Ant-Man & The Wasp. Recensione in anteprima!

Ant-Man & The Wasp *1/2

Ventesimo film del Marvel Cinematic Universe, il sequel di Ant-Man è uno dei più inutili e fiacchi capitoli della lunga soap della Casa delle Idee.

Il primo episodio era piacevolmente divertente e si giovava dell’umorismo cinefilo e non-sense di Edgar Wright, che aveva scritto il copione con Joe Cornish e per lungo tempo era stato a capo del progetto, prima di passare la mano all’impalpabile Peyton Reed, dichiarando laconicamente “I wanted to make a Marvel movie but I don’t think they really wanted to make an Edgar Wright movie”.

Questo sequel invece è il frutto del lavoro di ben cinque diversi sceneggiatori: Chris McKenna, Erik Sommers, Paul Rudd, Andrew Barrer e Gabriel Ferrari. Troppe teste, compresa quella del protagonista maschile: il risultato è poco meno che disastroso.

Ant-Man era l’unico degli eroi Marvel a mancare in Avengers: Infinity War. E’ infatti agli arresti domiciliari, dopo aver aiutato Captain America contro gli Avengers in Germania, al tempo di Civil War.

Costretto da una cavigliera elettronica a non potersi muovere, passa le sue giornate a guardare la tv, suonare la batteria e ricevere le visite della ex moglie e della figlia, con l’FBI che gli sta sempre alle costole, sperando di coglierlo in fallo.

Nel frattempo, con una trovata di sceneggiatura di quart’ordine, veniamo informati che Hank Pym era sposato ed in una delle missioni per lo Shield, la moglie Janet era stata costretta a rimpicciolirsi fino ad entrare nel regno quantico subatomico. Poichè il processo era un tempo irreversibile, da 40 anni è da sola intrappolata e dispersa in quel mondo. Pym e la figlia Hope, anche loro nella black list dell’FBI, stanno cercando di mettere a punto un canale di comunicazione, con il regno quantico, per riportarla sulla terra.

Ma non appena mettono in funzione la loro sofisticatissima macchina, Scott Lang ha una visione di Janet e stabilisce una sorta di contatto con lei.

Il trio originario si riforma così per l’occasione, ma viene ostacolato da Ava, una specie di fantasma, in grado di attraversare le cose: in realtà le sue cellule impazzite sono il frutto del fallimento di uno degli esperimenti della squadra di Pym allo Shield.  La ragazza cerca di rubare il laboratorio dello scienziato, per mettere fine alle sue sofferenze e sfruttare l’energia quantica.

Abbiamo già scritto quantico troppe volte? Aspettate di vedere il film: sembra nato da un’idea del Conte Mascetti, quanto a supercazzole prematurate, inserite a bella posta, per dare un senso a quello che non ne ha.

Chiarite le premesse, il film è una lunga e risaputa teoria di fughe ed approdi, di furti e ritrovamenti, che vede ciascuno perseguire la sua agenda, con un’ottusità degna di miglior sorte.

Ovviamente tutto andrà per il meglio. Ma…

Il film di Peyton Reed è imbarazzante per povertà di scrittura: fin dal prologo capiamo subito che le dieci mani al lavoro sul copione non avevano neppure una sola mezza idea su come continuare le avventure di Ant-Man, affidandosi così ad un flashback di comodo, che consente di far ripartire l’azione, introducendo un personaggio nuovo che ha la funzione del macguffin hitchcockiano. La direzione degli attori non è da meno, costringendo Rudd, Lilly e Douglas, ad attraversare il film senza uno straccio di battuta comica che funzioni. I tre si limitano a digrignare i denti, aggrottare la fronte e sorridere a mezza bocca, evocando a più riprese le indicazioni di regia di un Renè Ferretti.

Nell’atmosfera comatosa che accompagna l’azione, ciascuno sembra essere capitato sul set per caso.

Il film guadagna un supereroe: the Wasp che dovrebbe essere almeno co-protagonista,  come da titolo, ma Evangeline Lilly ha un ruolo così mal scritto, che rimane sempre marginale, sempre di spalla. Persino un anziano e imbolsito Michael Douglas le ruba la scena nel finale, assieme alla divina e imbiancata Michele Pfeiffer, a cui bastano cinque minuti e l’attesa creata nel corso di tutto il film, per segnare la distanza con gli altri.

Il politically correct impera e quindi anche Ant-Man deve dividere la scena con un’eroina e affrontare un villain femminile: ma i loro ruoli sono così deboli e stereotipati che il risultato finale è avvilente. E naturalmente la cattiva di turno è tutt’altro che malvagia, ma solo una sfortunata che soffre e cerca di salvarsi.

Il film risale un po’ solo durante un paio di scene d’azione, nelle quali finalmente Reed sembra essere a suo agio.

E se c’è una nota positiva è nell’uso del 3D, mai così competente e accurato come nel film fotografato da Dante Spinotti: l’uso dei piani, la tridimensionalità delle macchine dello studio di Pym, il viaggio nell’universo quantico e il continuo modificarsi delle dimensioni dei protagonisti nelle fughe e nei corpo a corpo, esaltano la profondità della stereoscopia.

Il problema tuttavia sembra essere assai più radicale: dopo l’epocale Infinity War, gigantesco master plan, che riconnette le avventure dei nostri eroi lungo dieci anni di cinema, piegandole al volere di un unico Angelo dell’Inferno sceso sulla Terra, è ancora possibile proseguire con filmetti scanzonati e gonfiati a elio, come questo Ant-Man & The Wasp? Dopo che i fratelli Russo ci hanno accompagnato nel loro viaggio cupissimo tra pianeti e galassie, cosa ce ne facciamo di uno Scott Lang qualsiasi?

Temo che lo stesso interrogativo stia investendo anche Kevin Feige e soci, che sembrano non aver compreso fino in fondo, la portata rivoluzionaria del lavoro dei fratelli Russo, un vero e proprio gamechanger, che resetta completamente l’immagine e la storia del genere, come forse solo Il Cavaliere Oscuro aveva saputo fare dieci anni fa.

Ed allora ecco che l’unico vero brivido di Ant-Man & The Wasp arriva proprio alla fine. Anzi, oltre la fine, durante l’ormai classica sequenza a metà dei titoli di coda: 118 minuti di inutile tedio per quei 90 secondi che si riconnettono finalmente ad Infinity War.

Se per voi è sufficiente così…

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