The Handmaid’s Tale: un falso movimento che si apre ad un futuro rivoluzionario

Come abbiamo già rilevato nella recensione della prima metà di stagione, anche negli episodi della seconda parte predomina un meccanismo di flusso e reflusso: a un movimento di spinta in avanti segue un respingimento che riporta la situazione al punto di partenza. Pensiamo al rapporto tra il comandante Waterford e June o a quello tra l’ancella e Serena:  ad ogni apertura segue una chiusura, ad ogni speranza una delusione. Ad ogni sviluppo che sembra portare una distensione segue un passo indietro che comporta un ritorno al punto di partenza o addirittura una involuzione nei rapporti. Lo stesso vale per i tentativi di fuga di June: ad un passo dalla libertà, nella sede del Boston Globe come nella grande villa di campagna, ma poi sempre di ritorno nella casa dei Waterford.

E’ in questo movimento (o meglio: falso movimento) che scorre la linfa di gran parte della stagione, per poi coagularsi attorno a momenti emozionali disposti nei momenti cruciali della vicenda (all’inizio, con la falsa esecuzione, a metà, con lo stupro a ridosso del parto e alla fine, con l’annegamento dei due giovani amanti). In uno di questi picchi emotivi si assiste all’episodio che rappresenta il punto più basso nella tormentata relazione che coinvolge i coniugi Waterford e la loro ancella. Lo stupro, perpetrato ai danni di June, senza alcun rispetto per la sua condizione (è alle ultime settimane di gravidanza) questa volta non ha alcun infingimento legato a scopi riproduttivi, come nella Cerimonia. L’aspetto che più caratterizza questa scena, al di là della sua scoperta espressione di violenza, è la piena complicità di Serena (imprigiona le mani di June). La donna, come dirà in uno scontro verbale con il marito nel corso dell’episodio Holly (numero 11) è pienamente consapevole che si tratta di una violenza perpetrata ai danni di un’altra donna, ma non solo la accetta, come del resto ha accettato tutte le storture di Gilead, ma anzi la suggerisce al marito come soluzione per poter affrettare la nascita della figlia. “Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per avere un bambino mio” dirà l’algida Serena, dimostrando come alla sua iniziale battaglia per l’Ideale si sia sostituita, nella trivialità del quotidiano,  la soddisfazione di un proprio desiderio. E’ proprio questa banalità del male ad avvicinarla allo spettatore e a permettere una significativa evoluzione del personaggio nelle ultime due puntate.

Se nella prima stagione lo spirito di solidarietà tra le ancelle aveva portato a rappresentarle come  un vero e proprio esercito, ora emerge con forza la crudeltà dei rapporti di potere che non solo non risparmia le donne, ma anzi assume un carattere ancora più drammatico proprio per l’assoluta mancanza di solidarietà di genere. Il personaggio di Serena è emblematico proprio di questo atteggiamento, almeno fino alle vicende legate alla drammatica esecuzione di Eden, consegnata alle autorità e quindi al boia dalla sua stessa famiglia. La vicenda della quindicenne rappresenterà un punto di svolta anche e soprattutto per Serena.

La scelta di procedere con falsi movimenti pervade anche il rapporto tra i personaggi e lo spettatore: ancora Serena (il personaggio più ricco di questa stagione) ce ne offre un esempio significativo. Passiamo da una profonda compassione per lei e per il trattamento che le riserva il marito (la prende a cinghiate) dopo aver scoperto che la moglie aveva firmato un ordine al suo posto, ad un moto di indignazione per il comportamento della donna nei confronti di June quando le comunica freddamente che dopo aver partorito se ne dovrà andare dalla loro casa. Un altro esempio potrebbe essere Zia Lydia che vorremmo abbracciare, quando promette di prendersi cura della piccola Nichole e che poco prenderemmo a pugni (l’ancella si spingerà anche oltre in un moto di violenza liberatorio) quando si complimenta con Emily per il buon esito della prima Cerimonia nella casa del suo nuovo comandante, l’enigmatico Lawrence.

Ti avvicini e ti allontani, fai un passo in avanti e uno indietro.

Alla fine è quanto succede a June rispetto a Gilead e all’accettazione della sua condizione: ad ogni tentativo di fuga corrisponde un ritorno alla condizione precedente. E’ una spirale che porta a sprofondare nel gorgo di Gilead. Ma se questo meccanismo ha avuto una valenza straordinaria nella prima stagione, in questo secondo anno di programmazione mostra qualche crepa che le straordinarie interpretazioni della Moss (specie nell’episodio del parto) e della Strahovski (Serena) riescono a limitare.

Nell’ultimo episodio, con la fuga di June, Emily e Nichole ecco ancora una manifestazione di questo falso movimento. La scelta  di June di tornare indietro, di propria iniziativa sembra però preludere all’esaurimento del loop. La speranza è che nella terza stagione esso lasci il posto, con quella che potrebbe essere una vera e propria rivoluzione interna a Gilead, ad una diversa evoluzione narrativa.

Tra le sorprese che ci ha riservato il finale c’è la figura di Eden il cui coraggio emotivo (la scelta di sacrificare la vita pur di restare con l’uomo amato) ed intellettuale (la lettura intensa della Bibbia in una società in cui le donne non possono leggere) rappresenta un vero e proprio punto di  svolta, la scintilla necessaria ad accendere un processo rivoluzionario le cui conseguenze sono tutte da esplorare. Una rivoluzione di fatto c’è già stata in questa stagione ed ha coinvolto il personaggio di Serena: la scena dell’addio alla piccola Nichole rappresenta un punto di approdo al lato chiaro da cui sembra difficile poter prescindere nello sviluppo della serie.

In modo ancora più evidente rispetto alla prima stagione, le tonalità di grigio sembrano dominare; tra di esse va però cercato e raccolto tutto il bene che è possibile trovare, come ricorda la stessa June in quella che rappresenta una sintesi dello spirito con cui la donna affronta l’inferno in cui si trova e che consente una risposta, forte e coraggiosa, ai finti valori professati dal regime teocratico di Gilead.

In conclusione quello che ci sembra rilevante è ancora una volta, al netto di una minore compattezza narrativa rispetto alla prima serie, di alcuni passaggi a vuoto e amputazioni narrative, la capacità dello show di creare opportunità di pensiero, stimolando lo spettatore ad interrogarsi su valori e prospettive date per acquisite. E anche, perché no, di suscitare uno dei sentimenti più sottili tra quelli che ci differenziano dagli animali e che sono propri quindi della specie umana, cioè l’indignazione. Merce rara e preziosa.

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