I Am the Night: nera, nerissima America

I Am the Night ****

Nevada, 1965. Gli scontri di matrice razziale si diffondono a macchia d’olio. Nelle mense dei college alcuni tavoli sono di pertinenza esclusiva dei ‘negroes’. Se un ragazzo di colore cammina con una ragazza bianca è fermato dalla polizia ed arrestato perché sospettato, a prescindere, di importunarla. I metodi dei poliziotti sono caratterizzati da brutalità. Picchiare i detenuti è una prassi ampiamente accettata. In questo contesto drammatico, tipico di una certa America profonda di oggi e di ieri, Pat Greenwade, una giovane donna mulatta scopre la verità sulle sue origini, grazie a un certificato di nascita finito per caso tra le sue mani. Jimmie Lee, la donna nera che l’ha cresciuta, non è la sua genitrice biologica. Pat vince le sue resistenze e Jimmie Lee è costretta ad ammettere tutto (o quasi tutto…) Una donna bianca, adolescente, la partorì sedici anni prima. Lei è il frutto indesiderato di un rapporto con un uomo di colore. Fu la nonna, o presunta tale, ad affidargliela “per cinquanta dollari, nel cesso di in casinò di Las Vegas”, dove Jimmie Lee era impiegata come donna delle pulizie. Pat non è il suo vero nome. Il suo vero nome è Fauna Hodel.

Le rivelazioni non finiscono qui. Il nonno materno di Fauna si chiama George, è un medico di Los Angeles ed è ricchissimo. La ragazza, in contrasto con i desideri della madre adottiva, decide di partire alla volta della California. Intanto, un giornalista caduto in disgrazia, declassato a “paparazzo” di vip e semivip, Jay Singletary, è alla ricerca dell’articolo che potrebbe riscattarlo dal fallimento umano e professionale. Una telefonata inaspettata lo esorta a ritornare su un cold case. Il passato di Jay è segnato da un’indagine, sfociata nel nulla, riguardante uno dei casi più orrendi e controversi della storia americana, l’assassinio di Elizabeth Short, detta la “Dalia Nera”, “Black Dahlia”. I fatti: il corpo dell’aspirante attrice fu ritrovato in un quartiere in costruzione di Los Angeles, il 15 gennaio 1947, mozzato all’altezza del bacino, sezionato, con ferite che richiamavano un arcano disegno, talmente dissanguato da provocare lo sbiancamento della pelle. I capelli erano stati tinti di rosso e il sorriso sfregiato, per imitare, nelle intenzioni dell’assassino, la carta del joker. Black Dahlia aveva subito torture inenarrabili. Sul taccuino dei detective c’era un nome, quale indiziato principale del crimine efferato: George Hodel.

I Am the Night, serie dai ritmi lenti e dilatati, girata da Patty Jenkins, si accoda allo splendido romanzo noir di James Ellroy (1987) e al film poco riuscito di Brian De Palma (2006), entrambi ispirati a questa assurda vicenda che sconvolse l’opinione pubblica americana. La fonte, qui, è il libro di memorie scritto dalla protagonista di proprio pugno, One Day She’ll Darken: The Mysterious Beginnings of Fauna Hodel. La serie prodotta da TNT non fa mistero di innestare la narrazione su fatti reali. Il focus è la figura mefistofelica del dottor Hodel. Al termine di ogni puntata, a rimarcare il rapporto stretto, viscerale, tra la verità e la rappresentazione, scorrono foto di archivio, appena prima dei titoli di coda: tra di esse, spiccano soprattutto quelle che ritraggono George Hodel. Amante dell’arte, collezionista raffinato, riverito dal jet set di Hollywood, amico personale di attori e intellettuali, George Hodel fu immortalato in foto anche da Man Ray. Il sinistro medico, direttore di una clinica di aborti clandestina utilizzata, si presume, dalla mafia, non venne mai incastrato. L’omicidio della “Dalia Nera” è tuttora irrisolto. Non basta. Il nome di Hodel non comparve sui giornali solo per il suo presunto coinvolgimento in questo fattaccio raccapricciante. C’è dell’altro: un processo, uno scandalo, un tabù, una parola che tutti temono di pronunciare…

I Am the Night attraversa il lato oscuro del Sogno americano. Nel 1965 la guerra del Vietnam entra nel vivo e decine di migliaia di giovani marines partono per il fronte. A febbraio Malcolm X è assassinato e al suo funerale assistono un milione e mezzo di persone. A marzo il reverendo Martin Luther King porta a termine la marcia per i diritti civili da Selma a Montgomery. In agosto, il distretto losangelino di Watts è squassato da una durissima sommossa a sfondo razziale. La serie intercetta queste fibrillazioni sociali. La villa di George Hodel è insieme un castello degli orrori, un giardino delle delizie e un fortino assediato. Mentre fuori esplode il caos, il dottore si ostina a presentare agli ospiti una quotidianità foderata di arte contemporanea, musica classica, libri preziosi, un ritmo scandito da lussi esibiti alla luce del giorno e lussuria servita nelle ore notturne.

Hodel si vanta di aver strappato il suo braccio destro, Sepp, dalle letture scolastiche e di averlo introdotto alla conoscenza di autori quali De Sade, Stirner e Breton. Il suo sistema paranazista di valori ruota attorno al concetto di elevazione spirituale, intesa come sublimazione etica ed estetica del superuomo: affrancato dalle catene della morale, libero dagli scrupoli che frenano l’uomo comune, impietoso verso i bisogni primari, materiali, dozzinali delle masse. La tensione verso “l’alto”, d’altronde, si nutre di bassezze oscene e di perversioni vicine all’efferatezza. Creare equivale a uccidere? Nei sotterranei, il dottore coltiva le sue nefandezze.

La venticinquenne India Eisley, nota per aver recitato in La vita segreta di una teenager americana e per essere la figlia di Olivia Hussey, la Giulietta del film di Franco Zeffirelli sugli amanti eterni di Verona, interpreta Fauna Hodel. La sua identità è un rompicapo. Per le compagne di scuola nere, invidiose della sua bellezza, è una bianca; agli occhi di sua madre (adottiva) è una mulatta, dove ‘mulatta’ è la garanzia del possesso di una goccia, almeno, di ‘negritudine’ nel sangue; ai poliziotti che la fermano per un controllo lei, innamorata di un nero, dice di essere nera. ‘Bianco’, ‘nero’ o ‘mulatto’ è, di volta in volta, alla faccia dei razzisti biologici, un appellativo utilizzato strumentalmente, una definizione che serve a integrare nel gruppo o, al contrario, a dis-integrare, a espellere, a circoscrivere l’estraneo. Perché meravigliarsi di simili oscillazioni di giudizio? Com’è risaputo, il colore della pelle degli italiani emigrati in America tra fine Ottocento e inizio Novecento poneva dubbi e interrogativi, perfino negli uomini di cultura. Thomas Guglielmo, professore alla George Washington University: “C’erano tante razze diverse. Da questo punto di vista, molte persone—e non solo quelle non istruite, ma alcuni degli scienziati più eminenti dell’epoca—pensavano spesso agli italiani come appartenenti alla razza nera, mediterranea o meridionale. Quindi in qualche modo, nella loro prospettiva, diversi e biologicamente inferiori rispetto agli altri europei che immigravano negli Stati Uniti all’epoca”.

Chris Pine, il capitano Kirk di Into Darkness – Star Trek e di Star Trek Beyond, è Jay Singletary. Reduce dalla Corea, distintosi in guerra per atti di eroismo, Jay è un cronista dotato di raro talento investigativo, incapace però di reggere la pressioni di una città, Los Angeles, dominata da cupole affaristiche che ostacolano la ricerca della verità. Jay, umiliato da impieghi sempre più degradanti, ha ceduto alla cocaina.

È sul punto di commettere un gesto irreparabile quando Jimmie Lee, disperata, preoccupata per la scelta di Fauna di allontanarsi da casa e di rintracciare, nella melma, le proprie radici, lo riporta sulle tracce di George Hodel. Jay e Fauna, il loser da manuale del genere poliziesco e la classica outsider sbucata dal nulla, formano una coppia ben assortita, refrattaria, per fortuna, a tentazioni sessuali incrociate che avrebbero indebolito la trama. Tutti i loro sforzi sono tesi al riscatto e alla rivincita personale, una sfida all’establishment che costerà ad entrambi un prezzo molto alto in termini psicologici ed esistenziali. Nevada, California e poi le spettacolari isole Hawaii sono gli scenari della rincorsa affannosa, e speranzosa, della ragazza e del rinato reporter. Tamar, la madre biologica di Fauna, vive davvero laggiù, esiliata in un paradiso tropicale? Chi è il padre della giovane? Quali i motivi dell’abbandono?

Corinna Hodel ha il volto dell’attrice danese Connie Nielsen, veterana di serie tv a sfondo poliziesco (Boss, The Following). Corinna, nei suoi chiaroscuri, è il personaggio più inquietante della serie, e avrebbe meritato uno spazio maggiore. “Non c’è niente di peggio di una mente che pensi in modo letterale”, dice la seconda moglie, divorziata, di George Hodel a Fauna, colei che potrebbe essere sua nipote acquisita. Corinna è una performer, e nella scena clou, punto di svolta della sua relazione con Fauna, ha modo di saggiare l’intelligenza della ragazza. Intelligenza acuta, spontanea, diversa da quella del nonno George Hodel, il cui stratosferico Q.I. è pari a 186, ma che, al contempo, difetta di empatia. Un tema portante di I Am the Night è il significato distorto di ‘arte’ e di ‘letteratura’, che traspare nei dialoghi centrali della serie, in genere molto accurati, necessari per comprendere il senso filosofico della storia. Arte surrealista interpretata dal suo morboso interprete, George Hodel, come giustificazione del male e salvacondotto dell’azione criminosa; letteratura di ‘cattivi maestri’ introiettata alla stregua di illuminazione carismatica, di segno distintivo appannaggio di una cerchia di ristrettissimi eletti, angeli di perversione proiettati al di là del bene e del male. La Natura, per il suo adepto dottor Hodel, è l’unica autorità in grado di dettare le regole. Se il fine della Natura è il Vizio, concetto mutuato dal Divino Marchese De Sade, perché non assecondarla?

Fu un certo Sergej Rachmaninov a sconsigliare il pianoforte al suo giovanissimo allievo George, nel 1917, a causa dell’assenza totale di emozione, di passione nel tocco dei tasti. Un trauma infantile che prelude alla successiva psicosi, sviluppata in forma di deliri e di allucinazioni. Il dottor Hodel è interpretato con bravura da Jefferson Mays, attore teatrale dall’esperienza decennale, maturata sui palchi di Broadway, comparso in film di Paul Thomas Anderson e Hal Hartley. “I nostri sogni sono più reali, più veri della nostra realtà. Ma bisogna rimuovere il velo che la società ci mette addosso dopo l’infanzia”… Nera, nerissima America. Fauna risorge dal suo olocausto privato e nel duello con il nonno infame, gliele canta di santa ragione: “Gli artisti, quelli che chiamavi codardi, comunicavano tramite simboli, stupido”. Che lezione, signorina Fauna Hodel.

CONSIGLIATA A CHI: adora Max Ernst e Salvador Dalì, ha dato a suo/a figlio/a un nome tratto da una poesia, legge sempre una pagina di Sigmund Freud prima di andare a dormire;

SCONSIGLIATA A CHI: ha paura degli obitori, sviene per un taglietto al dito, è convinto di essere pedinato da un maniaco in automobile.

PERCORSI DI LETTURE E DI VISIONI PARALLELE:

Ovviamente il libro di James Ellroy, Dalia Nera, Mondadori, 2017 e il film di Brian De Palma del 2006 con Josh Hartnett, Scarlett Johansson, Mia Kirshner e Aaron Eckhart;
Un romanzo che incrocia i temi dell’identità, della razza e della classe sociale: Margo Jefferson, Negroland, 66th2nd Editore, 2017
Un ottimo film sull’America degli anni Sessanta deturpata dal razzismo: Detroit di Kathryn Bigelow (2017);
Il film capolavoro sulla metafisica di Hollywood: Mulholland Drive di David Lynch (2001).

TITOLO ORIGINALE: I Am the Night
NUMERO DI EPISODI: 6
DURATA DEGLI EPISODI: tra 49 minuti e 55 minuti
DISTRIBUZIONE originale: TNT
DATA DI USCITA negli USA: Gennaio – Marzo 2019

UN’IMMAGINE: L’esercito che avanza verso Jay e Fauna, fendendo la nebbia dei fumogeni, nell’episodio finale. Soldati americani reali o soldati coreani, incubo ricorrente del reduce di guerra?

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