Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn **1/2

Abbiamo conosciuto la Harley Quinn di Margot Robbie nel disastroso Suicide Squad, agli ordini del colonnello Rick Flag, nella squadra assemblata da Amanda Waller con i peggiori detenuti di Belle Reve, per missioni ad alto rischio.

Dopo gli studi in psichiatria, Harleen Quinzel era stata assunta ad Arkham. Qui aveva conosciuto e si era innamorata del Joker, aiutandolo a fuggire e diventando la sua partner in crime.

Dopo aver sconfitto Enchantress, Joker l’aveva fatta evadere dal carcere di massima sicurezza, regalandole di nuovo la libertà.

Ma l’amore finisce, Batman sembra essersi ritirato a vita privata e Gotham City è sotto il giogo di un nuovo signore del crimine, Roman Sionis.

Harley si ritrova adesso sola, ad elaborare il ‘lutto’ in un piccolo appartamento sudicio, condiviso con una iena chiamata Bruce, sopra un ristorante thailandese. E’ diventata il bersaglio preferito di tutti quelli che ha vessato e offeso in passato, protetta da Mr.J, a cominciare proprio da Roman Sionis, che gestisce il nightclub dove Harley trascorre le sue serate alcoliche. Qui Harley conosce Black Canary, una cantante dalla voce potentissima, che ci sa fare anche con le arti marziali.

Nel frattempo l’ispettore di polizia Renee Montoya è sulle sue tracce per un enorme incidente che ha cagionato alla fabbrica chimica di Gotham e una misteriosa killer, armata di arco e frecce, semina morte tra gli scagnozzi di Roman Sionis.

Si ritroveranno tutti a dar la caccia ad una ragazzina, Cassandra Cain, una ladruncola di talento che ha rubato un diamante appartenuto alla famiglia mafiosa dei Bertinelli – sterminata in passato proprio su ordine di Sionis – che contiene al suo interno i codici dei loro conti milionari.

Birds of Prey, scritto dall’inglese Christina Hodson (Bumblebee) per Cathy Yan, è proprio come dovrebbe essere un cinecomics, senza velleità autoriali: croccante, leggero e gustoso come un popcorn.

Pur collegandosi abbastanza chiaramente a Suicide Squad, la Gotham della scatenata Harley è un caleidoscopio di colori, di interni barocchi esagerati, da far invidia alla famiglia Savastano, ma sopratutto con il grande set che occupa tutto l’ultimo terzo del film, all’interno di un parco di divertimenti, il film sembra evocare anche suggestioni burtoniane.

Raccontato in prima persona dalla protagonista Harley Quinn, con continui salti avanti e indietro nella linea narrativa, come si conviene ad una psicopatica criminale, inaffidabile e incoerente, il film ha un evidente sottotesto femminile.

Al suo pubblico d’elezione insegna a venire a patti con le delusioni d’amore più cocenti, a smettere di essere arlecchini servitori di un padrone, per trovare invece un’identità propria, lontana da ogni dipendenza psicologica.

Tutti e cinque i personaggi femminili sono anti-eroine che cercano se stesse, che imparano a conoscere i propri poteri, a disintossicarsi dalla vendetta, ad abbandonare relazioni abusive, occupazioni frustranti e famiglie anaffettive, per trovare una propria strada.

Anche accettando di unire le forze, temporaneamente, per un obiettivo comune.

E’ per questo che il titolo originale usa intelligentemente la parola ‘emancipazione’, che invece in italiano hanno tradotto con l’assai diverso e diminutivo ‘rinascita’.

Il messaggio, fatte le debite proporzioni, non è distante da quello delle nuove animazioni Disney, in cui le protagoniste alla fine trovano felicità e realizzazione, anche senza un principe azzurro col cavallo bianco ad attenderle.

Ma Cathy Yan il suo messaggio lo cela giustamente nelle pieghe di un film scatenato, irriverente, molto divertente, per una volta capace di mettere in fila una serie di scene d’azione, coreografate con gusto e competenza, anche grazie al supporto di Chad Stahelski (John Wick), chiamato a dirigere la seconda unità.

Il film evita qualsiasi deriva sovrannaturale, resta giustamente ancorato ad una Gotham reimmaginata, ma realistica e si affida ai corpo a corpo, agli stunt, allo scontro fisico, come gli action orientali ci hanno insegnato da ormai quarant’anni.

Buoni e cattivi non hanno bisogno di indossare una maschera per essere davvero se stessi e anche quando accade, le cose non cambiano molto.

Margot Robbie sembra nata per interpretare la Quinn, forse anche perchè cuce il ruolo su di sè : se in Suicide Squad era l’unica cosa da salvare di un film pasticciato e confusionario, qui invece dirige le operazioni dall’inizio alla fine, perfettamente a suo agio nelle esagerazioni del suo personaggio.

La sua Harley sembra una donna frivola, leggera, un po’ succube, una bionda alla Marilyn – e infatti si rivede nel balletto de Gli uomini preferiscono le bionde – ma pian piano mostra tutta la sua determinazione e la sua ironia, la sua intelligenza, senza mai perdere l’aria svampita.

Le altre quattro hanno un ruolo più marginale, ma Jurnee Smollett-Bell, che ha debuttato bambina con Francis Coppola in Jack, riesce a valorizzare la sua parte, anche grazie ad una fisicità non comune.

Ewan McGregor ha questa volta il ruolo del villain, figlio emarginato di una delle più potenti famiglie di Gotham, che sceglie il crimine come suo terreno di rivincita personale.

Sopra le righe, ma pieno di fragilità, il suo Black Mask, sempre elegante e in guanti neri, è un degno avversario per le Birds of Prey: fortunatamente rimane un semplice criminale, anche con la maschera nera a forma di teschio, senza super-poteri di sorta.

Se la Warner/DC sta cercando una strada originale, dopo l’epocale trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan, quella interrotta sull’Uomo d’acciaio di Zack Snyder e l’inseguimento affannoso alla Marvel con Wonder Woman, Aquaman e Shazam, forse con Joker e con questo Birds of Prey sembra averla trovata: lasciando libertà d’azione ai suoi talenti di interpretare caratteri e personaggi in modo originale e contraddittorio, evitando archi narrativi troppo lunghi, assumendo un look più urbano e limitando gli effetti speciali e le derive sovrannaturali, senza aver paura di assumere toni diversi da quello ecumenico e simpaticone, che contraddistingue la concorrenza.

E magari divertendosi a prendere in giro l’ossessione della Marvel per le assurde scene post credits, come accade alla fine del film: “Ah, ma che scemi, siete ancora qui? Ok, vi svelo un segreto: sapevate che Batman…”

P.S. Grazie Max!

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