Outrage Coda

Outrage Coda **1/2

Takeshi Kitano è stato negli anni a cavallo del nuovo secolo, una delle voci più limpide e morali del cinema internazionale. I suoi killer solitari, braccati dal destino e con l’unico conforto del proprio codice d’onore e dell’ironia nonsense, hanno accompagnato un’intera stagione della nostra passione più grande.

Il suo volto impassibile, sgraziato, come una maschera indecifrabile, capace di aprirsi al sacrificio più autodistruttivo o alla risata più scomposta rimane uno di quelli che difficilmente si possono dimenticare.

Il suo ritorno al milieu della yazuka, con questa trilogia di Outrage, ha avuto esiti imprevedibili. Se il primo violentissimo film, quasi una parodia del suo stile, era stato il maggior incasso della sua carriera in patria, il secondo capitolo aveva recuperato lo spirito genuino dei suoi capolavori e il disincanto dei suoi protagonisti.

Questa Coda è la chiusura del cerchio. Otomo, il piccolo criminale protagonista della serie, è miracolosamente sopravvissuto, ancora una volta, alla faida tra le famiglie criminali giapponesi che aveva insanguinato i primi due capitoli. Dopo aver aiutato gli Hanabishi a sterminare i Sanno, si è rifugiato in una piccola isola coreana, Jeju, sotto la protezione di un potente uomo d’affari locale, il Sig. Chang.

Quando il giovane Hanada, del clan degli Hanabishi, proprio sull’isola di Jeju, sfregia due prostitute e si rifiuta di pagarle, uccidendo uno degli uomini di Otomo, il Sig. Cheng pretende una ricompensa e minaccia vendetta.

Otomo e i suoi uomini tornano in Giappone per risolvere la questione. Nel frattempo all’interno del clan degli Hanabishi, una lotta di potere vuole sfruttare l’incidente per destituire il presidente Nomura e sostituirlo con il vicepresidente Nishino…

Nel trascorrere dal primo all’ultimo capitolo di Outrage, l’azione ha lasciato il campo alle trame e agli intrighi tra clan e famiglie e all’interno delle stesse: bisogna attendere oltre metà film, per vedere Otomo nuovamente in azione, sterminare col il mitra quasi tutti gli yazuka degli Hanabishi.

Il suo personaggio è una macchina di morte, implacabile, invincibile, capace di resurrezioni sorprendenti.  Ma il suo ruolo comincia a diventare sempre più ingombrante: un fardello insostenibile per la schiera di mediocri e vili che guidano la criminalità asiatica.

Ancor più che in passato, Outrage Coda mostra tutto il disincanto di Kitano verso il nuovo milieu criminale, fatto di speculatori, di uomini d’affari senza onore e senza regole, che non rispettano nessuno, tantomeno la propria famiglia e il proprio ruolo all’interno delle gerarchie del potere.

Otomo è l’ultimo dei cavalieri silenziosi, capaci di mettere ordine nel caos imperante, grazie alla forza delle armi.

Il suo tempo è inevitabilmente passato, è un’anacronismo della storia, una presenza necessaria, ma ancora per quanto?

Il finale secco, amarissimo, profondamente morale, chiude non solo la saga di Outrage, ma anche una pagina più ampia nel cinema giapponese degli ultimi trent’anni: la scorsa primavera Kitano ha lasciato la società fondata nel 1988, con la quale aveva realizzato tutti i suoi film, sino a quest’ultimo Outrage Coda.

Dopo il fuoco d’artificio di Zatoichi, il cinema di Kitano si era come ripiegato su se stesso, incapace di trovare una via d’uscita. Outrage era stato una sorta di sberleffo a tutti quelli che gli chiedevano di ritornare al mondo degli yakuza, che aveva indagato nei primi memorabili film della sua carriera. Il successo inatteso del primo capitolo, quello addirittura doppio che ha arriso al secondo, l’ha spinto a ragionare ancora sui limiti del suo cinema.

Come ha dichiarato Kitano a Venezia, presentando Coda, film di chiusura della 74° Mostra del Cinema: “Sebbene questo sia l’ultimo capitolo della serie, vedo che ciascun film della trilogia ha il proprio colore. Pertanto, Outrage Coda è un’opera a sé stante. Con questo film non voglio affermare la violenza, quanto piuttosto far sentire il vuoto e la tristezza che vi stanno dietro”.

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