Il principe dimenticato

Il principe dimenticato **

L’ottavo film del premio Oscar Michel Hazanavicious (The Artist, Il mio Godard) è una favola moderna e un viaggio di formazione per padri e figli.

Come molti dei suoi film del passato, anche Il principe dimenticato è un omaggio, una rivisitazione di un immaginario già noto e codificato.

Il suo cinema si va definendo, in modo sempre più chiaro, come una soglia che vorrebbe connettere presente e passato, una madeleine nostalgica che non sempre tuttavia riesce per davvero ad essere equilibrata.

In questo caso il riferimento più vicino è il mondo delle fiabe, magari mediato dall’immaginario disneyano dei principi azzurri e delle principesse in pericolo, che nascondono un discorso più importante sull’importanza delle storie e sulla costruzione dell’identità.

I protagonisti sono Sofia, una ragazzina che sta per cominciare le scuole medie e suo padre, che lavora in un parcheggio di giorno, ma la sera, inventando favole della buona notte per la sua bambina, diventa un principe colorato e pronto a tutto pur di salvarla dal perfido e sempre sconfitto cattivo Pritprut.

La doppia dimensione il film la esplicita fin dall’inizio, costruendo un mondo incantato che assomiglia a degli studi cinematografici con attori e comparse, richiamati in servizio non appena cominciano i racconti.

Solo che il tempo passa, Sofia si fa più grande e comincia a costruire da sè le sue storie.

Questo finisce per minare il piccolo microcosmo familiare e quello magico dell’al di là fiabesco.

Proprio quando il padre rischia di finire nell’Obli-mondo, destinato a persone e oggetti che hanno perso significato per la protagonista, arriverà a salvarlo una vicina di casa svampita e rockettara.

Il film di Hazanavicious affoga in una melassa sentimentale che rende tutto appiccicoso, patetico.

Non aiuta la scelta di Omar Sy come protagonista, capace di una sola espressione e di una sola faccia, fin dai tempi di Quasi amici.

Padre vedovo candido e principe detronizzato, il suo ruolo avrebbe meritato tutta un’altra complessità e una scrittura capace di sostenere l’equilibrio sottilissimo tra realismo e fantastico. Invece Omar Sy è stucchevole fino alla noia e il film non trova mai il tono adeguato.

Nelle mani della Pixar o in quelle di Michel Gondry, si sarebbe potuto trarne qualcosa di interessante sulle dinamiche della crescita, sull’adolescenza come età di passaggio, sui cambiamenti necessari non solo nei figli, ma anche nei genitori.

Invece il film di Hazanavicious è goffo, pasticciato e non c’è nessuna meraviglia nel suo universo fantastico, solo kitsch digitale e scenografie inutilmente sgargianti.

Persino la presenza della Bejo, musa e compagna di Hazanavicious, qui sembra pleonastica, svolgendo una pura funzione narrativa, senza che la sceneggiatura scritta con Noé Debré e Bruno Merle riesca a farne qualcosa di più di un cliché da fatina buona.

Il film esce su Amazon Prime in Italia, mentre in Francia ha raccolto 900.000 spettatori a febbraio, prima del lockdown.

Del tutto incomprensibili i costi di produzione, pari a 25 milioni di euro, per un film che appare invece  piuttosto povero e raffazzonato.

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