Tiger King: un re e la sua corte di imbroglioni, narcisisti e sfruttatori di animali in una società che ha smarrito la bussola

Tiger King **

Gli amanti degli animali sono tutti folli. E forse sono uno di loro. Non lo so, ma sono tutti fuori”. “Quelli delle scimmie sono un po’ diversi, ma quelli dei felini si accoltellano alle spalle” è così che inizia la docuserie Netflix Tiger King: Murder, mayhem and madness. Una sintesi perfetta di quello che ci aspetta, un incipit che cattura da subito lo spettatore con il fascino di immagini stravaganti, come un leone che guarda dritto in macchina mentre viaggia su una decappottabile al fianco di una giovane donna.

Il racconto mette subito al centro della scena la faida tra Joe e Carole. La voce fuori campo di un notiziario ci dice che “Il re delle tigri avrebbe tentato di far uccidere una donna”. Joe Exotic è il re delle Tigri, fondatore e proprietario del Greater Wynnewood Exotic Animal Park in Oklahoma che ospita oltre 180 felini e poi orsi, lupi e alligatori. Carole Baskin è la donna: fondatrice del Big Cat Rescue a Tampa, in Florida, si batte contro lo sfruttamento dei felini. Un malvagio sfruttatore di animali in via di estinzione ha assoldato un sicario per eliminare una paladina dei felini? Qualcosa di simile. Fatto salvo che Carole è proprietaria di uno zoo e proprio come Joe è dai felini (oltre che dal denaro dell’ex marito miliardario misteriosamente scomparso) che trae gran parte del proprio sostentamento e, cosa che le interessa forse anche di più, della propria fama mediatica. L’acredine fra lei e Joe si sviluppa negli anni, partendo da piccole scaramucce a distanza veicolate dai social network per arrivare fino ad una causa milionaria e, appunto, al tentato omicidio su commissione.

Eric Goode e Rebecca Chaiklin accompagnano lo spettatore, tramite le interviste ai protagonisti della vicenda, attraverso un materiale di per sé sterminato: notiziari, video postati sui social, ore ed ore di registrazione della Tv di Joe. La qualità maggiore del documentario sta nell’andare oltre alla storia della faida tra Joe e Carole, grazie ad un accumulo di aneddoti raccontati da personaggi straordinari, sospesi tra megalomania, manie di persecuzione, impulsi autodistruttivi e narcisismo esasperato. Soprattutto nei primi episodi questo meccanismo funziona ed il carisma dei narratori cattura lo spettatore che si sente trasportato in un picaresco affresco della parte più nascosta della società Americana, in attesa che la vicenda dispieghi tutte le sue potenzialità. La maggiore qualità dello show costituisce anche la sua maggiore debolezza: le potenzialità del racconto restano schiacciate sotto una montagna di divagazioni e personalizzazioni che fanno perdere elasticità e ritmo alla narrazione.

Al di là di Joe, tutti i personaggi descritti nella serie sono a loro modo unici ed irripetibili: si va dal carattere sornione dei coniugi Baskin che non riescono a celare il loro desiderio di fama e potere, agli scatti d’ira di Jeff Lowe, uno dei soci di Joe dal passato (e dal presente) poco trasparente; dall’umanità degradata e avvilita dei collaboratori del G.W. Zoo, alle attività del più famigerato allevatore di cuccioli degli USA, Doc Antle, proprietario di uno Zoo nella Carolina del Sud che sembra, da quanto ci racconta una sua ex-collaboratrice, molto simile ad una setta. E quando spunta un investitore, come James Garretson, ci appare molto lontano dall’idea tradizionale di businessman.

Più che il presunto amore per gli animali il tratto che accomuna Carole, Joe, Doc Antle e Jeff è il desiderio di essere protagonisti. Ognuno di loro ha negli occhi l’orgoglio di essere depositario di un’interpretazione vera ed affidabile di questa storia, ognuno di loro è lusingato dal fatto di essere al centro di una produzione Netflix e pensa di meritarlo, di essere speciale. Il bisogno di visibilità è la stella polare che ha guidato la loro esistenza e che ne ha stravolto la percezione della realtà.

Al centro di tutto c’è lui, Joe Exotic, al secolo Joseph Allen Maldonado Passage. Vestito come un cowboy, con un taglio mullet “alla tedesca” fuori moda (direi anche fuori secolo!), sempre abbronzato, pieno di tatuaggi e piercing, alterna tra le mani con uguale naturalezza la stampella con cui sorregge la gamba acciaccata al fucile con cui spara alle sagome di Caroline Baskin. Una vita non facile quella di Joe che ha plasmato una personalità magnetica partendo da un’infanzia complicata. Quando, divenuto adulto, Joe rivela il proprio orientamento sessuale alla famiglia, il padre gli stringe la mano: “Ci rivedremo al mio funerale”. Joe, sconvolto, prende la sua automobile e si butta giù dal ponte. Sopravvive, ma l’incidente lo rende parzialmente zoppo. La morte del fratello lo spinge a trasferirsi in Oklahoma, dove acquista un terreno e costruisce il G.W. Zoo, dedicato proprio alla memoria del fratello. La struttura diventa uno dei più grandi allevamenti di tigri degli Stati Uniti: Joe è l’anima del parco, con il suo essere naturalmente uno showman: la gente viene per vedere lui. O almeno questo è ciò di cui è convinto.

Ma Joe Exotic oltre ad essere un poliedrico intrattenitore è anche un truffatore che non esita a mettere in mezzo l’anziana madre per evitare di dover pagare la causa milionaria persa con i coniugi Baskin. È soprattutto un manipolatore abile e senza scrupoli, come sanno i suoi due mariti sposati contemporaneamente, cioè letteralmente nella medesima cerimonia. In pochi minuti Joe sembra avere la capacità di capire quali sono i punti deboli delle persone che si trova davanti per poi sfruttarli a proprio favore per ottenere ciò che vuole. Un tratto inquietante che condivide con alcune delle menti criminali più pericolose, come Ted Bundy per esempio. Anche le tigri sono solo uno strumento per ottenere quello che vuole.

Il microcosmo in cui vive Joe Exotic riflette i tratti salienti della nostra società. Nella lotta tra lui e Carole c’è tanto del nostro mondo fatto di competizione esasperata, eccessi, sovraesposizione comunicativa; anche le persone che sono chiamate a rappresentare la giustizia e lo Stato dimostrano la propria inadeguatezza, la propria superficialità. Per questi motivi lo show ha avuto un notevole successo: rappresenta una lente d’ingrandimento sulla nostra società. E’ uno sguardo impietoso e per gran parte della visione si è tentati di relegare questi comportamenti a soggetti che sono più o meno dichiaratamente ai margini della società o che conducono vite al di sopra delle proprie possibilità ricorrendo ad indebitamenti, piccole truffe e sfruttamento degli animali. Il business che ruota attorno ai grandi felini riguarda infatti non solo e non tanto i parchi zoo, quanto piuttosto la vendita dei cuccioli per uso domestico. Ma se viene quasi immediato chiedersi come si faccia a spendere centinaia di migliaia di dollari in armi, macchine e droga per vivere poi in una baracca o ridursi senza denti, dovrebbe venire altrettanto naturale interrogarsi su come sia possibile che questi centri siano visitati ogni anno da migliaia di persone, in cerca di qualche foto con i cuccioli di una tigre e di un po’ di adrenalina da condividere sui social media con i propri amici: il problema non è quindi tanto in chi sta davanti all’obiettivo o alla tastiera, ma in chi ne legittima l’esistenza.

Non è un caso che negli Stati Uniti, dove Joe Exotic sta scontando una pena di 22 anni per tentato omicidio su commissione e per violenza sugli animali, il Presidente Trump sia arrivato ad ipotizzare la possibilità di una grazia nei suoi confronti.

In una docuserie il ritmo è fondamentale e Tiger King non riesce a mantenerlo sempre alto: nel complesso lo show soffre di una eccessiva dilatazione dei tempi che in diversi episodi sembra far perdere di compattezza all’arco narrativo. Il materiale in possesso di Goode e Chaiklin, che hanno seguito la vicenda per diversi anni, era molto ampio e lo stesso meccanismo narrativo dell’accumulo è funzionale a descrivere un modo di essere di un protagonista e di una società: senza un vero centro, senza una direzione, senza una bussola. Al pari la storia vive soprattutto sull’accumulo di aneddoti, racconti ed episodi narrati dai protagonisti, ma questo meccanismo che tiene discretamente nei primi episodi, con il tempo non basta a giustificare le troppe ridondanze e dispersioni.

Alla fine della visione, avvolti da un sottile senso di disagio, si rimane perplessi. Tiger King, stilisticamente mediocre, merita di essere visto per capire una volta di più che la drammatica situazione che stiamo vivendo deve darci la forza di cambiare una società che troppo spesso appare senza senso. Proprio come i personaggi che vediamo sullo schermo.

Titolo originale: Tiger King: Murder, mayhem and madness
Durata media degli episodi: 45 minuti
Numero degli episodi: 7
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: docu drama, thriller

Consigliato: a chi ama i documentari furbi, che ti fanno entrare in luoghi inesplorati, con un pizzico di thriller e tanto trash.

Sconsigliato: a chi ama i ritmi serrati, gli animali e … il buon senso!

Visioni parallele: l’ottimo andamento della docuserie ha spinto Netflix ad aggiungere un aftershow di una quarantina di minuti, The Tiger King and I. Realizzato da Joel McHale, si basa su interviste ai protagonisti della serie registrate proprio in queste settimane di quarantena. Un’occasione per togliersi qualche curiosità e capire come i protagonisti dello show convivono con la celebrità planetaria acquisita.

Un’immagine: nell’episodio finale, quando vediamo James Garretson a bordo di una moto d’acqua che schizza sulle onde, al tramonto, accompagnato dalle note di “Eye of the tiger”, dopo aver dichiarato di avere ancora delle carte in mano per rovinare Jeff Lowe. L’epica del nulla.

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