Snowpiercer – La serie: un bocciolo precocemente rinsecchito

La recensione delle prime sei puntate è stata pubblicata qui.
L’articolo potrebbe contenere qualche spoiler. Se volete conservare ogni sorpresa, ritornate dopo aver visto l’ultimo episodio, che Netflix rilascerà in Italia il 20 luglio 2020. 

Snowpiercer **

Ricapitoliamo. Siamo nel 2021 ed il mondo è ricoperto da uno spesso strato di ghiaccio a causa delle conseguenze di un esperimento volto a contrastare il surriscaldamento globale: la vita sulla Terra è estinta, a parte quella mantenuta in vitro sullo Snowpiercer. Su questo treno che viaggia incessantemente intorno al mondo si sono create rigide barriere tra quattro classi, progressivamente più lontane dalla locomotiva e dalla luce, cristallizzate al punto da divenire delle vere e proprie caste in cui la mobilità sociale è limitata a situazioni eccezionali (matrimonio, vincita di lotterie, etc.). Nelle ultime carrozze, i Fondi, vivono i poveri che non potevano permettersi il biglietto e che sono riusciti a salire a bordo solo con un atto di forza. Gli equilibri sono molto delicati ed un omicidio diventa l’innesco di una vera e propria rivoluzione che ridefinisce i ruoli ed il potere. I viaggiatori scoprono che il mecenate che ha creato lo Snowpiercer, Mr. Wilford, è scomparso da anni e che il Capo dell’Ospitalità, cioè la speaker del treno, Melanie Cavill (Jennifer Connelly) ha tenuto tutti all’oscuro della scomparsa del Fondatore ed ha preso il suo posto.

Quando finalmente, dopo scontri sanguinosi, sembra essere stato raggiunto un punto di pacificazione ed un nuovo equilibrio sociale, accade qualcosa di inaspettato…

Abbiamo accompagnato le circa 400 persone che vivono sullo Snowpiercer per dieci episodi e ci siamo immersi nelle vicende di questo convoglio-arca che viaggia in moto perpetuo intorno al mondo con la curiosità e l’attesa di un bambino in un grande luna park pieno di giostre affascinanti, ma che incutono anche una sottile inquietudine.

Nei primi episodi abbiamo esplorato gli spazi comuni e quasi con voyeuristica curiosità le carrozze private, fino ad entrare nella locomotiva eterna, il cuore pulsante del treno; ci siamo poi appassionati per l’aspirazione dei Fondai alla libertà e per il tentativo di Melanie (Jennifer Connelly), di conciliare giustizia ed ordine; abbiamo seguito con trepidazione l’indagine condotta da Layton (Daveed Diggs), ex ispettore ed ora leader dei Fondai, sul misterioso omicidio che sembrava coinvolgere anche alcuni esponenti di spicco della prima classe.

Ma tutti questi motivi di interesse si sono progressivamente esauriti, come un bocciolo che finisce per rinsecchire prima di fiorire.

Le carrozze che ci avevano rivelato mondi affascinanti, in grado di solleticare sia il piacere estetico che quello intellettuale, con il passare del tempo hanno perso la loro capacità di stupire e hanno finito per limitarsi a riproporre scenografie che hanno ristretto il respiro dell’azione. Delle 1001 carrozze che compongono il treno ne abbiamo esplorate solo una ventina e anche gli spostamenti tra la cima del convoglio e la coda sono avvenuti il più delle volte in modo troppo veloce per essere credibile. Negli episodi finali poi questo elemento si è amplificato ulteriormente, facendo perdere di verosimiglianza all’azione proprio nei suoi momenti più intensi.

Delusione analoga abbiamo provato per le prevedibili strategie rivoluzionarie dei Fondai in cui la dialettica interna al movimento non si è mai tradotta in qualcosa di interessante a livello narrativo: è sempre risultato tutto piuttosto prevedibile e quando, con il tradimento di Picca, gli autori hanno cercato di giocare la carta della sorpresa, è apparsa chiara la mancanza di un’articolazione convincente.

Infine l’indagine di Layton che si è rivelata un semplice pretesto per catturare l’attenzione dello spettatore e per far detonare la rivolta.

Secondo Oscar Wilde “Il peggior vizio è la superficialità”.

La trattazione del potere e delle forme di rappresentanza conferma questo aforisma. Entrambi i temi, potenzialmente interessanti, che ci avevano lasciato intravedere qualcosa di originale, sono stati sviluppati senza sfumature, più per vie retoriche che di contenuto. Solo nel momento in cui Layton si trova di fronte ad una scelta difficile che riassume il peso della gestione del potere s’intravede una scintilla di approfondimento che però finisce presto soffocata in un veloce scambio di battute con Melanie, arricchito da qualche lacrima estemporanea.

Anche le tematiche ambientali legate alla fragilità della Terra e della razza umana non hanno il rilievo che meriterebbero: restano sullo sfondo, vengono evocate nei ricordi dei passeggeri e nei vagoni che riproducono una serra o un acquario, ma tutto resta sospeso, evapora velocemente.

Se nella graphic novel Le Transperceneige il treno rappresentava uno dei personaggi cardine della narrazione e nel film di Bong Joon Ho era utilizzato soprattutto come struttura di oppressione sociale, nella serie appare come un’incubatore sociale. Il fatto che nel finale finisca per perdere la propria stessa identità dimostra ulteriormente la mancanza di rilievo che ha a livello narrativo, a dispetto del titolo e dell’insistenza con cui i rivoluzionari vanno gridando “Un solo treno” durante gli scontri.

Le relazioni tra i personaggi restano abbozzate e vengono per lo più descritte solo attraverso i dialoghi. In una serie di dieci episodi la parte drammatica ha bisogno di uno spessore e di una freschezza maggiore e non di essere un mero supporto dell’azione. Tutte le vicende, a cominciare dal rapporto di Layton con Zarah, per passare dalla storia d’amore tra Till e Susan ed arrivare al rapporto tra Melanie e la figlia Alexandra finiscono con l’essere inghiottite dalla trama in un meccanismo che le sminuisce e le priva del loro valore autonomo. Tutta l’energia viene incanalata verso la parte d’azione, senza quei piacevoli detour che in molte serie valgono più della trama principale. Ad esempio il personaggio di Melanie si sarebbe prestato perfettamente ad uno di questi momenti di divagazione, magari approfondendo il ricordo della figlia o il rapporto con il capo supremo, Mr. Wilford. In una situazione di immobilità come quella in cui si trovano confinati tutti i protagonisti, il loro passato avrebbe potuto essere esplorato in cerca di approfondimento drammatico.

Alla base del messaggio politico della serie c’è l’importanza della cooperazione, il senso di una società che cerca il bene comune andando oltre agli egoismi e agli interessi di parte. Un messaggio che difficilmente si concilia con la violenza per molti aspetti fine a se stessa a cui la rappresentazione indulge. Se l’obiettivo è creare disgusto per questa società attraverso scene scioccanti, non credo sia stato raggiunto. Se dal punto di vista narrativo questa scelta lascia perplessi, stride anche dal punto di vista stilistico: la truculenza delle battaglie, delle esecuzioni o delle punizioni corporali, come le braccia ghiacciate fatte a pezzi con dei martelletti, non ha quasi mai una valenza visiva significativa.

Il nuovo ordine sociale si concretizza poi superando in modo semplicistico contrasti e posizione personali di potere che nel mondo reale sarebbe molto più complicato gestire e ridefinire.

Per quanto riguarda l’azione invece lo show conferma quanto di buono evidenziato nei primi episodi: la storia è avvincente e lascia pochi momenti di pausa allo spettatore che si sente realmente trasportato in un mondo avvolgente, anche grazie alla cura per i costumi che ripropongono stili e mode del passato in un contesto futuribile. Efficaci le interpretazioni, in particolare quella di Jennifer Connelly, capace di dare vita ad un personaggio non facile da rappresentare per la sua umanità trattenuta e spesso quasi negata, ma comunque viva e pulsante sotto l’algida corazza che la donna si è costruita nel tempo.

Netflix ha già confermato Snowpiercer per una seconda stagione e del resto il finale aperto e ricco di interrogativi lo richiede. Il creatore della serie, Graeme Manson ha recentemente dichiarato che “c’è un concept già studiato con un preciso punto di arrivo. Il tutto è strutturato su tre stagioni, non è escluso però che, come avvenuto per Orphan Black, la parte centrale possa estendersi. Puoi mantenere lo stesso finale arrivandoci in cinque stagioni”.

Speriamo che, passando per una scrittura più attenta ai dettagli e per una parte drammatica più strutturata lo show riesca nella prossima stagione a dispiegare il proprio potenziale. Del resto è lecito aspettarsi qualcosa di più da una serie che ha tra i suoi produttori esecutivi Bong Joon-Ho e Park Chan-Wook.

Titolo originale: The snowpiercer
Durata media episodio: 50 minuti
Numero degli episodi: 10, rilascio settimanale
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Thriller, Drama, Action, Sci-Fi

Consigliato: a quanti amano l’azione ed i thriller sci-fi, con una sfumatura di lotta di classe.

Sconsigliato: a quanti cercano verosimiglianza, accuratezza nella scrittura ed una solida parte drammatica.

Visioni parallele:

Transperceneige. Snowpiercer. fumetto post-apocalittico in bianco e nero creato da Jacques Lob e disegnato da Jean-Marc Rochette negli anni ’80. Dopo la morte dell’autore è stato Benjamin Legrand a raccoglierne l’eredità e ad aggiungere altri due volumi alla saga di successo.

Un’immagine: il finale della stagione in cui l’immagine torna ad essere una rappresentazione animata, come nei primi fotogrammi. Non c’è un valore esplicito nella scelta, al di là del desiderio di fornire un omaggio estetizzante al fumetto da cui è stata tratta la serie. Pochino per lasciare il segno.

Un pensiero riguardo “Snowpiercer – La serie: un bocciolo precocemente rinsecchito”

  1. Interessante recensione! Non mi stupisce questa mancanza di profondità, secondo me il film aveva già detto molto (forse tutto?) e non vedo il bisogno della serie. Anche se qualcosa con Jennifer Connelly mi attira sempre, lo ammetto!

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