Favolacce

Favolacce ***

C’è silenzio in provincia. Fra le vie risuona la voce impostata di un tg, una canzone patinata spezza per un attimo il vuoto e poi di nuovo tutto tace. C’è silenzio ma non è sintomo di calma. È una patina spessa e copre una bolla di rabbia pronta a fuoriuscire con violenza da ogni scorcio, è furia che macera e monta e si sbriciola in sguardi vacui, fino all’arrivo dell’esplosione.

La periferia è per eccellenza il luogo dove germi di inadeguatezza, senso di mancanza e generale noia frustrata trovano terreno fertile per mettere radici.

E da lì i fratelli D’Innocenzo, Fabio e Damiano, si sono mossi per realizzare Favolacce, il film con cui si sono aggiudicati l’Orso d’Argento per la sceneggiatura nel corso della 70esima Berlinale, da oggi disponibile in streaming su Sky Primafila Premiere, TimVision, Chili, Google Play, Infinity, CG Digital e Rakuten Tv.

Spinaceto, Roma. Un pugno di famiglie conduce un’esistenza riassumibile in mezza pagina di A4. I padri lavorano in azienda, le madri fanno le casalinghe, i figli vanno a scuola. Nessuno dice quello che vorrebbe dire. Succede poco e succede in sordina. Ce lo racconta la voce di Max Tortora, che legge dal diario di una bambina: “Quanto segue è ispirato a una storia vera. La storia vera è ispirata a una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata”.

La storia è che ci si ritrova a tavola senza granchè di cui parlare se non di pagelle, si fanno i varicella party, i pidocchi sono un dramma, creature minuscole parlano di scopare ma sanno a malapena cosa voglia dire e all’atto pratico rimangono terrorizzate nei loro slippini bianchi di cotone. Tassello per tassello viene composta la biografia collettiva di chiunque si sia ritrovato, indifeso, a crescere in posti tremendi, senza una figura che lo schermasse dalla bruttezza e dal vero.

E così questi ragazzini sono ancora alle medie quando capiscono che il farsi una nuotata in una piscinetta gonfiabile coi compagni di classe quando c’è il sole dà la stessa soddisfazione sbiadita del passare l’anno a servire ai tavoli 6 giorni su 7 per poter spendere due settimane a Ibiza in estate.

La narrazione lavora sui primissimi piani e su un senso di frammentazione ordinata, avanti e indietro indietro e avanti fra partecipazione e distacco – perché il filo conduttore c’è e identificarsi nella materia è facile, ma i protagonisti sono slegati dalle loro esistenze e anche noi finiamo per vivere con freddezza il massacro a rallentatore delle loro sinapsi.

In queste favole cattive e contaminate, la funesta profezia autoavverante del nasci-cresci-trova un lavoro-pagatici le ferie-muori aleggia nell’atmosfera sotto forma di spore minuscole ma insidiosissime e contagia a prescindere dall’anagrafe, l’infanzia non è un’oasi priva di consapevolezza e, anzi, sono proprio i più piccoli, gli ultimi arrivati, a vedere con particolare chiarezza le linee di forza che regolano il sistema e a decidere di volerne fare a meno.

I D’Innocenzo hanno un tocco delicato nel trattare i loro personaggi, li lasciano respirare senza intromettersi con giudizi di valore superflui, perché la storia parla anche di loro stessi, parla di tutti, racconta il ronzio che proviamo a scacciare quando ci raccontiamo che va tutto bene e che possiamo accontentarci, fare storie non serve, strillare non serve, pretendere altro non serve.

La loro disillusione è pulita e antiretorica, filtrata ulteriormente dalla mancanza di retropensiero dei bimbi e dalla loro recitazione immediata, disarmante. Sono pieni e pragmatici, bene ancorati nella carne, immuni ai voli pindarici.

Dando colore e forma al negativo, Favolacce traccia i contorni di un malessere prima indefinito e si mostra abbastanza maturo da non pretendere di poterlo dominare. Piuttosto lo scopre, lo punzecchia, lo mette sotto i riflettori e ci costringe a scuoterci dal torpore per farci i conti.

La macchina da presa incede impietosa e non risparmia dettagli. Un cerchio si chiude per tornare ad aprirsi, in un ritorno dell’uguale che prescinde da morale o lieto fine.

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