Dark 2: nulla è lasciato al caso

Dark 2 ****

Nell’episodio finale della prima stagione Jonas (Louis Hofmann), credendo di tornare nel suo tempo, si trovava invece nel 2052, in un futuro post-apocalittico. Per la prima volta si delineava la possibilità che il viaggio nel tempo potesse avvenire non solo nel passato, ma anche nel futuro: un colpo alle già labili certezze dello spettatore.

Con una mossa altrettanto spiazzante, la seconda stagione della serie tedesca riparte invece proprio dal passato, spingendosi fino al 1920 quando due giovani sono impegnati a scavare nelle grotte di Winden per realizzare il passaggio che permetterà di viaggiare nel tempo: un ulteriore livello temporale quindi per completare l’arco degli eventi, compresi tra il 2052 ed il 1920, con cadenza di 33 anni di distanza l’uno dall’altro.

Attraverso i frequenti cambi di scena ed i salti temporali, la seconda di Dark delinea in modo chiaro i due fronti di viaggiatori contrapposti, anche grazie all’introduzione di un nuovo personaggio, un misterioso uomo dai lineamenti sfigurati chiamato Adam (Dietrich Hollinderbaumer). La contrapposizione è tra Claudia/Jonas da un lato e Adam (Jonas al termine della sua evoluzione)/Noah dall’altro. Il percorso compiuto da Jonas, quello che lo ha reso Adam, al momento ci risulta del tutto inaccessibile ed immaginiamo che sarà uno dei motivi centrali della terza stagione.

Cercando di semplificare potremmo dire che il giovane Jonas vuole salvare questo mondo e la razza umana, mentre il vecchio Jonas (Adam) vuole che la razza umana ed il mondo finiscano per poter così creare qualcosa di nuovo (quest’ultimo aspetto resta più un’indicazione che un intendimento sviluppato: non sappiamo niente infatti del progetto di Adam). Una contrapposizione che sarebbe sbagliato tradurre in una semplice lotta tra i buoni ed i cattivi perché i confini tra il bene ed il male risultano molto sfumati e sembra necessario arrivare al termine del percorso per capire non tanto chi è buono e chi è cattivo, ma piuttosto chi ha ragione.

A riprova di questo vediamo come entrambe le fazioni siano disposte a tutto pur di raggiungere il loro obiettivo: mentire, sfruttare, cambiare il corso degli eventi, perfino uccidere bambini innocenti o lasciar morire il proprio padre quando queste cose appaiano necessarie. Questa stagione arricchisce in modo sorprendente i profili di molti personaggi, descrivendone con cura i dubbi ed i ripensamenti: emblematica la figura di Noah (Mark Waschke) che nella prima sembrava incarnare il male assoluto, mentre ora invece mostra emozioni e comportamenti più umani.

Anche il personaggio di Egon Tiedemann (Christian Patzold) diviene più complesso e sfaccettato, sia sul piano professionale che su quello privato. La lotta tra i viaggiatori è senza esclusione di colpi e con il susseguirsi degli episodi lo spettatore assiste perfino alla morte di alcuni dei protagonisti o meglio di una delle forme assunte dai protagonisti perché, in un altro piano temporale e con un altro aspetto, anche chi è morto continua ad operare.

Sullo sfondo, l’Apocalisse: c’è chi vuole scongiurarla (Jonas/Claudia) e chi invece vuole che si realizzi (Adam) perché questo porterà il mondo nella direzione prevista. In questa stagione praticamente tutti i personaggi finiscono con l’essere a conoscenza, chi in modo più dettagliato chi meno, dei viaggi nel tempo. Molti di loro effettuano viaggi per ritrovare i propri cari o per aggiustare le cose, ma nessun intervento sembra poter davvero cambiare il mondo, anzi. Nel finale, proprio quando tutti i varchi temporali sono aperti e la centrale sta per essere distrutta dalla materia di un gigantesco wormhole, un colpo di scena amplia lo scenario, andando perfino oltre alla complessità narrativa finora descritta. La carta giocata dagli sceneggiatori è di quelle che possono cambiare il corso di una partita: l’esistenza di dimensioni alternative.

Il tema della famiglia si conferma al centro dello show. Sono i Tiedemann, i Doppler, i Nielsen ed i Kahnwald i veri protagonisti di Dark, non tanto le macchine per viaggiare nel tempo o le discussioni sul libero arbitrio. Se nella prima stagione era soprattutto lo sgretolarsi della famiglia ad essere causa degli sviluppi narrativi, ora invece è il tentativo di riunire la famiglia ad essere il motore degli eventi. I rapporti nei nuclei familiari si distendono, come muscoli rimasti troppo a lungo contratti e i molti abbracci e gli intercalari tipici del riavvicinamento: “mi dispiace” oppure “andrà tutto bene” sono l’equivalente di un massaggio ristoratore per sopportare al meglio i dolori diffusi in tutto il corpo.

Questo però non porta ad una completa e semplicistica soluzione dei conflitti: le differenze restano, soprattutto le incomprensioni tra i coniugi. A più riprese il rapporto all’interno della coppia è oggetto di un’analisi sferzante in cui appaiono le divaricazioni di interessi, di aspettative e di priorità tra i coniugi. Sono l’amore per i figli (Ulrich e Katharina Nielsen) e la necessità di affrontare l’avvicinarsi dell’Apocalisse (Charlotte e Peter Doppler) a spingere le coppie a superare le divisioni. Questo tema è anche al centro delle motivazioni di quei personaggi che la famiglia l’hanno persa o non l’hanno mai avuta, come Noah o Hannah (Maja Schone).

Il rapporto genitori-figli viene descritto senza retorica: non sempre facilmente corrisposto, spesso piuttosto ricco di tensioni e di conflittualità (emblematico il caso di padre e figlia Tiedemann). Ai genitori si rimprovera soprattutto la mancanza di fiducia, la scelta di conservare gelosamente segreti che naturalmente genera bugie e reticenze.

E’ il non detto al centro di molte relazioni parentali, ma al contempo rappresenta una specie di vincolo che lega le persone che ne sono a conoscenza. In un episodio si dice che “ogni famiglia ha i suoi segreti” identificando in quei segreti non solo qualcosa di custodito e separato, ma anche un elemento identitario: una molecola del DNA della famiglia che si trasmette di generazione in generazione, in modo conscio o inconscio. Il concetto può venire esteso dicendo che ogni comunità custodisce i suoi segreti: in questo caso Winden ne ha davvero in abbondanza.

Tutto ruota intorno ai viaggi nel tempo. Il tempo è descritto come una linea curva, in cui ogni intervento per modificare il passato sembra solo confermare la direzione presa dagli eventi nel presente, senza cambiarla. Insomma non c’è una reale libertà di scelta e tutto fa parte del grande gioco del Tempo. Ma è davvero questa l’unica via? Jonas non sembra convinto, Adam invece sì. Il tema dei viaggi nel tempo serve anche (forse soprattutto) come sfondo ai drammi dei singoli, ai loro desideri, alla loro ricerca di felicità.

C’è infatti tanta ricerca del sé: anche se il passare del tempo non sembra portare ad un processo di maturazione e individuazione, il confronto con il proprio sé in diversi momenti (e quindi stadi evolutivi) ha un valore trasformativo, almeno per una delle due parti (la più giovane). C’è soprattutto tanto dolore nei protagonisti della vicenda: Adam, Ulrich, Jonas, Noah, Elizabeth portano i segni del dolore direttamente sul corpo, come incisi con uno scalpello.

La serie conferma la pregevole fattura tecnica: per quanto riguarda aspetti visivi e sonori non ci sono sostanziali novità rispetto alla prima stagione (notevole la fotografia, capace di rendere anche visivamente la differenza tra le tre epoche in cui si svolge la vicenda). Per quanto formalmente efficace, la regia del co-creatore della serie Baran bo Odar (The Silence) è piuttosto tradizionale, come del resto il format delle singole puntate.

Sembra quasi che si voglia mettere lo spettatore a proprio agio con uno stile codificato e riconoscibile per compensare l’impegno richiesto nel seguire i molteplici piani temporali della narrazione. Sarà possibile valutare pienamente il valore della sceneggiatura solo dopo la terza e conclusiva stagione. L’arco narrativo è nel pieno svolgimento e molto del giudizio sulla qualità della scrittura, come della serie nel suo complesso, dipenderà dalla capacità di tirare le fila in modo sistematico e razionale nell’ultimo e delicatissimo passaggio.

Fino ad allora è d’obbligo esprimere la sensazione di essere immersi in un universo coerente e ricco di sfaccettature, con personaggi descritti in modo rigoroso e senza indulgenze al gusto del pubblico. La negoziazione è possibile per una gamma molto ampia di spettatori e coinvolge quindi diversi pubblici, grazie alle diverse età dei protagonisti della vicenda e ai diversi livelli di evoluzione della singola personalità. Quello che ci ha convinto meno è la scelta di proporre uno schema fisso in ogni puntata che prevede una canzone, ad una decina di minuti dalla conclusione dell’episodio, che accompagna i pensieri e le azioni dei protagonisti che vengono composte/contrapposte come in un mosaico grazie alla tecnica dello split screen. Molto bello a livello estetico, ma il lirismo rischia di finire intrappolato nelle gabbie del format, proprio come i viaggiatori sono ingabbiati in un determinato corpo e tempo.

Rispetto alla prima stagione, la crescita di sfumature nel carattere dei personaggi è andata di pari passo con interpretazioni di ottima fattura da parte del cast, in particolare di Christian Patzold (Egon Tiedemann) e Oliver Masucci (Ulrich).

Aspettiamo con curiosità l’ultima stagione, prevista per il prossimo anno. La serie è stata pensata da subito come divisa in tre atti e questo ci lascia sperare che possa trovare conferma il rigore visto fin qui. Se così fosse, questa produzione Netflix potrebbe davvero essere considerata come una delle più interessanti degli ultimi anni.

Una curiosità che certo non sarà sfuggita ai fan: la data del rilascio della seconda stagione, 21 Giugno, è proprio quella del suicidio di Mikkel da cui tutto ha preso avvio.

Possiamo dire che davvero in questa serie nulla è lasciato al Caso.

Titolo originale: Dark – I segreti di Winden
Numero degli episodi: 8
Durata media ad episodio: 59 minuti
Distribuzione streaming: Netflix

CONSIGLIATO: A chi ama le visioni impegnative, in cui lo spettatore deve metterci del suo se vuole godersi fino in fondo la storia. La co-creatrice dello show Jantje Friese l’ha definita come una tragedia greca più uno show di misteri e di fantascienza: in Dark c’è tutto questo, proprio in quest’ordine di importanza. E’ un omaggio al pensiero tedesco, al rigore delle argomentazioni ed al coraggio intellettuale.

SCONSIGLIATO: A chi ama gli show di misteri e di fantascienza, ma che delle tragedie e dei drammi familiari pensa di poterne fare a meno e che al rigore del pensiero tedesco preferisce l’epica americana o il pragmatismo britannico.

VISIONI PARALLELE: Stranger Things serie tv Netflix. Prendete Dark, toglietegli un po’ di David Lynch e aggiungete un po’ di Spielberg, sottraete un po’ di dramma e aggiungete un pizzico di horror, togliete le ancore della tragedia e levate gli ormeggi verso il mare dell’avventura. Ecco fatto: basta cambiare un poco gli ingredienti ed il gioco è fatto, salvaguardando la qualità.

UN’IMMAGINE: La frase con cui inizia la seconda stagione: “Se tu guardi nell’Abisso, l’Abisso guarda in te” di F. Nietzsche. Se nella prima stagione era un frase di Albert Einstein sulla relatività del tempo ad introdurre le vicende, ora invece si sceglie il filosofo tedesco per il concetto di rispecchiamento che sarà fondamentale in questa stagione. I personaggi incontrano e si specchiano nel proprio sé in altre epoche, con età e convinzioni differenti: ma niente paura, tutto concorre alla realizzazione del Grande Piano. O quasi.

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Un pensiero riguardo “Dark 2: nulla è lasciato al caso”

  1. la cosa più bella della seconda stagione, a parer mio, è stata la scena finale dell’ultima puntata perché hanno lasciato intendere anche i viaggi interdimensionali e non vedo l’ora che esca la terza stagione per vedere come spiegano il tutto

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