Interstellar

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Interstellar **

Interstellar è il nono film di Christopher Nolan in poco più di quindici anni di carriera. Dal piccolo thriller Following, girato in 16mm e in bianco e nero, passando attraverso i successi di Memento, del Cavaliere Oscuro e di Inception, il regista inglese è approdato a quella che appare la sua opera più ambiziosa ed anche la più smisurata: un viaggio nel tempo e nello spazio, che nasce dalle teorie del fisico Kip Thorne sui wormhole e prende ispirazione da quella fantascienza umanista, che da 2001: odissea nello spazio e Solaris arriva sino a Gravity.

Eppure, nonostante le dimensioni spropositate dell’impresa e la grandeur produttiva, Interstellar è un film dal cuore piccolo e intimista, che racconta di padri e figli incapaci di dirsi la verità, in cerca di perdono e di salvezza.

Il riferimento più vicino è forse alla poetica spielberghiana (…e fordiana) dell’eroe solitario in cerca di riscatto, del sacrificio degli affetti per un bene più grande, dell’infanzia negata da una famiglia assente e da responsabilità troppo grandi.

Nolan racconta di un pioniere, costretto a trasformarsi in guardiano, ad abbassare lo sguardo dalle stelle alla terra, dal futuro al presente.

Ma Nolan non è Spielberg, non condivide il suo malinconico ottimismo, la sua sincera curiosità intellettuale verso l’universo, che trasfigura il mito della frontiera verso l’infinito, e non ha neppure l’ansia di comunicare quell’etica della fratellanza così peculiare nel cinema del regista di Incontri ravvicinati.

Il protagonista di Interstellar è Cooper, un astronauta della NASA, costretto dalla vita ad abbandonare il suo mondo per fare l’agricoltore. La Terra si sta pian piano distruggendo. Non c’è più bisogno di ingegneri o di eserciti, ma di farmer, che sappiano coltivare il mais, per sfamare una popolazione decimata da una lentissima ma inesorabile carestia.

L’atmosfera è satura di una polvere marrone trasportata dal vento, che si insinua da ogni finestra, si posa su ogni cosa. Cooper vive in una fattoria del midwest con i due figli, Tom e Murph e con il suocero Donald. La moglie è morta di tumore qualche anno prima.

Una misteriosa presenza, che cerca di comunicare con sua figlia attraverso il codice morse, lo spinge a seguire delle coordinate, fino a scoprire la base segreta dove la NASA, guidata dal professor Brand, sta cercando di studiare il modo di evacuare la Terra, alla ricerca di un nuovo pianeta da conquistare.

Dieci astronauti sono già stati inviati nello spazio, per cercare altrove condizioni di vita compatibili con la nostra specie, sfruttando la singolare e non casuale presenza di un wormhole, capace di accorciare le enormi distanze verso altre galassie.

Nessuno dei dieci astronauti è mai tornato indietro e Brand non è ancora riuscito a risolvere i problemi legati ad un’evacuazione di massa dal nostro pianeta. Ma c’è un piano B: trasportare embrioni umani in un viaggio verso l’ignoto, seguendo le tracce lasciate dai dieci astronauti, in modo da preservare comunque la specie.

Il prof. Brand convince Cooper ad abbandonare i suoi figli per guidare la spedizione. Il distacco sarà doloroso e incerto: viaggiando nello spazio, il tempo potrebbe scorrere molto diversamente per Cooper e per loro.

Oltre a lui, sullo shuttle ci saranno Amelia, la figlia del professor Brand, e gli scienziati Doyle e Romilly, oltre ad un robot intelligente, che ha le forma del monolite di 2001, ma parla con la stessa arguzia di HAL.

Dopo un’ora di introduzione, il film di Nolan entra finalmente nel vivo della missione Lazarus e da qui in avanti quello che succede nello spazio e quello che accade sulla Terra scorreranno in parallelo, ma in un tempo molto differente.

L’avventura di Cooper e del suo equipaggio è tutta da scoprire. Ma noi ci fermiamo qui…

INTERSTELLAR

Interstellar soffre di un evidente scompenso tra il gigantismo della messa in scena e la fragilità di un racconto semplicissimo e non particolarmente originale. Animato da ambizioni smisurate e dalla consueta serietà nella scrittura drammatica, avrebbe avuto bisogno di un regista realmente visionario, per supportare davvero la sua struttura mastodontica.

Invece Nolan sembra più preoccupato di gestire i set, gli attori, le spiegazioni pseudoscientifiche e la temperatura emozionale del film, che non di raccontare qualcosa di nuovo, senza ripercorrere scelte già fatte in passato.

Se volete, Interstellar è, come Gravity, un viaggio verso l’ignoto che si trasforma in un’odissea del ritorno, in cui la volontà del singolo si impone sulle avversità del destino.

Ma mentre Gravity era costruito e pensato proprio in funzione dello spazio scenico terribile e misterioso e lo esaltava grazie ad una regia formalmente elegantissima ed emotivamente travolgente, capace di riscrivere letteralmente il genere, Nolan non ha mai davvero un’idea originale di messa in scena. E finisce quindi per rubare un po’ a tutti: a Malick naturalmente, a Kubrick, a Spielberg, al Tarkovsky di Solaris, allo Zemeckis di Contact e persino a se stesso, ripetendo i mondi che si accartocciano su se stessi e le stanze senza gravità di Inception e i panorami glaciali di Insomnia e Batman Begins.

Basterebbe confrontare come Cuaron e Nolan risolvono la scena, comune, dell’esplosione della base orbitante, per misurare la distanza che corre tra i due film.

Nolan dovrebbe sapere che non serve riempire il film di parole e musica assordante, per creare pathos e tensione, sarebbero bastati i silenzi dell’ignoto spazio profondo.

Il regista inglese non rischia nulla, la sua regia è di una classicità, che appare sempre più di maniera e sembra aver esaurito, come già ne Il cavaliere oscuro – Il ritorno, ogni singolarità, procedendo all’accumulo di quadri apparentemente sontuosi, che nascondono però narrazioni sempre più esili.

La forza dei film di Nolan è sempre stata nell’originalità dell’intreccio, nell’architettura sofisticatissima e spiazzante delle sue storie, piene di ribaltamenti, colpi di scena, fratture temporali. Purtroppo dopo Inception – per qualcuno, proprio a partire da quel film – la complessità geometrica del racconto si è fatta puro espediente, capace di occultare narrazioni sempre più deboli e incoerenti.

Narrazioni che necessitano di continue digressioni accademiche e sentenziose e non si negano neppure scorciatoie drammatiche puerili: come nella scazzottata spaziale tra Cooper ed uno degli altri astronauti, in uno dei momenti di maggior tensione di Interstellar

Matthew McConaughey è impeccabile nel ruolo di Cooper e se il film funziona, a tratti, è principalmente per lui, che dona credibilità e dolore al suo protagonista. Ma Nolan appesantisce il suo personaggio di troppe lacrime, troppi rimpianti, troppi abbandoni, costringendolo ad un sentimentalismo esagerato, che mal si attaglia ad un Omero stellare.

Assai più marginali Jessica Chastain nel ruolo della figlia Murph ed Anne Hathaway in quelli di Amelia Brand: due personaggi scritti in modo piuttosto superficiale, che contribuiscono solo al coté melodrammatico del film.

Rimane il dubbio che anche il doppiaggio italiano, particolarmente molesto e piatto in questo caso, non aiuti ad apprezzare in pieno le loro interpretazioni…

Discutibile mi è parsa anche la fotografia di Hoyte Van Hoytema, bravissimo in altre occasioni (Her – Lei, La talpa), ma qui davvero fuori fuoco: se la palette marrone e il controluce funzionano nelle scene sulla Terra, travolta da tempeste di sabbia, le immagini dello spazio sono assai poco originali, sembrano anzi quelle piatte e scure di un film degli anni ’80.

Il viaggio nel tempo di Malick – per non dire quello di Kubrick – erano tutt’altra cosa: è la meraviglia a mancare quasi completamente, il senso della scoperta e del fantastico, lo stupore che da sempre il cinema ricerca nei suoi mondi immaginari.

Curiosamente a Nolan la fantascienza non sembra interessare granché. La creazione di pianeti e universi lontanissimi si risolve senza sussulti, la sua avventura avrebbe potuto svolgersi sott’acqua o in mezzo al mare, nel deserto o in cielo: sarebbe cambiato pochissimo.

Anche il modo con cui Interstellar risolve l’interrogativo sulla presenza di intelligenze aliene è significativo di un sostanziale disinteresse verso l’altro da noi.

La sua è una storia di abbandono e di ritorno. Di affetti lontani che cercano di comunicare. E’ questo che Nolan vuole raccontare: un padre che cerca di tener fede ad una promessa. Cooper, così come il Cobb di Inception, vuole solo poter rivedere i suoi figli.

Tutto quello che succede nel frattempo è solo accidente.

C’è un cuore umanissimo al centro di Interstellar, ma Nolan non ha, come dicevamo, il calore sentimentale di Spielberg ed il suo film rimane a mezza strada, incapace davvero di emozionare o di stupire.

Un’occasione perduta.

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