Cannes 2019. Jean d’Arc

Jean d’Arc **1/2

Dopo lo straordinario musical metal, dedicato all’infanzia della Santa d’Orléans, Jeannette, presentato alla Quinzaine due anni fa, Bruno Dumont ritorna sulla storia di Giovanna d’Arco, per raccontare la sconfitta sul campo di bataglia e il processo per eresia, che ne seguì, durante la Guerra dei cent’anni.

Capace di unire le forze francesi e di contribuire in modo decisivo alle campagne militari di Carlo VII contro l’invasore inglese, subì alcune brucianti sconfitte a Compiègne, prima di venire catturata nel maggio del 1430 e venduta agli inglesi, che la misero sotto processo.

Dumont non abbandona le sue spiagge fiamminghe dove quasi tutti i suoi film sono stati girati, per raccontare in quelle dune i preparativi e le strategie francesi.

Poi il film si sposta a Rouen, dove il lungo processo dell’inquisizione si fa incalzante e surreale.

Dumont sceglie di affidare alla giovanissima attrice di Jeannette, il ruolo di Giovanna anche in questo secondo film, con un effetto tanto straniante quanto efficace, grazia alla bravura di Lise Leplat-Prudhomme, che interpreta la protagonista con un tono sempre stentoreo, petulante, privo di inflessioni e di dubbi, come solo quello di un bambino può essere.

Lavorando anche questa volta sui testi che Charles Péguy, Dumont decide questa volta di cambiare musica, per i diversi intermezzi che interrompono anche questo film, come accadeva per il precedente. E’ la voce in falsetto di Christophe ad intepretare talvolta sentimenti e parole dei protagonisti della storia.

Ovviamente l’effetto è ancor più straniante e teatrale che in Jeannette. Se la prima parte, dedicata alle battaglia è piuttosto faticosa e del tutto inconsueta, con pochissimi attori, ancor meno comparse e un paesaggio di desolazione e distacco brechtiani, la seconda, dedicata al processo è certamente più densa di idee, filosofie e raffinatissimi scontri verbali.

Dumont si sofferma a lungo sui protagonisti del processo, sulle loro disquisizioni teologiche, sui conflitti che pure agitano, coloro che sono chiamati a pronunciare una sentenza già scritta e che a Giovanna d’Arco chiedono una sola cosa, l’abiura e la sottomissione, ribaltando così il senso stesso della faticosa ricerca della giustizia.

Il suo è un film ascetico, nella sua rigorosa semplicità e asciuttezza, che si incarica di raccontare le insidie della parola barocca, quella che riempie la bocca di giudici chiamati a disquisire sulle sfumature, sul senso, sull’interpretazione e a dare un senso morale e filosofico, ad una condanna inesorabile.

Il suo film è una raffinatissima e intelligente riflessione sulla retorica, una battaglia di idee dissimulate dietro lo schermo della parola, strumento supremo per negare giustizia e verità.

Il lavoro di Dumont non mostra alcuna concessione al pubblico, se non nell’ironia involontaria dei suoi giudici, non vuole alcun compromesso, si mostra in tutto il suo rigore filosofico, persino nelle sue derive musicali.

Tuttavia se il film rimane accessibile è soprattutto per l’interpretazione della Prudhomme nei panni maschili di Giovanna, con il suo sguardo fiero, i suoi modi compiti, le sue convinzioni senza incertezze. Ovviamente nella dimensione monocorde della sua interpretazione risiede la sua forza più autentica.

Memorabile la lunga scena delle coreografie militari dei soldati a cavallo, ripresa da Dumont con un perfetto plongé, una sorta di simulazione della battaglia, che ne evidenzia la gloriosa perfezione simmetrica e la bellezza inutile e tragica.

Un gioiello per i fans di Dumont e per i devoti della Santa d’Orléans.

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