Honey Boy

Honey Boy ***

“I’m going to make a movie about you”

Per qualche anno Shia LaBeouf è stato un meme. Finita la fase di enfant prodige per la Disney e consolidato il suo successo con la saga dei Transformers, la tipica crisi identitaria che ci si aspetta da chiunque sia stato una child star si è fatta sentire forte e chiaro. Da un’apparizione al Festival di Berlino del 2014 con un sacchetto di carta in testa – con tanto di dicitura “I’m not famous anymore” – ad affondi dall’oscillante valore intellettuale nell’arte performativa – 24 ore filate spese in un ascensore in livestream per #ELEVATE, 4 giorni passati a ricevere telefonate di sconosciuti e ad ascoltare le loro storie per #TOUCHMYSOUL e via dicendo.

Come l’umorismo pirandelliano però, certe apparizioni fanno ridere se non ci si pensa troppo e ci si limita a registrarle in superficie per quello che sono: uno strappo nel normale tessuto della realtà.

Quando però ci si sofferma a pensare al perché un attore giovane, ricco e famoso si ritrovi in una condizione di disagio così forte da dovere continuamente fare guerra a sé stesso e al suo status, è solo allora che la risata si affievolisce e lascia spazio all’empatia.

In Honey Boy, Shia ci porta dietro la maschera e ci rende parte del suo processo di guarigione. In questa semi autobiografia scritta durante il suo soggiorno in un centro di riabilitazione e diretta dall’amica Alma Har’el, LaBeouf interpreta suo padre ed è a sua volta interpretato dal sorprendente Noah Jupe – nei panni di Shia 12enne e da Lucas Hedges – nei panni di Shia ventiduenne.

Come tanti artisti prima di lui, insomma, rischia tutto e salta sull’ombra di quello che lo tormenta per impossessarsene, assorbirlo e uscirne purificato. Il suo demone è l’infanzia, un periodo torbido e costellato di abusi psicologici in cui le dinamiche di potere sono sfocate – è lui a pagare suo padre per fargli da chaperon, a svegliarlo, a tenerlo a bada quando va fuori rotta -, il dramma è costantemente dietro l’angolo e ogni scintilla può provocare un’esplosione.

Voice over provenienti da dolori lontani si prendono il compito di dare voce alla frustrazione insanabile di Shia bambino, incapace di trasformare il padre che ama incondizionatamente in un genitore realmente meritevole di amore, affettuoso, preoccupato per lui. In questa vera e propria epopea, dove l’eroe è un ragazzino, la peripezia è il riportare alla ragione un adulto disfunzionale e il tesoro che si cerca di conquistare è del genuino affetto, si riempiono di sfumature anche personaggi laterali, come la sex worker Shy Girl (Fka Twigs), delicata e avvolgente nel riconoscere un’altra anima in sofferenza, e la madre di Shia, che pur facendo capolino solo come voce (nello specifico, quella particolarmente espressiva di Natasha Lyonne) aggiunge colore al quadro con un siparietto tragicomico.

Nel meccanismo di co-dipendenza fra la grande macchina di Hollywood e l’immenso apparato mediatico che da essa muove i suoi tentacoli, i fatti umani si riassumono nei 50 caratteri del titolo di uno scoop su un tabloid. Quando la propria identità viene sminuita e calpestata di continuo e in maniera così brutale, rimanere esclusi dalla propria narrativa è inevitabile. Facendo due passi indietro per riacquisire chiarezza, Shia riesce a riprendere in mano la sua storia e si avventura in una catarsi emotiva tanto personale da risultare difficile da abbracciare per il pubblico, volutamente tenuto a distanza, che può però godere dall’esterno del bagliore di questa modalità comunicativa così cruda.

Il suo io dodicenne sale su una macchina in una discarica e lancia un ululato verso il cielo. Il suo io ventiduenne, già in riabilitazione, cammina fino al centro di una foresta e lancia un urlo straziante, sgraziato, doloroso. Le due estremità del cerchio si toccano. Nel baratro torna a filtrare un raggio di luce.

In Italia dal 5 marzo 2020.

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