azione per l’azione, allora forse ci si può anche divertire.

Tuttavia l’ossessione di Nolan per il tempo e la sua manipolazione aveva trovato in passato esiti assai più significativi: il suo grande film sull’inversione è Memento, a cui bastavano una polaroid e lo spirito noir, quello sulla continuità e sul doppio è The Prestige, forse ancora oggi il suo lavoro più felice, il dialogo col futuro era già tutto in Interstellar e la compresenza di diverse linee temporali era sensazionale in Dunkirk.

Tenet vorrebbe essere una summa ambiziosissima dei tentativi passati, ma gli mancano umanità, interesse per i suoi personaggi, coerenza narrativa.

L’imperatore Nolan si scopre, improvvisamente, nudo. E non serve neppure l’innocenza di un bambino, per vederlo.

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