Cannes 2019. Frankie

Frankie *1/2

Il film più inutile del concorso ufficiale arriva dagli Stati Uniti, firmato dall’indie Ira Sachs (Love is strange – I toni dell’amore). Si intitola Frankie come la sua protagonista, un’attrice francese, nota soprattutto per il suolo di una suora televisiva, che raduna la sua famiglia a Sintra, per un ultimo hurrah alla vita, prima che un tumore la separi per sempre dai suoi cari.

In Portogallo attorno a Frankie ci sono la figlia adottiva di colore e il figlio biondissimo, entrambi con questioni sentimentali e familiari rrisolte; il marito inglese Jimmy e l’ex marito francese omosessuale, Michel. C’è anche Ilene, l’amica di sempre, truccatrice e il suo fidanzato Gary, direttore della fotografia della seconda unità nel prossimo film di Star Wars che si gira in Spagna.

Frankie vorrebbe sfruttare l’occasione anche per sistemare le questioni ereditarie e fare in modo che Ilene e il figlio Paul si conoscano, decisa a svolgere il ruolo di un cupido invadente fino all’ultimo.

Il film è tutto qui, un paio di giorni di chiacchiere malinconiche, molto newyorkesi, molto francesi in trasferta, dentro il paesaggio rigoglioso di Sintra, tra passeggiate, oceano, acque miracolose.

Sachs ha una sola idea di messa in scena: riprendere un dialogo a due. E così orchestra una lunga serie di duetti, una sorta di minuetto con soli due strumenti alla volta, con una prevedibilità meccanica che dopo venti minuti ha già stancato.

La storia ovviamente non va da nessuna parte e rimane aperta: non avendo capo nè coda, il film si appoggia interamente sulla Huppert, che passeggia imbronciata, chiacchiera con tutti, viene riconosciuta e invitata alla festa di compleanno di un’anziana ottantenne, perde un bracciale da 40.000 dollari e sembra sempre avere qualcos’altro per la testa. Forse il prossimo film.

Frankie è una cosetta piccola piccola, del tutto insignificante, innocua nel modo peggiore, di un minimlismo sciatto, anche nella scrittura, con personaggi che scompaiono, oggetti importanti che poi svaniscono senza che i personaggi se ne preoccupino più di tanto, e un bel nulla di nulla spacciato per lento avvicinamento alla morte, con un finale sul mare al tramonto, tanto ovvio quanto ben girato con un campo lungo a camera fissa.

Ma cosa ci fa un film così nel concorso di Cannes? Quale credito ha maturato Sachs, per meritarsi un posto così ambito, con un lavoro così minore, così insignificante?

Forse la risposta è nella presenza dell’icona Huppert, forse invece sono le logiche degli equilibri geopolitici e distributivi del cartellone a imporlo.

In ogni caso, alla proiezione stampa il sonno ha avuto la meglio su molti. Beati loro.

Soporifero.

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