Dark: in una selva di misteri, persi nel tempo, alla ricerca di noi stessi

Ci sono tante domande che passano nella mente dello spettatore guardando Dark. Domande che ritornano, insistenti come il tic e tac di un orologio. Le risposte sono poche, confuse nella nebbia che avvolge la foresta di questa cittadina tedesca o coperte dalla pioggia che scroscia così forte da confondere i contorni delle cose, perse nel buio profondo della notte o chiuse in grotte labirintiche. Winden è soprattutto questo: uno spazio chiuso. Non importa che ci siano alberi a perdita d’occhio attorno al paese, sono come un mare che circonda e isola. Lo spazio è chiuso, l’aria è viziata da un riciclo costante in cui non si fa che consumare all’infinito lo stesso ossigeno. Ogni famiglia nasconde qualcosa agli altri o a se stessa. “Perché abbiamo così tanti segreti tra di noi?” chiede con un misto di amarezza e di disgusto la sorella al fratello. Molte delle domande che lo spettatore si pone nel lento dipanarsi della trama trovano risposte nel tessuto narrativo, sapientemente orchestrato da una sceneggiatura che tiene per tutte le dieci puntate, senza dilatazioni o dispersioni fini a se stesse. E non è poca cosa se pensate che la trama si dipana su tre livelli temporali, con lo stesso personaggio che ritorna a più riprese, uguale e diverso ogni volta, collegato agli altri da un fitto dedalo di relazioni.

Dark è ricca di richiami ad altre serie e a grandi registi (Fincher e Lynch su tutti), ha una colonna sonora capace di aprire nel tessuto narrativo degli squarci di autentico terrore, come in Les Revenants, dove era il soundtrack dei Mogwai a immergere lo spettatore nel sovrannaturale. Altri riferimenti possono essere la struttura a scatole cinesi di Lost e I Segreti di Twin Peaks, per il senso di un’inquietante compenetrazione tra uomo e natura: anche in questo caso è chiaro fin da subito che non siamo sulle tracce di un assassino o di un serial killer, ma che siamo alla ricerca di Altro. La figura del prete nero, Noah, ce lo fa capire e ci fa intuire che non sarà facile arrivare al risultato finale senza dover mettere in dubbio gran parte delle nostre certezze.

Nel corso delle dieci puntate di questa serie tedesca, tutti i personaggi si trovano ad affrontare situazioni limite, a livello psicologico e sociale. E tutti, ciascuno con le proprie caratteristiche, sapranno fronteggiarle; non importa se le scelte che compiono siano giuste o sbagliate; quello che importa è che essi manifestino la forza di guardare negli occhi l’incomprensibile e il più delle volte lo fanno senza basarsi sulla ragione, quanto piuttosto su di una forza ancestrale, su qualcosa che assomiglia al senso del bene (o più spesso del male). Il sangue e la pioggia riscrivono i loro lineamenti, esattamente come le rughe, cucite su volti pallidi e sferzati dal tempo, incorniciano sguardi perennemente alla ricerca di qualcuno o di qualcosa. I bambini e gli adolescenti sono i più esposti al sovrannaturale, sia come vittime sia come antagonisti, in quella che si configura, soprattutto nell’ultimo episodio, come una vera e propria lotta tra forze contrapposte per il controllo del tempo. In realtà, per quanto affascinante e rigoroso possa essere, il tema del viaggio nel tempo non è fine a se stesso, ma è lo strumento che consente a Baran Bo Odar (regista) e a Jantie Friese (sceneggiatrice)  di parlare dell’uomo, delle sue miserie e delle sue aspirazioni.

I livelli temporali non hanno lo stesso peso nella trama e non sono analoghi nella capacità evocativa. Se il periodo contemporaneo e gli anni ’80 sono uno splendido affresco generazionale, gli anni ’50 appaiono meno riusciti e sono certamente meno coinvolgenti per lo spettatore. Gli eighties sembrano i più convincenti, caldi nei colori, capaci di emozionare. Jantje Friese ci aiuta a cogliere perfettamente la differenza rispetto alla serie Stranger Things, che pure di quegli anni tratta: “Penso che sia chiaro che i fratelli Duffer e noi abbiamo le stesse influenze, che si possono riferire a Stephen King, che sicuramente abbiamo letto e amiamo entrambi, ma loro ci hanno aggiunto una spruzzata di Steven Spielberg, mentre noi abbiamo virato più su David Lynch”. Il confronto tiene soprattutto a livello di atmosfera, ma anche là dove ci si trova di fronte a situazioni che sembrano surreali (gli uccelli che cadono morti dal cielo o il gregge di pecore che muore per lo spavento), a momenti di rottura (intermittenza delle luci) o a raffigurazioni al limite del surreale (il buco nero spazio-temporale), queste mancano della potenza simbolica del segno lynchiano. Potenza che risiede nell’utilizzare il segno come un ponte tra il conscio e l’inconscio, come uno strumento capace di deporre lo spettatore in un luogo altro rispetto alla ragione occidentale e quindi alla sua forma narrativa tradizionale, cioè il racconto lineare. La parte più lynchiana della serie è l’uso della musica, realizzata da Ben Frost. L’autore, eclettico e difficilmente catalogabile, non ha mai nascosto il valore onirico della propria opera: “Credo che il mio interesse sia per la potenza del suono …. sono affascinato dalla proprietà del suono, il suo potenziale nel trascendere la sua stessa natura e condizionare la psiche umana”.

Il resto lo fanno una fotografia precisa e capace di esaltare le differenze tra gli ambienti, con tocchi che variano dal pop all’espressionismo e scelte estetiche efficaci e iconiche, come la cerata gialla del giovane Jonas che spicca anche nella locandina della serie.

Un prodotto originale, colto e avvincente di cui speriamo di poter vedere presto la seconda stagione.

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