Cannes 2017. The Square

The Square **1/2

Christian is the respected curator of a contemporary art museum, a divorced but devoted father of two who drives an electric car and supports good causes. His next show is “The Square”, an installation which invites passersby to altruism, reminding them of their role as responsible fellow human beings. But sometimes, it is difficult to live up to your own ideals: Christian’s foolish response to the theft of his phone drags him into shameful situations. Meanwhile, the museum’s PR agency has created an unexpected campaign for ”The Square”. The response is overblown and sends Christian, as well as the museum, into an existential crisis.

Dopo il clamoroso successo internazionale di Forza maggiore, partito da Un certain regard tre anni fa ed arrivato ad un passo dalla nominations agli Oscar, lo svedese Ruben Ostlund conquista il concorso di Cannes 70, con un film di smisurata ambizione, tentando un affresco sociologico ancora più vasto di quello dipinto nelle sue opere precedenti, nel quale tuttavia non tutto funziona.

La storia ruota attorno al responsabile di un museo di arte moderna, impegnato a dare un senso ad opere che spesso non ne hanno, a coccolare finanziatori e filantropi, a tenere sotto controllo quelli del marketing e a districarsi da una giornalista americana, provocante e provocatrice.

Nelle prime immagini del film lo vediamo cercare una risposta impossibile alle domande della giornalista sul ruolo dell’arte contemporanea e sullo statuto ontologico delle opere stesse, finendo naturalmente per risultare ridicolo e contraddittorio.

Il dubbio, insinuato sin dalla prima scena, è quello che accompagna il protagonista lungo tutto il film.

Grazie allo spirito filantropico dei suoi sostenitori, il museo acquista una nuova opera, intitolata The Square, “un santuario di fiducia e altruismo, al suo interno tutti condividiamo uguali diritti e doveri“. Più prosaicamente, un quadrato, ricavato rimuovendo il porfido dalla piazza del museo, e riempito con un led luminescente, che dovrebbe individuare uno spazio significante, un luogo di democrazia par excellence, al quale tuttavia serve una targa esplicativa, in mancanza di una qualsiasi aura propria.

Quando la mattina successiva, proprio in una piazza – con un trucco straordinario, che sarebbe piaciuto al nostro Nanni Loy – Christian viene derubato di portafoglio e cellulare, uno dei ragazzi del museo gli suggerisce di rintracciare il segnale del telefono e di consegnare a tutti quelli che abitano nel grande condominio popolare, così identificato, una lettera minacciosa, che intima di restituire il maltolto.

Il colpevole lo riceverà e saprà di essere stato scoperto: il messaggio raggiunge il ladro, ma anche molte altre persone del tutto innocenti, che si vedono accusate, in modo anonimo e senza ragione.

Prende il via una sorta di caccia all’uomo, che mette in crisi proprio quel sistema di valori, di cui Christian è uno dei simboli più evidenti.

Il protagonista, interpretato dalla rivelazione Claes Bang, sembra sempre uscito dalle pagine di un mensile di moda, guida una Tesla, è quello che gli americani chiamerebbero un womanizer, ha due figli di cui si occupa poco. Vive perfettamente l’ipocrisia del suo tempo, mascherando un egoismo sfacciato, una superficialità che pian piano emerge e una morale assai debole.

Nel frattempo, per lanciare la nuova istallazione The Square, che vorrebbe esaltare i valori di solidarietà e fratellanza, due idioti del marketing diffondono un video virale disgustoso: perché il mito dell’agora è un po’ troppo antico, bisogna aggiornarlo all’idiozia populista dei social, dove i limiti della provocazione si spostano in continuazione.

Non vi sveliamo di più, ma il film, così come nello stile di Ostlund, continua ad affastellare episodi del tutto sconnessi della vita di Christian, con l’idea di rappresentare un mondo che si è ormai chiuso in se stesso ed ha perso qualsiasi contatto con la realtà, affogato nell’idiozia del politically correct.

Nel corso degli anni il cinema di Ostlund si è via via emancipato dalla scelta radicale dei suoi esordi, quella di un racconto strutturato attraverso lunghi piani sequenza a camera fissa, che frammentava la narrazione in singole scene, semplicemente giustapposte una all’altra, nel quale il montaggio era tutto interno ai singoli quadri.

L’influenza evidente del cinema di Roy Andersson si era assai attenuata con Forza maggiore, assai più compatto, lineare, decisamente più ironico e bunuelliano nei suoi intenti.

Con The Square riemerge invece ancora la frammentarietà di Play o di Involuntary, senza tuttavia la stessa radicalità nella messa in scena.

Se all’inizio l’ironia feroce sugli artisti e i curatori, che alimentano un business del tutto autoreferenziale, strappa anche qualche risata amara, e l’attacco al perbenismo conformista dell’élite culturale coglie momenti di gustosa verità, il film tuttavia rimane incerto sulle sue intenzioni: la satira urticante si mescola al ritratto d’ambiente e soprattutto al racconto di un uomo, che pian piano perde tutte le sue sicurezze sociali e professionali.

Se Involuntary intrecciava cinque storie ugualmente esemplari capaci di svelare il conformismo ed il vuoto su cui abbiamo eretto le nostre società e in Play il racconto non abbandonava mai gli otto ragazzini coinvolti, nei ruoli di vittime e carnefici, The Square non sembra altrettanto compatto.

Ostlund finisce per accumulare troppe suggestioni, troppe deviazioni, troppi momenti secondari, che soddisfano l’occhio, ma indeboliscono il valore della parabola: in questi casi, la sua messinscena da un lato sembra prendere a prestito le tecniche più tradizionalmente situazioniste, dall’altro vorrebbe probabilmente omaggiare ancora una volta i tableux vivant del maestro Roy Andersson.

Ma se nei suoi film precedenti quella scelta narrativa è coltivata rigorosamente, questa volta sembra solo una deviazione in un impianto molto più tradizionale.

Si crea così una sorta di corto-circuito narrativo, ed al film sembra mancare una direzione di marcia, proprio come accadeva ai turisti di Forza maggiore, in quello straordinario finale.

In fondo, la scena in cui ad un incontro pubblico, un novello Schnabel in doppiopetto e pigiama, viene disturbato e interrotto da un uomo con la sindrome di Tourette oppure quella in cui una scimmia appare nella casa della giornalista americana o ancora quella della performance dell’artista russo, che trasforma una cena di gala in una giungla, sono in sè anche originali e indovinate: ma cosa aggiungono alla storia di Christian?

Anche la sottotrama sentimentale con la giornalista, non serve tanto ad illustrare un altro lato del personaggio, quanto a consentire un paio di situazioni comiche e surreali.

Così come il padre, protagonista di Forza Maggiore, anche Christian è fondamentalmente un uomo fragile, che alla prima difficoltà, alla prima deviazione dallo spartito perfettamente stabilito, annaspa e sprofonda in un incubo, da cui non ha la forza di risollevarsi.

Il ritratto, divertito e un po’sadico, di questa fragilità sembra essere uno dei segni distintivi del cinema di Ostlund ed è certamente la parte migliore e più forte di The Square.

E’ evidente che ad Ostlund sia stata data carta bianca – e due inutili attori americani – per dare libero sfogo alle sue fantasie moraliste: solo che i produttori di The Square avrebbero dovuto sorvegliare di più il montaggio finale, che avrebbe bisogno di una bella sforbiciata, prima che il film arrivi nelle sale.

C’è forse un buon film nei lunghi 140 minuti visti a Cannes, ma bisognerebbe farlo emergere.

Così com’è The Square è un apologo, che lascia interdetti: finisce per assomigliare, in fondo, proprio alle opere d’arte, esposte nel museo di Christian.

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Piccola nota metodologica

Questa recensione è stata modificata sostanzialmente dopo la sua prima pubblicazione. La vittoria della Palma d’Oro mi ha spinto a riscoprire i primi tre lungometraggi di Ruben Ostlund e il corto, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino. Ho scoperto così che il racconto frammentato, episodico, strutturalmente fragile rappresenta proprio la sua cifra autoriale più forte e riconoscibile. La maggiore compattezza di Forza Maggiore mi aveva tratto in inganno. Ho pubblicato quindi un lungo articolo sui suoi film d’esordio ed ho corretto buona parte questa recensione, alla luce di un quadro assai più completo ed articolato.

P.S. Ruben Ostlund, dopo aver vinto la Palma d’Oro, ha promesso di ritornare in sala di montaggio per modificare – e forse allungare – il suo film. Vedremo se davvero lo farà.

CREDITS

Ruben ÖSTLUND – Director

Ruben ÖSTLUND – Script / Dialogue

Ruben ÖSTLUND – Film Editor

Jacob SECHER SCHULSINGER – Film Editor

Andreas FRANCK – Sound

Josefin ÅSBERG – Set decorator

Fredrik WENZEL – Director of Photography

CASTING

Claes BANG – Christian

Elisabeth MOSS – Anne

Dominic WEST – Gijoni

Terry NOTARY – Oleg

Christopher LÆSSØ – Michael

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