Bad Education

Bad Education ***

My problem? My problem is you. It’s the people who trot their poor children out like race horses at Belmont; who derive some perverse joy out of treating us like low-level service reps. Do you remember the teachers who sat with you, who held you by the hand, who taught you to add and subtract, or showed you Gatsby and Salinger, for the first time — Mockingbird even? Do their names escape you? Are their faces a blur? […] You might forget, but we don’t. We never forget. Ever.

Dopo l’esordio convincente con il crudele e glaciale Amiche di sangue, interpretato da Anya Taylor-Joy, Olivia Cooke e dal compianto Anton Yelchin, Cory Finley era atteso al compito più difficile per un giovane regista.

Bad Education, presentato al Toronto Film Festival e accolto molto positivamente a settembre, è stato poi acquistato per una cifra record da HBO, che lo ha lanciato negli USA il 25 aprile: tratto da una storia vera, che ha sconvolto il sistema educativo americano, è la conferma di un talento notevole e originale.

Siamo a Long Island nel 2002, l’amatissimo Frank Tassone, superintendent di diverse scuole pubbliche, tra cui la Roslyn High School, viene celebrato dal suo board di fronte agli studenti, per aver portato il piccolo liceo, fino al quarto posto nella classifica (!) nazionale.

Nulla sembra poter scalfire il piccolo impero di Frank, non le mamme, preoccupate per i loro figli con problemi di apprendimento, non la sua assistente contabile Pamela Gluckin, non il board entusiasta guidato da Bob Spicer, perchè i prezzi delle case del quartiere sono alle stelle, proprio grazie ai successi della public school, non gli investitori del progetto SkyWalk, che impegnerà molte delle risorse della scuola.

L’unica sua preoccupazione sembra essere la rigida dieta, che lo obbliga a mangiare frullati dietetici per pranzo.

Quando una giovane studentessa al primo anno, Rachel, gli chiede una sua dichiarazione per un pezzo elogiativo, da pubblicare sul giornale studentesco, proprio sul progetto SkyWalk, Frank le ricorda che c’è sempre una buona storia, qualunque sia il pezzo assegnato. Spetta a ciascun giornalista trovarla.

Sembra solo un’altra delle buone lezioni di Frank, una volta insegnante di lettere.

Ma sarà l’inizio della sua fine.

E così mentre Rachel decide di andare a fondo, intervistando Mrs Gluckin e poi spulciando negli archivi della scuola i suoi bilanci pubblici, Frank è a Las Vegas ad un meeting nazionale, dove incontra un suo vecchio studente, con cui intreccia una relazione sentimentale, e Pamela ospita una festa nella sua grande villa con piscina, a cui partecipa la nipote Jen, che lavora nella segreteria della scuola.

Tutto sembra procedere secondo copione: la prima crepa la provoca il figlio di Pamela, acquistando per migliaia di dollari e con una carta di credito intestata all’istituto, materiali per ristrutturare casa, che certamente non fanno riferimento ad esigenze scolastiche.

Qualcuno si insospettisce e lo riferisce al presidente del Board, Bob Spicer. Il revisore dei conti Phil, che ha sempre chiuso entrambi gli occhi, è costretto ad aprirne almeno uno: la punta dell’iceberg delle spese ingiustificate di Pamela Gluckin ammonta a 250.000 dollari.

Il board vuole chiamare la polizia, ma Frank li convince a soprassedere, in cambio della restituzione di quella somma, delle dimissioni della Gluckin e della perdita della sua licenza.

La mediazione di Frank sembra voler tutelare la scuola e i suoi studenti, la comunità locale e i suoi interessi, da uno scandalo che avrebbe potuto travolgere tutti.

La realtà è molto diversa…

Bad Education rifugge ogni semplificazione, è complesso, stratificato, sfrutta ogni secondo dei suoi densissimi 108 minuti, per scavare nei volti, nelle motivazioni, nei desideri e nelle paure dei suoi personaggi.

Lontanissimo dal furore accusatorio e populista, che pure evidentemente ha accompagnato lo scandalo reale a cui il film è ispirato, sia pure attraverso la mediazione dell’articolo del New York Magazine, The Bad Superintendent di Robert Kolker, il film di Finley è invece un lavoro maturo, che mostra come l’eccellenza organizzativa e educativa sia del tutto distinta dalla correttezza amministrativa e dall’onestà nello svolgere il proprio ruolo pubblico.

La figura di Frank Tassone è quella di un uomo sfuggente, con una doppia identità divisa tra pubblico e privato: un amministratore affascinante, efficiente, cordiale e comprensivo con tutti, capace di ispirare i suoi studenti e di ricordarsi di ciascuno di loro, ma anche un omosessuale che si finge vedovo, che vive da anni con un compagno, in un appartamento in Park Avenue a New York, a spese dei contribuenti, un vanesio che si fa la plastica facciale, che si innamora di un suo ex alunno e usa i soldi pubblici per i suoi interessi personali.

Quello che Finley e lo sceneggiatore Mike Makowsky costruiscono addosso a Hugh Jackman è un personaggio vero, con le sue fragilità, le sue incertezze.

Un re che si scopre improvvisamente nudo. Un eroe tragico, un usurpatore improvvisamente scoperto. Ed è proprio una sua studentessa che lo smaschera, ispirata dalle sue stesse parole e da quelle del padre, travolto da un’accusa ingiusta di insider trading.

Non meno indovinati sono i ruoli di contorno: dalla contabile Pamela (Allison Jeney), nei cui occhi si vede letteralmente sfumare e spegnersi la scorciatoia per il suo sogno americano al revisore Phil, un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, alla testarda Rachel (Geraldine Viswanathan), che non si lascia piegare dal ricatto morale con cui Frank tiene tutti in riga ed è la prima a raccontare le malversazioni alla Roslyn High School, prima che tutti i quotidiani della costa est scoprissero le malefatte di Tassone.

Bad Education racconta la mostruosità del sistema scolastico americano, la sua ragnatela di connessioni, convenienze, di sottili ricatti, che spinge tutti a perpetuarne gli effetti distorti, salvo essere disposti a pagarne il prezzo, non solo in termini educativi, ma anche sociali, economici, culturali.

La regia di Finley è spesso invisibile e si avvale di un montaggio impeccabile per tempi e gestione dei piani spaziali, ma il film non è privo di scene di grande raffinatezza visiva, come il campo e controcampo con cui Frank e il board costringono Pamela ad accettare le dimissioni, stretti nell’ufficio più piccolo dell’intera high school o come nella superba scena di Frank con Rachel, sulle panchine del campus: prima due inquadrature laterali in cui i due non condividono mai la stessa immagine, quindi il superintendent che si alza e si siede accanto alla ragazza, invadendo così il suo spazio, con lo stesso tono paternalistico e bonario, ma non meno violento, usato per gestire il suo potere.

Peccato solo che il debutto televisivo del film su HBO, privi probabilmente Finley, Makowsky, Jackman e Janney dei meritati riconoscimenti, che un lavoro di questa profondità avrebbe certamente meritato, in una stagione cinematografica impoverita dai rinvii e dalle chiusure delle sale.

Nell’annus horribilis 2020, Bad Education è certamente uno dei migliori film americani visti sinora.

 

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