Searching

Searching **1/2

Presentato al Sundance lo scorso mese di febbraio e poi passato anche a Locarno, in Piazza Grande, searching segna il debutto nel lungometraggio di un ventisettenne americano di origini indiane, Aneesh Chaganty,  noto sinora soprattutto per un video di un paio di minuti girato con i Google Glass, che l’avevano portato a lavorare nel team creativo della società fondata da Page e Brin.

Al suo fianco, per questo Searching c’è Timur Bekmambetov, il regista russo di Wanted e Ben-Hur, che in questi anni, come produttore ha sperimentato più volte film girati interamente in soggettiva o attraverso l’uso degli schermi che ormai osservano ogni passo della nostra vita, in particolare con Hardcore Henry e con Unfriended.

Anche Searching nasce da una sfida, quella di raccontare la storia della scomparsa di Margot, un’adolescente di San Josè e delle ricerche guidate dal padre David Kim e dal detective Rosemary Vick, attraverso le immagini che scorrono sul desktop di un computer: videochiamate, app, messaggi, telecamere di sorveglianza, immagini dei telegiornali, dei siti online, di youtube naturalmente.

Il film comincia con la schermata bucolica di Windows Xp del 2001: le immagini della famiglia Kim riempiono le cartelle, l’evoluzione tecnologica segue passo passo la crescita della protagonista Margot, dalla nascita, fino alla malattia e alla morte della madre e poi all’ingresso al college.

Il rapporto con il padre sembra piuttosto solido, fino a che una notte di maggio la ragazza scompare senza lasciare tracce. Solo un paio di telefonate notturne a cui David non ha risposto.

Le ricerche cominciano proprio dal computer della protagonista, attraverso i social che consentono al padre di ricostruire la sua vita, in modo molto sorprendente.

Pian piano David si accorge di non conoscere per nulla Margot.

Il film di Chaganty, scritto assieme a Sev Ohanian, è un thriller che si muove tutto sulla superficie: in un lavoro di recadrage assoluto, nel quale lo schermo cinematografico non è altro che un contenitore di altri schermi, il film si muove in modo molto intelligente, alternando i piani narrativi e costruendo un racconto di grande concentrazione, che occupa pochi giorni nella vita dei protagonisti, nel disperato tentativo di ritrovare Margot, dagli indizi disseminati online.

Ma mentre il padre David scava nel profilo pubblico della figlia, ricostruendo i pezzi anche di un privato per lo più oscuro, altri lavorano per depistare e rendere vano quel lavoro di ricerca.

La scrittura di Searching consente a Chaganty di non uscire mai dalle regole che si è dato, limitandosi ad impaginare col montaggio le immagini che scorrono nella ram e nella memoria di un computer o di un device portatile.

Certo, gli schermi cambiano, il soggetto che guarda non è sempre lo stesso: la soggettiva è talvolta impossibile e altre volte imperfetta. L’inganno c’è, il trucco si vede, ma è ben condotto.

Ed oltre all’esperimento e al divertissement estremo, c’è anche una fabula coinvolgente: Chaganty non si limita all’exploit tecnico, ma vuole raccontare una storia, che funzioni sia sul piano più strettamente di genere, con rivelazioni, colpi di scena, sorprese, sia da un punto di vista drammatico.

Peccato per quell’ultima svolta, francamente non necessaria, che trasporta il film verso la semantica di un qualsiasi serial poliziesco.

Se la distanza dai personaggi, che questa continua mediazione degli schermi impone, raffredda la temperatura del film, non di meno Searching si muove su un terreno altamente emozionale. Chiama a raccolta in fatti il dolore della malattia, la ferita insanabile della perdita, il rapporto tra genitori e figli, la paura della scomparsa, la costruzione dell’identità.

Mostra soprattutto come la rappresentazione di sè ormai passi inevitabilmente attraverso le reti sociali, in un puzzle identitario, che si va a comporre e scomporre quotidianamente ed in cui l’inganno, la menzogna, la dissimilazione restano comunque una presenza concreta.

E’ evidente che l’esperimento di Searching è interessante più dal punto di vista sociologico e antropologico che non puramente cinematografico ed è solo grazie alla lezione di storytelling di Chaganty e alla compassione che l’accompagna, che evitiamo di ritrovarci nella solita ossessione di Bekmambetov per l’artificio e l’esibizione muscolare e ottusa di onnipotenza digitale.

Da vedere. Magari sul proprio laptop…

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