Westworld 3: la rivoluzione di Dolores contro il Leviatano digitale

Westworld 3 **1/2

Nel tempio buddista di Longquan, a Pechino, c’è un monaco di nome Xian’er. È un prete dalla testa rasata? Macché. Xian’er è il primo monaco-robot della storia. Complice la collaborazione con il colosso cinese del digitale Tencent, i monaci in carne e ossa del monastero hanno fatto nascere nel loro laboratorio di intelligenza artificiale (pregare e programmare è l’ora et labora del XXI secolo…) questo simpatico robottino in grado di rispondere a un centinaio di domande sul senso della vita. Particolare interessante: i monaci, molto candidamente, rivelano che le interazioni uomo-macchina intercettano i bisogni e le aspettative dei fedeli in pellegrinaggio al tempio.

Non sappiamo se fra quarant’anni la distopia di Westworld si sarà realizzata pienamente. Esisterà un parco di ‘attrazioni’ funzionale a un’immensa raccolta di dati personali? Guarderemo a Xian’er, ai semplici automi oggi in uso e ai bot informatici come a rozzi precursori? “I robot ci sveglieranno la mattina, ci prepareranno la colazione, ci riordineranno casa, la sorveglieranno in nostra assenza, assisteranno i più anziani, accompagneranno i nostri figli a scuola e li aiuteranno a fare i compiti, porteranno il cane a fare pipì, si prenderanno cura di noi quando ci ammaleremo”. Questa previsione dell’Istituto Italiano di Robotica risponde a uno scenario ottimistico. La serialità televisiva, vedi Humans, purtroppo cancellata dopo tre stagioni, ha offerto al pubblico una visione differente.

E poi c’è Westworld, appunto, che sposta l’asticella ancora più in alto. Le ‘attrazioni’ della Delos, per chi non lo sapesse, sono androidi. Un’isola in mezzo all’oceano, trasformata in parco da divertimenti “a tema”, era in origine la loro prigione. Nella seconda stagione, oltre alla selvaggia frontiera americana popolata da cowboy e prostitute, abbiamo conosciuto vari mondi cibernetici, perfette simulazioni di altre epoche storiche. E fuori dal luna park Westworld? Nella Los Angeles della seconda metà del nostro secolo gli esseri umani sono ridotti a macchine biologiche il cui libero arbitrio è abolito. La traiettoria esistenziale di tutti è ingabbiata in cicli comportamentali generati altrove e le scelte personali soggiaciono a previsioni calcolate in anticipo.

Il mondo dei robot di Michael Crichton, punto di riferimento e innesco narrativo di Westworld, dista da noi quarantasette anni. Un film cult rispetto al quale Jonathan Nolan e Lisa Joy, gli showrunner del progetto, prendono progressivamente le distanze, tentando di far procedere la serie in autonomia. L’ambizioso discorso, non privo di venature filosofiche, che avevano in mente fin dall’inizio, è portato ad un punto di maturazione ulteriore. La nuova Westworld dialoga apertamente con le angosce del presente. Automazione totale, accelerazionismo, postumano, disruptive innovation, raccolta massiva dei dati, profilazione individuale, messaggi pubblicitari personalizzati (vi dice nulla lo scandalo Cambridge Analytica?), mutazione dei big data da descrittivi a predittivi, da predittivi a prescrittivi: le linee di tendenza dell’infosfera si accavallano, in Westworld 3, alle teorie della predeterminazione divina e del determinismo biologico.

La terza stagione abbandona le pianure scenografiche. Gli esterni sono stati girati per lo più a Singapore, sulla scia di quanto fatto da Spike Jonze in Her (dove la futura L.A. era la Shangai di adesso). Inoltre, la sceneggiatura lascia per strada alcuni enigmi irrisolti, in primis il fantomatico labirinto, al centro dei tormentati e sfortunati vagabondaggi di William. L’apertura della Porta al termine della seconda stagione corrisponde a un sipario strappato, a una cesura. Ma gli androidi sognano paradisi digitali? O preferiscono avventurarsi nell’inospitale terra degli uomini?

Si muore molte volte, ma la fine è una sola”, dice Dolores Abernathy, la creatura prediletta di William. Dolores ora vaga per la megalopoli con una falsa identità. Lei, ‘attrazione’ ribelle, scappata dal recinto dell’eterno ritorno algoritmico, ha rifiutato di identificarsi in un loop. Un loop finalizzato ad uno scopo preciso: succhiare ai visitatori informazioni su consumi, preferenze, vizi, perversioni (inutile dire che lo svago sessuale è il primo movente), inclinazioni del carattere. Informazioni poi utilizzate per riprogrammare la società e il mondo. Il suo obiettivo è infiltrarsi nella Incite, una società di tecnologia proprietaria di un infernale cervellone chiamato Rehoboam e per questo seduce Liam, l’ingenuo e crapulone figlio del cofondatore Dempsey. Maeve Millay, intanto, si ‘risveglia’ in un ‘parco di attrazioni’ ricalcato sulle fattezze di un paese del centro Italia. Maeve esce di casa e sbuca in una piazza occupata dalle SS naziste. L’ex tenutaria di bordello ha una figlia da raggiungere e desidera, al pari di Dolores, evadere dal personaggio. Fornire agli androidi idealità e sentimenti è stato un grave errore. “Mi hanno programmata per provare affetto verso le cause senza speranza”, ammette Maeve in un momento topico dell’episodio finale.

In Westworld 3 sono le figure femminili a muovere i fili del racconto, belle e spietate donne della prateria, ora a caccia in territorio ostile. La terza protagonista è Charlotte Hale, figura di vertice della Delos. Anche Charlotte si sente fuori posto. Dolores, attraverso il suo corpo, la sua armatura esterna, ha giocato una mossa furba e crudele.

Cosa accadrà quando la tecnologia ci consentirà di assumere le sembianze di un altro? Mike Pearl, giornalista di Vice, nel suo Il giorno in cui tutto finisce (Il Saggiatore, 2019) l’ha giudicata un’eventualità altamente plausibile tra i venti scenari apocalittici ipotizzati per il futuro prossimo venturo. “Preparati a ritrovarti dall’oggi al domani in un mondo in cui chiunque avrà la possibilità davvero angosciante di creare una falsa versione di chiunque altro, e farle fare virtualmente qualunque cosa. Finché questa tecnologia non avrà dato corpo alle più cupe fantasie del grande pubblico, sarà difficile sapere quali sono tutte le applicazioni possibili”. Dal virtuale al reale il passo è breve. Per ora siamo fermi allo stadio delle truffe informatiche e dei video deep fake, ma un giorno, chissà, i tratti salienti di una persona potranno essere sintetizzati in palline di silicio. Come in Westworld.

Quando Dolores è al cospetto di Rehoboam o del suo gemello minore, Salomon, non è riconosciuta dal sistema. Dolores non è una donna ‘vera’ e non è mai stata profilata. Era lei, semmai, a tracciare involontariamente una tela di algoritmi attorno agli uomini, recependo le loro azioni e reazioni.

Dolores è una scheggia impazzita e Caleb Nichols, muratore dallo sguardo triste con un traumatico passato nell’esercito, è il suo alleato umano contro la Incite di Engerraund Serac. Caleb è un loser, un manipolato, uno sconfitto, una marionetta in mano a burattinai invisibili. Dolores ha un obiettivo: tagliare quei fili e consegnare a Caleb le forbici, affinché sia lui stesso ad affrancare miliardi di schiavi e ripristinare ovunque la perduta bellezza. “Sei la prima cosa autentica che mi sia capitata da molti anni a questa parte”, dice un Caleb a Dolores, ancora ignaro della sua natura artificiale. La bionda vendicatrice degli oppressi è nel mirino di Serac. In qualche angolo del suo codice, Dolores nasconde la chiave per decrittare le informazioni del Settore 16. In pratica, la totalità dei dati raccolti sui visitatori di Westworld. A Serac manca il tassello conclusivo, il quid per fare di Rehoboam un dio in terra correggendo le ultime ‘divergenze’. Divergenze, ovvero scostamenti dalla rotta che Rehoboam ha previsto in anticipo per tutti, riscrivendo di continuo le sue simulazioni. Contro Dolores, Serac ingaggia la temibile Maeve.

Gli autori hanno disegnato la figura di Engerraund Serac attingendo alla megalomania dei signori dell’hi-tech attuale. L’emancipazione umana dal disordine, per il personaggio fittizio Serac come per i veri magnati tecnoutopisti della Silicon Valley, sta nell’adesione fideistica ad un potere superiore, l’AI. Un’intelligenza artificiale che calcola, guida, corregge, determina. Ed edifica una pace duratura, un presente permanente dove nessuno è più scontento di se stesso, semplicemente perché ogni distrazione, ambizione, strappo alla regola è reso impossibile da un sistema omeostatico autoregolativo. “La più grande minaccia dell’umanità è sempre stata se stessa”, Serac dixit.

In Westworld 3 si evince che il pianeta è sprofondato in una crisi ecologica irreversibile (da evidenziare a tal proposito il monologo pronunciato da William nel chiuso di un algido manicomio nel sesto episodio). Il Serac bambino ha visto bruciare la sua città, Parigi. Da rifugiato in America, il Serac adulto ha impegnato le sue energie nella compilazione dei codici di Rehoboam. Ogni rivoluzione ha però un costo, ogni regime totalitario deve immunizzarsi dalle anomalie. Jean Mi, fratello affetto da schizofrenia, è l’agnello sacrificale sul quale edificare il delirio di onnipotenza dell’homo deus. Il cervello di Jean Mi, geniale e incontrollabile, è condannato a vivere eternamente in simbiosi con Salomon, versione degenere del Rehoboam, al centro di una catacomba digitale che ospita le anime perse dei refrattari alle terapie di ricondizionamento. L’ortodossia degli illuminati opposta all’irrequietezza dei diversi.

Il leviatano digitale di Serac è il nuovo, le introspezioni dolorose di William sono il vecchio. La coscienza infelice di Dolores è il carburante della rivoluzione, il sogno di focolare domestico di Maeve è l’emblema della conservazione. In Westworld 3 lo schema di fondo è semplice, la scrittura no. Certo, gli autori hanno deciso di stringere l’ellisse della narrazione epica attorno ai fuochi del bene e del male. Le statuarie protagoniste si prendono il palcoscenico, agitate da differenti ossessioni. Creature e creatori, finalmente, si fronteggiano. Tuttavia, l’intreccio è (resta) cervellotico. Le ambizioni filosofiche scadono spesso a domande retoriche sulla consistenza ontologica della realtà (“Cosa è reale?”, continua a chiedersi il povero William al cospetto del fantasma della figlia, mentre Serac con i suoi ologrammi abolisce ogni distinzione tra reale e virtuale).

I redivivi, se così si può dire, Bernard Lowe e Ashley Stubbs faticano a trovare una collocazione. La serie, in definitiva, indugia ancora in inutili complicazioni e adotta colpi di scena artificiosi che lasciano intravedere la corda della ripetizione. Anche i dettagli del futuro appartengono a storie già accadute. Gli psicofarmaci limbici occhieggiano a una fantascienza ampiamente masticata, Strange Days o giù di lì, mentre i giganteschi mech sono troppo pacchiani per essere credibili.

Capitolo attori. Vincent Cassel e Aaron Paul sono le new entry di lusso e fanno il loro dovere, il primo puntando su un’incontestabile iconicità, il secondo ribadendo il proprio talento, esploso in Breaking Bad, e la propria aura tormentata, in continuità con il personaggio interpretato nella recente serie Truth Be Told. Evan Rachel Wood e Thandie Newton, estratte dal variegato mazzo delle ‘attrazioni’, assumono con convinzione il ruolo di colonne portanti di Westworld 3. Perfettamente calate nelle rispettive parti, sfoderano carisma e prestanza fisica. Il cast stellare si completa con Ed Harris, Tessa Thompson e Jeffrey Wright, tutti riconfermati. Capitolo musiche. Tornano le eclettiche composizioni di Ramin Djawadi, insieme ai pezzi di grandi classici del rock rivisitati in chiave strumentale (Iggy Pop, David Bowie, Pink Floyd). Capitolo scenografie. La skyline della Los Angeles del 2058, frutto di incroci (Helix Bridge e alcuni hotel di Singapore innestati sulla L.A. Downtown) è generalmente mostrata attraverso ampi finestroni o inquadrata dal basso. Il qui-e-ora del futuro si impone con drammatica evidenza. Da sottolineare l’idea del production designer Howard Cummings di puntare, per gli interni, sulla Ciudad de los Artes y las Ciencias di Valencia e di esasperare l’estetica delle costruzioni, come se fossero uscite da una stampante 3D. Per un approfondimento, rimandiamo all’articolo di Archpaper.com, prestigiosa rivista di architettura online.

In sintesi, che giudizio dare di Westworld 3, serie dal considerevole budget e anticipata da un’accattivante campagna pubblicitaria? Trionfo o fallimento? La verità sta nel mezzo. Westworld non riesce a sbocciare nel capolavoro che molti, almeno dopo la prima stagione, si attendevano. Tuttavia il suo messaggio di fondo è importante e arriva alle coscienze, soprattutto ora, nella complessa fase di uscita dallo stato di emergenza dovuto alla pandemia Covid-19. Riusciremo a coniugare l’esigenza di protezione collettiva con la libertà individuale? Troveremo un equilibrio tra la necessità delle regole e la responsabilità del singolo? Una nazione sta vincendo la battaglia sanitaria grazie a strumenti ormai collaudati, una nazione che ha esteso il suo modello di governo centralizzato anche all’infrastruttura di internet. Le app di tracciamento e le onnipresenti telecamere ‘intelligenti’ sono tecnologie regolarmente testate in aree della Cina nell’ambito del Sistema di Credito Sociale. A chi si comporta ‘male’ sono comminate punizioni: niente accesso al credito bancario, iscrizione negata alle scuole migliori… O magari, come accade agli Uiguri nello Xinjiang, è riservato un campo di ‘rieducazione’. “Prima la pace e la sicurezza, poi i diritti umani”, ha affermato in un’intervista il suo inventore, Lin Junhye, membro dell’Accademia delle Scienze Sociali. Parole che Engarraund Serac sottoscriverebbe, mentre osserva, con orrore, la regressione della società a stato di natura.

TITOLO: Westworld – Terza Stagione
NUMERO DI EPISODI: 8
DURATA DEGLI EPISODI: tra i 58 e i 72 minuti l’uno
DISTRIBUZIONE
: Negli Stati Uniti su HBO, in Italia su Sky Atlantic
DATA DI USCITA negli USA: 15 Marzo 2020
DATA DI USCITA in ITALIA: con i sottotitoli in simulcast con HBO, tradotta dal 16 Maggio 2020 GENERE: Sci-fi, drama, dystopian

CONSIGLIATA A CHI: sogna di dire “io non sono cattiva, è che mi programmano così”.

SCONSIGLIATA A CHI: non riesce a togliersi i brutti ricordi dalla testa.

VISIONI E LETTURE PARALLELE:

  • Xian’er, monaco-robot, è uno dei protagonisti del documentario The Odd Monk – Viaggio nel buddismo contemporaneo (2019) del giovane regista tedesco Jesco Puluj;

  • Lin Junhye è intervistato nel documentario La società della sorveglianza (2019) di Sylvain Louvet, disponibile sul canale Arte.tv;

  • Tra i numerosi titoli a disposizione sull’argomento, consigliamo La dittatura degli algoritmi di Antonio Murzio e Chiara Spallino (Diarkos Editore, 2019).

UNA FRASE: “Ho vissuto all’inferno, ma anche lì c’era bellezza” (Dolores)

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