Play, Incident by a Bank, Involuntary, The Guitar Mongoloid: il cinema di Ruben Ostlund

La vittoria piuttosto sorprendente di The Square all’ultimo Festival di Cannes consacra il suo autore, lo svedese quarantatreenne Ruben Ostlund, nell’olimpo del nuovo cinema europeo.

Il suo nome è tuttavia ancora poco conosciuto, anche al pubblico che una volta si sarebbe chiamato d’essai, così come i suoi film, di cui si trovano solo pochissime tracce o recensioni, anche online.

Il tentativo di Stanze di Cinema è dunque quello, duplice, di riempire un vuoto piuttosto incomprensibile e di offrirvi una prima riflessione complessiva sul suo lavoro.

Dopo essersi occupato di video sportivi, nel corso degli anni ’90, Ostlund si è diplomato alla scuola di cinema di Goteborg nel 2001.

Fondata la Plattform Produktion, ha diretto il suo primo lungometraggio, The Guitar Mongoloid nel 2004 a trent’anni. Involuntary, il suo secondo film, debutta a Cannes, ad Un certain regard nel 2008.

Dopo aver vinto l’Orso d’Oro per il suo cortometraggio, Incident by a Bank, nel 2009, nel 2011 con Play è alla Quinzaine. Il film fa scalpore in patria e suscita un dibattito politico e culturale piuttosto vivace.

In Italia sinora è uscito solo il quarto dei suoi cinque film, il notevole Forza Maggiore, vincitore del Prix du Jury ad Un certain regard nel 2014.

Tutti i suoi film sono, in ogni caso, facilmente recuperabili in homevideo ed online.

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The Guitar Mongoloid **

Il suo primo lungometraggio, The Guitar Mongoloid, sembra già contenere in nuce, molti degli elementi ricorrenti del suo cinema.

Innanzitutto la narrazione frammentata, per singole scene a camera fissa, giustapposte quasi senza un vero montaggio, anzi con un significativo stacco al nero. Quindi l’ironia feroce, che si nutre di una sfiducia nichilistica e di un’osservazione disincantata della stupidità umana. Infine una tensione sgradevole, che scoppia improvvisamente in una violenza spesso più psicologica che fisica.

Un ragazzino sui tetti di diverte a spostare l’orientamento delle parabole televisive, un altro per strada canta a squarciagola con la sua chitarra. Una donna chiude compulsivamente la porta di casa prima di uscire. Un gruppo di altri ragazzini distrugge tutte le biciclette che trova per strada. Una coppia di amici cerca di convincere un terzo a partecipare ad una roulette russa.

Il film ritorna continuamente sulle vite dei suoi personaggi, rubandone momenti di solitudine e sconforto, di ironia e sopraffazione, come se fosse una raccolta di schizzi, di impressioni, una striscia a fumetti o più semplicemente una candid camera malevola e crudele che si chiude con enorme materassino nero, che si libra sui tetti della città.

Ostlund lo ha girato nel corso degli anni, in maniera episodica, in maniera forse poco ortodossa, mescolando formati visivi, storie e set. Come una sorta di entomologo dei suoi concittadini, il regista svedese li osserva attraverso l’occhio documentaristico di una macchina da presa sempre posta a distanza, grazie ad una profondità di campo che mette a fuoco diversi livelli e lascia allo spettatore spesso la scelta di dove posare lo sguardo, abbracciando azione e reazione. O magari lasciando entrambe fuori campo e costringendoci a guardare il nulla.

Sono evidenti, sin dal suo esordio, le influenze formali delle opere di Roy Andersson, ibridate con il cinema della crudeltà di Haneke e Seidl e con la sagacia delle comic strip dei quotidiani americani.

Involuntary **1/2

Con Involuntary, Ostlund sembra avvicinarsi ancora di più al cinema di Roy Andersson. Dal maestro svedese mutua sia lo stile, fatto di una narrazione frammentata, per grandi quadri a camera fissa, in cui il montaggio è sempre interno alla scena, sia l’idea di far emergere il senso ed i temi, attraverso una messa in scena corale, che segue linee narrative differenti.

Involuntary è composto da cinque episodi: il primo è il racconto di una festa, che si trasforma in farsa e poi in tragedia quando l’anziano padrone di casa, viene colpito ad un occhio da uno dei fuochi d’artificio artigianali sparati per l’occasione. Il secondo è ambientato su un pullman, che trasporta dei turisti: quando uno dei passeggeri danneggia involontariamente la tendina del bagno di bordo, l’autista decide di fermarsi, fino a che il colpevole non abbia confessato. Il terzo episodio è ambientato a scuola, dove un’insegnante progressista assiste ad un episodio in cui un suo alunno viene brutalmente maltrattato da uno dei bidelli. Di fronte alle proteste della madre, gli altri colleghi si chiudono a difesa dell’istituzione. La sua posizione sarà diversa, ma a che prezzo? Il quarto capitolo è dedicato ad una coppia di ragazzine che passano un pomeriggio fra selfie provocanti, eccessi alcolici, compagnie sbagliate. L’ultimo episodio è una reunion di vecchi amici che, tra cameratismo e bevute, lascia trasparire desideri e violenze represse.

Ostlund abbandona gli eccessi dell’esordio, in favore di un racconto sorvegliatissimo, che sfrutta sapientemente l’alternanza tra i cinque diversi episodi, per creare una sorta di crescendo drammatico continuamente differito.

Intelligentemente, ciascun episodio ha un arco diverso, con i momenti forti disseminati nel corso di tutto il film e poi continuamente interrotti dall’emergere di un’altra linea narrativa.

Anche grazie a questa articolazione plurale, cominciano ad emergere i temi forti del cinema di Ostlund: la fragilità dell’uomo occidentale, la cui identità sessuale ed il cui ruolo sociale sono costantemente minacciati e messi in discussione; il conformismo del politically correct, che finisce per bloccare tutto in una questione di forme e principi; le istituzioni democratiche nelle quali sembrano prevalere lo spirito concentrazionario e le difese corporative sulle istanze educative; le famiglie assenti e distratte nelle quali i figli sono abbandonati a se stessi, in un vuoto che i valori della socialdemocrazia scandinava non riescono più a colmare.

In questo quadro nel quale l’identità personale e collettiva sembra aver perso significato, il caso finisce per giocare un ruolo ancor più forte: basta un incidente domestico, orgogliosamente negato, per portare ad un tracollo forse definitivo; è sufficiente un alunno particolarmente vivace a mostrare la violenza delle istituzioni scolastiche, così come è sufficiente uno scherzo tra amici, per sollevare inquietanti interrogativi sulla propria sessualità.

La maschera sociale indossata per convenienza è sempre più trasparente.

Incident by a Bank ***

Il cortometraggio premiato alla Berlinale è un formidabile esercizio di stile: per dodici minuti assistiamo al tentativo di una rapina in banca da parte di due improbabili ladri, in casco e motorino.

Come sempre da un’inquadratura frontale in campo lungo della banca e della piazza su cui si affaccia, la macchina da presa di Ostlund si avvicina, grazie allo zoom, ai rapinatori e ad altri personaggi: una coppia di amici che riprende il tutto e si lamenta della scarsa qualità della fotocamera del telefonino, un anziano che cerca di sabotare la fuga e di sottrarsi agli spari dei rapinatori, due guardie giurate che inseguono i colpevoli.

Nel frattempo molti passanti attraversano la piazza, alcuni fuggono. Ci sono anche un paio di furgoni carichi di studenti, che festeggiano. Una grande scena di massa, orchestrata sapientemente dal regista svedese, con un montaggio interno indovinatissimo.

Un unico piano sequenza, che sembra evocare tanto la disfatta tragicomica dei nostri soliti ignoti, con i rapinatori che sbagliano persino l’entrata alla banca, quanto i grandi quadri in movimento di Songs from the Second Floor.

Prevale, questa volta, il divertissement ironico e surreale e lo sguardo moralista di Ostlund sembra addolcirsi un po’.

Play ***

Nel film successivo, Ostlund radicalizza ancora di più il suo attacco alle dinamiche conformiste della borghesia e delle istituzioni democratiche, prendendo spunto da un fatto realmente accaduto in Svezia alcuni anni prima.

Anche in Play utilizza solo lunghi piani sequenza a camera fissa, con solo qualche concessione allo zoom ed ai movimenti sull’asse. Il montaggio interno alla scena, con i personaggi che entrano ed escono dall’inquadratura, consente a Ostlund di creare una tensione ancor più claustrofobica.

Nella prima scena con un plongée dall’alto, all’interno di un grande centro commerciale, vediamo una piccola banda di cinque ragazzini di colore prendere di mira alcuni coetanei bianchi: gli si avvicinano progressivamente, chiedendogli di mostrare loro il cellulare. Con la scusa che si tratti di un telefono rubato proprio al ‘fratellino’ di uno dei cinque, qualche giorno prima, la banda finisce per coinvolgere i malcapitati in un lungo gioco di ruolo.

Stacco. La situazione si ripete all’uscita del centro commerciale. Questa volta le vittime sono due ragazzi biondi e un terzo dai tratti asiatici. Le vittime vengono circuite un poco alla volta, costrette a spostarsi in luoghi diversi e poco conosciuti, a far riferimento ad adulti che non hanno alcuna intenzione di immischiarsi, a partecipare a gare palesemente truccate.

Alla fine i tre ragazzini vengono derubati di tutto: non solo cellulari e ipod, ma anche di giacche e pantaloni e costretti a salire su un autobus senza pagare il biglietto, ricevendo così la reprimenda del controllore per il reato commesso.

Il film è contrappuntato da alcune immagini ricorrenti di un gruppo di nativi americani che canta per strada e di una culla di legno, che viene abbandonata su un treno, per la disperazione del personale, che cerca inutilmente il proprietario.

Ostlund alza il tiro ancora di più, rispetto a Involuntary, mettendoci di fronte ad una banda di ragazzini immigrati che sfruttano perfettamente le dinamiche psicologiche di gruppo e il senso di colpa razziale e di classe, per mettere a segno una lunga serie di truffe e furti.

Nella realtà quando furono presi, i responsabili avevano messo a segno oltre quaranta colpi, sempre con lo stesso sistema del ‘fratellino’.

Ostlund dipinge una banda di sofisticati aguzzini, che non esita ad abbandonare chi ad un certo punto, si pone qualche dubbio. Perfettamente consapevoli del proprio ruolo sociali e del contesto, i cinque lo sfruttano sino in fondo.

Il regista svedese usa gli stessi strumenti a danno del suo pubblico: vuole metterlo a disagio, provocarlo.

Lo fa sfidando il politically correct, che vorrebbe i cinque ragazzini di colore immigrati, come le vittime per definizione, mentre nel film assumono il ruolo degli intelligentissimi carnefici, capaci di sfruttare a proprio vantaggio la debolezza e il pregiudizio occidentale.

Ad un certo punto uno dei cinque dice: “Anyone dumb enough to show his cell phone to five black guys deserves whatever he gets.”

Ostlund tuttavia ne ha per tutti e non è un caso che i soli adulti, presenti nel film, siano ancor più assenti e ottusi: il fratello di una precedente vittima, che assale brutalmente i cinque ragazzi di colore e gli altri tre, su un autobus; le due donne a cui i ragazzini chiedono aiuto, senza riceverlo; i genitori, a cui le vittime lasciano sulla segreteria telefonica inutili messaggi; i controllori che impartiscono alle tre vittime una surreale lezione morale; il padre di un altro ragazzo, che decide di farsi giustizia da sè, suscitando lo sdegno delle altre persone presenti.

Ostlund dipinge una realtà completamente ostaggio dei suoi pregiudizi, in cui il simulacro della forma e dei valori nasconde un vuoto conformista devastante, nel quale chi è più scaltro riesce a prosperare.

Non si tratta di razzismo o di classe, ma molto più essenzialmente di potere e sopraffazione. Ostlund ne mostra le dinamiche corrotte e la forza dell’abuso.

Anche questa volta lo fa, porgendo il suo specchio allo spettatore, mettendolo in difficoltà, non lasciandogli possibilità di identificazione, restituendone un’immagine non semplificata o consolatoria.

In questi primi lavori giovanili Ostlund aveva anche una radicalità di stile, che ha poi addolcito nei due film successivi, accentuando gli elementi comici e surreali, senza perdere tuttavia lo spirito caustico e feroce.

Il suo è un cinema che mette a disagio, che non lascia indifferenti, che utilizza l’ironia e il contrappunto, per esporre le ferite nascoste della nostra vecchia europa, delle sue istituzioni sociali e culturali, del suo modo di vivere e di rappresentarsi.

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