Captive State

Captive State **1/2

Quarto film dell’inglese Rupert Wyatt – dopo l’esordio indie con Prison Escape, il rilancio clamoroso della saga del Pianeta delle scimmie e lo sfortunato remake di The Gambler – Captive State lo conferma come uno dei registi più interessanti della sua generazione, capace di fondere il B-movie di genere fantascientifico con l’apologo politico e con il fatalismo malinconico del cinema di Jean Pierre Melville.

Il suo film comincia nel 2019, con l’attacco di misteriose e rocciose navi aliene alla Terra. Gli invasori, simili a grossi ragni pelosi mettono sotto scacco militari e governo, installandosi nel corso degli anni sotto la superficie terrestre e imponendo governi compiacenti e collaborazionisti in superficie.

Bandita la tecnologia e le comunicazioni, il mondo sprofonda in un un’era pre-tecnologica, in cui il divario tra ricchi e poveri si fa sempre più ampio. Crescono muri nelle principali città e prosperano spie e delatori, tutti sottoposti al giogo di quelli che si chiamano Legislatori.

La resistenza a Chicago si organizza dietro l’effige di Rafe Drummond, ufficialmente deceduto un paio di anni prima, ma in realtà uscito dal sistema di controllo alieno, una volta asportata la cimice che tutti sono costretti a portare nel collo.

Il fratello più piccolo di Rafe, Gabriel lavora in una fabbrica che distrugge memorie e ricordi digitali del passato, cancellando così radicalmente, non solo il tempo della libertà, ma anche quello degli affetti personali.

Gabriel è pedinato a vista dal poliziotto William Mulligan che, nel quartiere popolare di Pilsen, cerca le tracce della misteriosa operazione Phoenix, che dovrebbe portare un attacco al cuore del potere.

Il film di Wyatt, come tutta la fantascienza distopica, si può leggere in modo evidente come un ritratto infedele dell’America dei nostri giorni e dei pericoli del potere assoluto del suo governo.

Significativamente gli alieni si vedono pochissime volte, vivono sotto terra, sono inaccessibili, ma esercitano la loro influenza attraverso politici e militari compiacenti, collaborazionisti, in una sorta di dittatura strisciante, che propaganda i successi economici, la stabilità e la fine della criminalità, come molti governi conservatori fanno da sempre.

Il campo di riflessione è tutto in superficie, dove i conflitti tra gli uomini manifestano esplicitamente le ambiguità morali del nostro tempo.

Gabriel è Ashton Sanders, che abbiamo visto in Moonlight, mentre un enorme John Goodman è il poliziotto William Mulligan e Vera Farmiga, la prostituta che ascolta vecchi dischi di Nat King Cole.

Wyatt sfrutta a suo vantaggio le ristrettezze di budget, filmando una Chicago del 2027 come se fosse quella odierna, mantiene il suo sguardo sul reale facilitando l’identificazione e il riconoscimento e gioca con i suoi riferimenti classici – dall’Iliade a Fahrenheit 451, fino a L’armata degli eroi – con grande pertinenza.

Il suo è un film di guerra ed è un film resistenziale, che gioca con gli stereotipi dell’invasione, per dipingere un ritratto del potere, che finisce per muoversi attraverso di noi, fino a che qualcuno non sia in grado di accendere un fiammifero, far scoppiare un incendio, dando il segnale, che la rivolta è possibile davvero.

Ridotti al minimo i dialoghi, la sceneggiatura scritta dallo stesso Wyatt, con la moglie Erica Beeney, si muove attraverso l’azione, nella preparazione e nelle conseguenze dell’attacco che occupa la parte centrale del film.

Ambizioso e vitale, nonostante i mezzi limitati, Captive State usa le invenzioni di genere, calandole in un contesto quanto più realistico possibile, tra personaggi fragili e determinati, capaci di ricordare a tutti che libertà e giustizia sono valori non negoziabili e per i quali vale la pena ancora sacrificare se stessi.

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