Bumblebee

Bumblebee **

Il secondo film di Travis Knight, dopo l’animazione di Kubo e la spada magica, è il primo dei Transformers senza Michael Bay al timone.

La saga, nata nel 2007, a partire dai giocattoli della Hasbro, amatissimi da tutti i bambini degli anni ’80, era un ibrido, prodotto da Steven Spielberg e diretto da quello sperimentatore selvaggio di Michael Bay, uno di quei registi che hanno spinto i limiti del visibile e del rappresentabile sempre un passo in là, nella sua carriera ormai trentennale.

Il primo capitolo, che ha lanciato Shia LaBeouf e Megan Fox nell’empireo hollywoodiano, era la concretizzazione di un fantasia tutta maschile, più precisamente il sogno proibito di un qualsiasi tredicenne americano, incapace di distinguere l’adrenalina della velocità e delle auto, dall’attrazione verso le coetanee dell’altro sesso. Bumblebee ne è il correlativo oggettivo, virato tutto al femminile.

Se Transformers  era un film che risentiva in modo prepotente dell’impronta e dell’immaginario astratto di Bay, questo Bumblebee è invece creatura spielberghiana, per antonomasia. Ancor più precisamente, è un film che sta tra le sue produzioni Amblin e quelle di John Hughes, esplicitamente citato, con il finale ribelle e nostalgico di Breakfast Club.

Bumblebee è un prequel, ambientato nella Bay Area del 1987: qui Charlie, una ragazzina campionessa di tuffi, ha perso tutte le sue sicurezze, quando un attacco di cuore le ha portato via il padre. La madre si è risposata con un mezzo idiota, il fratellino non è d’aiuto e le compagne, che girano con BMW serie 3, la bullizzano.

Appassionata di motori come il padre, ma costretta muoversi su un motorino a pedali, Charlie scopre quasi per caso, da uno zio sfasciacarrozze, un maggiolone giallo, che a nessuno sembra interessare.

Solo che il beetle non è davvero quello che sembra. Rifugiatosi sulla terra, per scampare alla guerra civile in corso su Cybertron, tra Decepticon e Autobot, B-127, ribattezzato Bumblebee da Charlie, si nasconde dall’esercito americano che lo cerca e da due robot cattivissimi, che vogliono farsi rivelare dove si trova Optimus Prime, il leader della resistenza.

Tra Charlie e il simpatico pasticcione Bumblebee, privo della parola dopo uno scontro con i Decepticon, nasce un’amicizia speciale. Siamo dalle parti di E.T.: mancano il telefono e le biciclette che volano, ma per il resto c’è quasi tutto.

Gli altri personaggi sono ridotti a puro stereotipo: il vicino di casa ancor più sfigato di Charlie, segretamente innamorato di lei, il militare interpretato da John Cena, con un range espressivo che fa sembrare Dolph Lundgren un novello Pacino, lo scienziato ingenuo, i genitori sordi a tutto.

Ma se il film non brilla nella costruzione dei caratteristi, la grande epica democratica spielberghiana è ripresa da Knight senza omettere nulla: l’afflato inclusivo verso i diversi, lo sguardo pieno di meraviglia, i figli senza padri – ragazzi perduti, che non vogliono crescere – il protagonista costretto in circostanze straordinarie, il valore supremo dell’amicizia e la tenerezza come misura di ogni rapporto.

Caldo, avvolgente, fin troppo pieno della musica pop di quegli anni, Bumblebee non fa fare alla serie alcun passo avanti. Gli entusiasmi che ne hanno accompagnato l’arrivo in sala sono grandemente esagerati.

Si tratta in realtà di un’opera derivativa, priva di alcuna originalità, che ripete una formula vecchia di trent’anni, che funziona ancora bene in tempi di nostalgia canaglia.

Completamente asessuato, come impone la vulgata puritana del momento, il film funziona ancora meglio nel clima natalizio:  all’abbraccio finale tra Charlie e Bumblebee sullo sfondo del Golden Gate, non può che scendere una lacrimuccia.

E’ davvero questo però quello che vogliono i fans dei Transformers? Il solito ritorno alla retorica di quanto il mondo (… e il cinema) era meraviglioso quando avevamo 13 anni?

Aridatece Michael Bay.

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