Dunkirk

Dunkirk ***1/2

L’Operazione Dynamo, che consentì ad oltre trecentomila soldati degli eserciti alleati inglesi, francesi e belgi – stretti d’assedio dalle forze tedesche sulla spiaggia di Dunkerque – di essere tratti in salvo sulle coste britanniche, rimane una delle pagine memorabili della Seconda Guerra Mondiale.

L’avanzata impetuosa delle panzer-divisionen attraverso le Ardenne e la Mosa aveva spinto gli alleati, negli ultimi giorni di maggio del 1940, verso l’oceano: accerchiati a Dunkerque, senza via di fuga, i circa quattrocentomila soldati superstiti erano ad un passo dalla disfatta.

La spiaggia era in secca, per la bassa marea, e le grandi navi dell’esercito non riuscivano ad attraccare. Rimaneva solo un molo disponibile, ma grazie all’aiuto della Royal Air Force e di centinaia di navi mercantili e di barche private, da diporto, fu possibile il ‘miracolo di Dunkerque’.

L’esercito inglese fu costretto a lasciare in Francia un arsenale sterminato di cannoni, automezzi, munizioni, carburante, caduti in mano nemica. Andarono perse duecento imbarcazioni, compresi sei cacciatorpediniere e centosettantasette aerei furono abbattuti nella ritirata. Churchill e gli alleati furono spinti ad un accordo con gli Stati Uniti, il cosiddetto Lend-Lease Act, per ricostituire la propria artiglieria di difesa.

Eppure l’evacuazione dalla spiaggia e dal porto della piccola cittadina francese, durata quasi dieci giorni, trasformò una delle disfatte più dure dell’esercito alleato, in un monito eroico alla resistenza.

Christopher Nolan accarezzava da molti anni l’idea di raccontare quei giorni concitati e decisivi. Per farlo si è affidato ad una sceneggiatura tesissima, che stravolge le consuetudini del cinema bellico e si pone come un unico grande ‘terzo atto’, capace di rappresentare il precipitare degli eventi, da tre prospettive diverse: la lunga settimana sul molo del soldato semplice Tommy e del comandante Bolton; la traversata della manica di Mr.Dawson, partito con il suo yacht per salvare i compagni del figlio, caduto in battaglia; infine lo scontro in cielo degli spitfire della RAF, guidati dal pilota Ferrier, con gli aerei della Luftwaffe.

I tre racconti viaggiano in parallelo, ma seguono in realtà una linea temporale del tutto distinta. L’azione di Ferrier dura un’ora, il viaggio di Mr.Dawson una singola giornata, l’odissea di Tommy e dei soldati una settimana intera.

L’ossessione di Nolan per il tempo e la narrazione non arretra di fronte alla Storia. Il meccanismo drammatico inganna lo spettatore, illuso da una contemporaneità, che non è mai davvero tale, se non per qualche istante e che si rompe invece sovente, grazie al gioco delle prospettive: uno stesso attacco può essere visto dal cielo, da terra o dal mare, in momenti differenti, perchè ogni frammento ha una sua cronologia unica.

Il regista di Memento, Interstellar e Inception non si smentisce neppure questa volta: affidandosi al sapiente montaggio incrociato di Lee Smith e ad un sound design prodigioso, che incorpora nella colonna sonora di Hans Zimmer, il ticchettio continuo di un orologio e il fragore e i silenzi della guerra, Nolan riesce a costruire un meccanismo drammatico prodigioso, di sublime efficacia e concentrazione. Dunkirk è probabilmente il più breve dei suoi film, ma è quello più incalzante, più elettrico, privo di pause e di intermezzi. Come lui stesso ha affermato “Dunkirk is all climax, is all about physical process, all about tension in the moment, not backstories“.

Costruito su una tensione spasmodica, che lo attraversa dal primo all’ultimo istante e che annulla ogni vuoto, trasportandoci presto da un fronte all’altro della ritirata, con un andamento febbrile, ma non privo di una solennità sinfonica, che rielabora anche il Nimrod delle ‘Variazioni Enigma’ di Elgar, Dunkirk abbraccia tutti i suoi personaggi con una suspense purissima, che non si fonda su una conoscenza approfondita dei caratteri e neppure su una sottile analisi psicologica, ma si offre come sentimento primario, ancestrale. Non sappiamo e non sapremo molto dei suoi personaggi, ma ci importa di loro innanzitutto come esseri umani: persino nei momenti più disperati, Dunkirk ci pone di fronte al mistero della guerra, da una prospettiva individuale e collettiva, al tempo stesso.

Non è tanto un film corale quello di Nolan, ma un film composto da molte singolarità: ciascuno è fondamentalmente solo. Solo con il proprio tempo, con la propria missione da compiere, con la propria volontà, con i propri segreti e la propria voglia di vivere. Anche perchè la guerra ciascuno la porta dentro di sè.

Nolan rende invisibili i tedeschi: le bombe cadono dal cielo, gli spari arrivano sempre da fuori campo, la minaccia è incombente, ma imprevedibile. Esemplare, in proposito, la scena in cui Tommy e il manipolo di soldati sono chiusi in una barca in secca, aspettando che salga la marea, quando pian piano lo scafo viene colpito dal nemico: da quei fori sempre più numerosi entra finalmente una luce, che è tutt’altro che salvifica.

Qualcuno potrebbe obiettare che questa invisibilità ha un connotato politicamente scorretto: eppure l’assenza del nemico è una realtà storica, più che un precipitato della sceneggiatura di Nolan. L’errore strategico delle truppe tedesche, che attesero una settimana per sferrare l’attacco, dopo aver costretto gli alleati in un cul de sac, fu uno degli elementi chiave per il successo della ritirata.

E’ poi la stessa costruzione drammatica che si nutre dell’assenza: il film racconta una fuga, non una battaglia, ed usa i codici del thriller molto più di quelli propri del cinema bellico. I soldati di Dunkirk lottano con se stessi e con il tempo, non contro un ‘nemico’.

Persino tra alleati ci si divide: di fronte alla guerra, lo spirito di sopravvivenza esalta miserie e umanità, atti di coraggio e di codardia.

E’ solo il comandante Bolton, così come il soldato Tommy, sul cui viso il film si apre e si chiude. E’ solo il naufrago ripescato da Mr.Dawson. E’ solo il pilota Ferrier, nel suo abitacolo angusto. Eppure ciascuno, con le proprie azioni, influenza la vita degli altri.

Nel grande campo di battaglia della Storia, il ruolo di ognuno è decisivo per le sorti di tutti. Nolan tuttavia si tiene ben lontano dalla retorica dell’eroe e dal trionfalismo patriottico. I suoi soldati scappano dal fronte, cercano di sopravvivere a se stessi e all’orrore. Quando finalmente raggiungono l’Inghilterra temono di essere accolti come paria, come sconfitti: la guerra non è finita. E’ solo all’inizio.

Girato da Hoyte van Hoytema in IMAX e in pellicola 65mm, il film è visivamente memorabile, immerso nelle dominanti pastello, tipiche del lavoro del giovane maestro olandese, oscillanti tra l’azzurro del cielo, il blu del mare e il marrone-beige della sabbia e delle uniformi.

In un film con pochissimi dialoghi e con così tanti personaggi, l’unico attore che merita una menzione è probabilmente Tom Hardy, che recita per quasi tutto il film con il volto coperto dal casco e dalla maschera da pilota, in modo non dissimile da quanto aveva già fatto per il Bane in The Dark Knight Rises. Eppure la sua fisicità e la sua espressività prorompenti catturano l’attenzione in ciascuna delle sue scene.

A lui Nolan regala una delle scene più emozionanti di tutto il suo cinema: quel volo finale, sulla costa francese, quando la missione è conclusa e non resta altro che atterrare dolcemente e arrendersi agli ultimi bagliori del tramonto e al nemico, con la terra e il fuoco sotto di sè e il cielo ed il mare all’orizzonte.

Basterebbe solo questa scena, così cristallina nella sua essenzialità drammatica, per superare ogni sterile diatriba tra nolaniani e detrattori.

Rigoroso e morale, nel pieno della sua maturità artistica, Christopher Nolan, raccontando il miracolo di Dunkerque, riesce a sua volta in un piccolo miracolo, costringendo Hollywood ad assecondare ancora le sue grandiose ossessioni.

Dunkirk è cinema spettacolare e popolare, a mezza strada tra l’epica di David Lean e il rigore kubrickiano.

Nolan prende le convenzioni e i clichè narrativi di genere – le grandi manovre militari, i molteplici protagonisti, le linee d’azione che si muovo in parallelo, per poi convergere – e li ibrida con l’ambiguità e le ellissi tipiche del cinema d’autore, cancellando, di fatto, i primi due atti del suo film – che prevederebbero classicamente la presentazione dei personaggi e l’esplodere del conflitto – per immergerci subito nell’azione, esattamente per come la vivono i suoi protagonisti.

Nolan travalica così ogni aspettativa e ci trascina nel suo cinema viscerale, primario, grazie ad una concentrazione drammatica encomiabile, che trasforma una corsa disperata col cuore in gola, nel racconto di un riscatto collettivo.

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