Wonder Woman

Wonder Woman **

La cura Marvel applicata ad una delle icone della DC. Il film di Patty Jenkins è tutto qui.

Primo film di supereroi diretto da una donna – la regista di Monster – Wonder Woman scava nelle origini del personaggio, che abbiamo già incontrato in Batman v Superman e che ritroveremo nella prossima Justice League.

E lo fa cercando di replicare la formula magica della concorrenza: miti e leggende del passato per giustificare l’origine divina del personaggio, una presa forte sulla Storia, la scelta di un genere ancillare a quello proprio dei supereroi – questa volta il film di guerra – una buona dose di ironia e situazioni da commedia romantica. Una bella shakerata ed il cocktail è servito.

Solo che la DC ci aveva abituato a qualcosa di diverso: una certa gravitas, associata al tentativo di ricostruire il carattere dei personaggi, senza nasconderne i lati oscuri, una narrazione più squilibrata, frammentata, che tentava tuttavia di evitare di chiudersi in una prospettiva interamente seriale.

Persino nel pasticcio Suicide Squad, c’era qualche buona intuizione, ad esempio quella di rifare il Joker come un gangster spietato, tra Paul Muni e James Cagney, come nei classici della WB.

Massacrati negli Stati Uniti da critiche feroci, quelli della DC sembrano aver deposto le armi, accontentando la voluntas popolare: Wonder Woman è diventato così un film che non sa di molto, corretto, ma sciapo, senza alcuna personalità.

Ovviamente il fatto sembra andare benissimo oltreoceano, dove il pubblico accorre in sala e le critiche non sono mai state così buone dai tempi del Cavaliere Oscuro.

Wonder Woman comincia da una fotografia, quella in bianco e nero che Bruce Wayne scopriva nella sua ricerca sui metaumani nel film di Zack Snyder e che lo portava ad interrogarsi su chi sia davvero la misteriosa Diana Prince.

Recuperato l’originale, il miliardario lo invia come regalo a Diana, che lavora al Louvre a Parigi, come catalogatrice di reperti (?). L’immagine è la chiave per scoperchiare il vaso di pandora dei ricordi.

Diana è la principessa di Themyscira, un’isola segreta, dove vivono le amazzoni create da Zeus, per aiutare gli uomini a liberarsi di Ares, il Dio della Guerra.

La Regina Ippolyta vuole evitare tuttavia che sua figlia sia addestrata dal generale Antiope.

Ma la ragazzina ha il sacro fuoco della battaglia e disobbedisce alla madre.

Quando precipita su Themyscira un aereo con un soldato americano ferito, Steve Trevor, anche i tedeschi scoprono l’isola misteriosa, attaccando le amazzoni che si difenderanno con le armi di cui dispongono, spade, scudi archi e frecce.

Sono gli anni della Grande Guerra, il Kaiser sembra disposto alla resa, ma il generale Ludendorff e la dottoressa Maru non vogliono arrendersi e compiono esperimenti, per mettere a punto un’arma chimica definitiva.

Diana decide così di seguire Trevor a Londra e poi nelle trincee francesi.

Il film è sostanzialmente diviso in tre blocchi distinti. Il lungo prologo mitico è l’anticamera della prima parte con l’addestramento della giovane Diana sull’isola, quindi il salvataggio di Steve trasporta i personaggi nella seconda parte, che ha i toni della commedia sofisticata, con l’amazzone con spada e scudo nella Londra di inizio secolo. La guerra di trincea sul fronte francese è il cuore della terza parte, che scolora poi in un finale fantastico di insuperabile noia, con i soliti effetti catastrofici, lampi, tuoni, energia e altre amenità.

Come tutti i film della DC, anche questo Wonder Woman deflagra completamente nel terzo atto, con il consueto villain mostruoso e sovrumano, che costringe i nostri eroi a distruzioni inenarrabili per averne la meglio.

Con sprezzo del ridicolo, il film della Jenkins riesce a passare dal cappa e spada al film di guerra, quindi alla commedia romantica ed infine al fantastico, tutto nell’arco di un paio d’ore, cercando in tutti i modi di accontentare più pubblici potenziali, finendo in effetti per scontentare tutti.

Il film sembra avere una struttura più solida, ma è solo un’impressione: dietro c’è solo un gioco a tavolino di equilibri produttivi, nel tentativo, come scritto più sopra, di copiare la formula della concorrenza.

Il film resta in piedi solo grazie alla bellezza abbacinante di Gal Gadot, che pure Patty Jenkins non sfrutta pienamente, affidandosi scolasticamente a una quantità di primi piani piuttosto anonimi. I suoi duetti con Chris Pine occupano la parte centrale e funzionano egregiamente. Anche la parte nelle trincee, con il cameratismo del gruppo di eroi in missione, ha tratti indovinati, ma non si esce mai davvero dal deja vu.

Wonder Woman è una sorta di film-frankestein creato in laboratorio, che scolora subito nella memoria. L’ennesimo inutile giocattolone da franchise, che le major hanno investito del ruolo centrale nella loro strategia, per tenere in vita l’illusione del cinema in sala.

A vedere i dati settimanali, la strategia sembra funzionare, almeno a livello industriale.

Resta tuttavia il dubbio che il cinema delle major stia vivendo l’aneddoto che apriva L’odio:

“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.
Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”

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