Humans 3: prima gli umani?

Fin dal suo esordio nel 2015, il pregio della serie britannica Humans, clone della svedese Äkta människor e, sciccheria, con la A del titolo rovesciata, consiste nel presentare allo spettatore una realtà parallela assai singolare. Se esaminiamo con cura i dettagli dell’ambientazione, ci accorgiamo che l’evoluzione tecnologica ha interessato un unico settore: la cibernetica applicata ai cosiddetti synth, androidi identici all’uomo, sorretti da un’intelligenza artificiale avanzatissima e preposti allo svolgimento delle mansioni “inferiori”, sia in ambito casalingo che lavorativo. La rapida diffusione di questi dispositivi, che si ricaricano attaccandosi alla presa della corrente, suscita reazioni contrastanti: attaccamento affettivo, soprattutto nei bambini e, in generale, un’accettazione quasi fatalistica della novità da parte dei ceti medio-alti più acculturati, a fronte di sentimenti di repulsione, anche violenta, nelle classi subalterne della società, un astio motivato da ragioni comprensibili. L’argomento è noto e non serve una fiction per afferrarne la gravità: l’automazione riduce in maniera significativa le possibilità di occupazione, in particolare laddove l’azione richiesta è manuale e ripetitiva. Trasformazioni che stiamo già vivendo. In Humans, l’uso su larga scala dei robot ha costretto ampi strati di umanità a ridefinirsi e a lottare per la sopravvivenza. Nessuna liberazione, nessuna redistribuzione delle ricchezze. Proprio come in Westworld, una parte dei synth è destinata a funzioni meno nobili, incluse quelle di natura sessuale. Questi androidi dagli occhi verdi sono schiavi senza diritti, invisi ad ampi strati di umanità. A differenza degli uomini, non hanno una coscienza per rivendicare alcunché…

Tutto cambia quando la famiglia Hawkins si dota di Mia, un androide “ricondizionato”. Il dottor Elster, lo scienziato padre dei synth, prima di suicidarsi realizza una ristretta classe di macchine, con una marcia in più. Androidi segretamente dotati di emozioni, di ricordi, di pensieri non indotti dagli umani, in grado di imparare dai propri errori, in pratica esseri coscienti a tutti gli effetti, consapevoli della morte, da porre attorno al figlio Leo, personaggio chiave della serie, a mo’ di cordone protettivo. Mia alias Anita, interpretata da una strabiliante, per capacità espressiva, Gemma Chan, è una di loro, al pari di Niska, una glaciale, agguerritissima Emily Berrington, una sorta di cyber-Nikita alla ricerca del sacro graal della singolarità tecnologica, e di Karen Voss (l’irlandese Ruth Bradley), infiltrata nelle forze di polizia, costruita da Elster sulle fattezze della moglie defunta. Intanto, il carismatico Max (il magnetico Ivanno Jeremiah) affina le sue capacità di leadership, fino a diventare, nella terza stagione, un punto di riferimento politico per tutti i synth risvegliati. Al termine della season two accade infatti l’irreparabile: Mattie, genietto informatico di casa Hawkins, non solo si innamora di Leo, faccenda già di per sé spinosa, ma, quel che è peggio, libera nella rete il codice segreto di implementazione delle funzioni di coscienza. Tutti i synth, anche quelli all’apparenza meno dotati, si accorgono all’istante di avere possibilità di scelta e di essere superiori, per abilità cognitiva e forza fisica, all’uomo. E’ il giorno zero, l’alba di una nuova epoca segnata da purghe, eccidi e vendette. L’uomo non si fida più del robot, e viceversa.

Humans è una scommessa vinta da Channel 4, il canale che commissiona la serie, considerata anche l’ottima accoglienza riservata dalla critica. Lontano dai pendagli moralistici di Black Mirror, meno visionario della dickiana Electric Dreams, il focus di Humans è chiaro e distinto. Ogni distrazione è bandita: non troviamo accenni ad altri sviluppi futuribili, niente realtà virtuale o internet degli oggetti, nessuna enfasi su auto che si guidano da sole o presenza di ologrammi nella vita quotidiana. L’attenzione degli sceneggiatori si concentra esclusivamente sull’interazione tra uomini e synth, e sui conseguenti, inevitabili dilemmi morali che tali inedite relazioni comportano. Sono questioni che già si affacciano, in embrione e timidamente, nel dibattito pubblico contemporaneo. E’ lecito provare affetto per un synth? Lo si può perseguire per legge? E’ responsabile delle proprie azioni? I suoi diritti sono equiparabili a quelli umani? Su quali basi si può avviare una negoziazione con loro? Si può preferire un synth ad un umano, perfino sacrificare un essere della propria specie, se determinate circostanze lo esigono? Come ci si può accertare che un androide senta veramente gioia e dolore, e non simuli gli stati interiori? Domande cruciali che si ripercuotono su noi stessi, nel momento in cui il nodo principale viene a galla, e ci scuote: la presenza di umanità negli androidi si misura attraverso il dolore, e stimando la compassione verso il prossimo. Pietà ed empatia: ne siamo ancora capaci, noi?

La serie punta il dito sulla nostra disumanità crescente. Le domande superano le risposte, le questioni sollevate richiedono una nostra elaborazione critica. Cosa ci distingue da un essere sintetico? L’amore, l’amicizia, il rispetto dell’altro, sono verità scritte nella coscienza universale, oppure sono lezioni, conquiste, apprendimenti, scoperte graduali, gioie che si assaporano lottando contro gli istinti egoistici e la propensione al calcolo? Humans va addirittura oltre. Quando, nelle nuove puntate della serie, compaiono i cartelli con la scritta, a caratteri cubitali, “HUMAN FIRST”, cogliamo la tempestività dello slogan, la sua didascalica attualità, fin troppo sfacciata. I synth superstiti, messi all’angolo da un’ostilità strisciante che sfocia in atti di violenza, e sostituiti da nuovi modelli a prova di fedeltà con gli occhi arancioni anziché verdi, si raccolgono in ripari improvvisati. Il deposito ferroviario dove Max tiene a bada i suoi simili, attraversati da desideri di rivalsa, potrebbe essere la tendopoli di Calais prima dello sgombero, uno slum di disperati ai margini delle nostre campagne, una nave affollata di migranti. Cancelli chiusi, porti chiusi… Nel synth perseguitato percepiamo il profilo dell’Altro, dello Straniero, del Diverso. In parallelo, nelle azioni terroristiche di una fazione di synth ribelli, capitanati da Anatole, smascherati dal buon Max, leggiamo la spaccatura storica tra intransigenti e pacifisti, la linea di Malcolm X versus quella di M.L. King, l’estremismo fanatico contro il pacifismo dialogante. Una reazione omicida è accettabile, se scaturisce nel soggetto oppresso? Le sfumature politiche del discorso caratterizzano la terza stagione e mettono un po’ in ombra la dimensione familiare, intima del racconto, comunque importante.

A prescindere dalle evoluzioni della trama, la protagonista “umana” della serie resta sempre Laura Hawkins, interpretata da Katherine Parkinson, attrice versatile, conosciuta dal pubblico inglese, prima di Humans, soprattutto per ruoli comici. Laura, avvocato, assume sulle sue spalle la responsabilità di mediare i conflitti tra uomini e synth, a partire dal suo complicato nucleo familiare, percorso da tensioni adolescenziali (Mattie e il fratello Toby) e guardato con occhi innocenti dalla piccola Toby. In questa stagione, allontanatasi dal marito Joe, sostenitore di uno stile di vita “naturale” precedente l’arrivo dell’intelligenza artificiale, Laura prende una sbandata per l’equivoco Neil (Mark Bonnar), un esperto di scienze sociali con il dente avvelenato verso i synth, convocato, come lei ed altri, ad un tavolo operativo per gestire l’emergenza terroristica. Humans non avrebbe mai avuto successo senza l’apporto, superiore alla media registrata nelle serie tv, di un cast di attori affiatato e da performance individuali a tratti strabilianti, tra i quali spiccano alcune new entry: l’attore-ballerino Ukweli Roach nelle vesti dell’ideologo antagonista Anatole e Holly Earl, la bombarola Agnes, già vista in Doctor Who. Segno della conquistata maturità collettiva, è la scelta di non affidare parti a icone del cinema del livello di William Hurt e Carrie-Ann Moss, volti importanti delle prime stagioni, e di andare avanti con protagonisti giovani e giovanissimi, su tutti Billy Jenkins, il bambino androide Sam, inquietante elemento di rottura, al centro di uno dei dilemmi etici più strazianti dell’intera serie, scena clou della sesta puntata.

Scontri in diretta televisiva, un sacrificio inaspettato, Niska che si imbatte in un redivivo Odi, l’evoluzione mistica della coscienza sintetica, uno strano messaggio finalmente decifrato: il finale della terza stagione di Humans apre scenari, se possibile, ancora più angoscianti. Singolarità tecnologica, fusione tra uomo e macchina, evoluzione della specie… Gli sceneggiatori non si sono risparmiati. Leo Elster, un sempre convincente Colin Morgan e Mattie Hawkins, la tormentata Lucy Carless, occuperanno quasi certamente un posto centrale nella probabile quarta stagione. “La tua bambina sarà l’emblema di tutto quello per cui abbiamo combattuto, sarà il futuro…”, dice Niska a Mattie, nelle battute conclusive. Certo, non dev’essere semplice portare in grembo una figlia che potrebbe essere un messia… Mattie, coraggio, e chiedi lumi a Dana Scully. Lei, di ibridi, se ne intende.

Humans, terza stagione
Numero di puntate: 8
Durata media di ogni puntata: 47 minuti
Canale televisivo originale: Channel 4
Periodo di programmazione in UK: dal 17 Maggio al 5 Luglio 2018

Cibernetica.

“Il modello cibernetico riduce la natura animale a due termini: facoltà di sentire e di movimento, quando di fatto essa è costituita da una triade, percezione, facoltà di movimento ed emozione. L’emozione, più fondamentale degli altri due termini che unisce, è la traslazione animale della spinta che, persino a livello indifferenziato pre-animale, opera nell’incessante processo del metabolismo. Un meccanismo di feed-back può funzionare o stare fermo: in entrambi i casi la macchina esiste. L’organismo deve continuare a funzionare, perché in questo consiste la sua esistenza – che è provvisoria – e, minacciato dalla sua fine, si afferma attraverso la sua esistenza. Non c’è nelle macchine qualcosa di analogo all’istinto di auto-conservazione, ma soltanto la sua antitesi, cioè l’entropia finale della morte” (Hans Jonas, La cibernetica e lo scopo: una critica, ETS Edizioni, 1999).

Empatia.

Einfuehlung, empathy, è infatti una parola chiave per l’ambito dell’intersoggettività- già Aristotele diceva che l’uomo è un animale sociale – ma non è affatto facile districarne il senso. Che cosa vuol dire infatti, letteralmente, la parola “empatia”? Vuol dire molte cose: “sentire dentro”, quindi penetrare nelle intenzioni, nei desideri di un altro, oppure “sentire insieme”, vivere all’unisono, per immedesimazione. Se solo si approfondiscono un po’ queste definizioni, nascono altre possibilità: penetrare nelle intenzioni, nei desideri altrui (capire che cosa vuole, fa, desidera un altro) può essere frutto di una proiezione del proprio sapere e della propria esperienza sull’altro, ma può anche essere invasione, contagio da parte delle intenzioni, del volere dell’altro oppure partecipazione, condivisione di una gioia, di un dolore. Non è un caso che, tuttora, la parola empatia sia usata spesso come sinonimo di simpatia, compassione, amore e indichi quindi un forte vincolo emotivo tra le persone.” (Laura Boella, Neuroetica, Cortina Editore, 2008).

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