The Handmaid’s Tale: la nostra recensione tra luci (molte) ed ombre (poche)

Pubblichiamo la recensione dei primi sei episodi della seconda stagione di The Handmaid’s Tale. Seguirà una seconda recensione al termine della serie.

Non si può dire che l’inizio della seconda stagione del Racconto dell’Ancella passi inosservato. Una decina di minuti che si imprimono con forza nella mente e sulla pelle dello spettatore. Il finale del romanzo della Atwood e quindi della prima stagione era aperto a diverse interpretazioni: la fuga di June era tutta da scoprire. La seconda stagione inizia con un pugno nello stomaco ed esplicita come la scelta di spingersi ancora più in là nella rappresentazione del dolore e di soffermarsi su scene di efferate punizioni corporali, di auto-mutilazioni, di malattie deformanti, di devastazioni psichiche e fisiche rappresenti una ben precisa scelta espressiva con cui lo spettatore dovrà confrontarsi.  Se la prima serie del Racconto tendeva a far prevalere la dimensione dell’angoscia psicologica causata dalla costrizione (spaziale e relazionale), qui è la dimensione fisica a farsi prepotentemente largo. Non che le punizioni corporali e le torture fossero mancate nella stagione precedente, ma certo non erano presenti con la serialità delle prime puntate della nuova stagione: una scelta che vuole far toccare con mano allo spettatore l’orrore in cui vivono le ancelle, ma che, proprio per l’eccessiva reiterazione, rischia di cadere in un voyeurismo fine a se stesso.

Il tema al centro di queste prime puntate della seconda stagione (qui recensiamo fino alla sesta) è soprattutto l’evoluzione del personaggio di June Osburne (Elisabeth Moss). Assistiamo infatti ad un’evoluzione della sua femminilità, passando da una resistenza, tacita ma ferma “Nolite te bastardes carborundorum” ad un approccio diverso,  più attivo in cui la donna non si aspetta che qualcuno venga a salvarla e in cui la paura delle conseguenze delle proprie azioni, anche sugli altri, cede di fronte alla necessità di percorrere qualunque strada pur di arrivare alla libertà.

La scena di sesso in cui June domina letteralmente Nick (Max Minghella) all’interno della redazione abbandonata del Globe vuole esprimere proprio questo momento di svolta, in cui la donna rifiuta una volta per tutte ogni rapporto di passività nei confronti del mondo e del maschio in primis. Che la dipendenza poi fosse da una persona (il compagno Nick) o da un’entità (la resistenza su cui fa affidamento per scappare in Canada) non fa molta differenza: June vuole prendere in mano la propria vita, anche a costo di esporre altri a sofferenza o addirittura alla morte. Un atteggiamento che appartiene più alla prospettiva maschile che a quella femminile e che proprio per questo la sceneggiatura ha dovuto rendere credibile a livello psicologico legandolo al figlio che porta in grembo. “Ti prometto che ti porterò via di qui” sussurra la madre sotto le coperte, parlando con il proprio pancione. Tuttavia questa scelta non ci convince pienamente perché suona come una condanna della prima figlia che invece è (e sembra destinata a rimanere) nelle mani di Gylead e delle sue strutture educative.

Uno degli elementi di maggior interesse in questa nuova stagione era rappresentato dalla promessa di esplorare nuovi ambiti nella Repubblica di Gylead, cioè le colonie, lande desolate e venefiche in cui vengono mandate ai lavori forzati le donne, anzi le non-donne, troppo poco fertili o troppo ribelli, in ogni caso soggetti non utili alla Repubblica Teocratica. E la loro rappresentazione non delude. Vestite di grigio e con il capo velato, esse, ridotte in schiavitù, sono costrette ad un improbabile tentativo di bonificare terre venefiche, in un paesaggio lunare inquietante. Nell’inferno di questa terra – che altro non è che un prodotto dell’uomo  – ritroviamo Emily (Alexis Bledel). Un ampio  flash-back sul passato della donna, sul suo impegno lavorativo, insegnamento e ricerca scientifica, si chiude, a seguito del deflagrare degli eventi, con un disperato e straziante tentativo di fuggire in Canada insieme alla moglie (Emily è lesbica) e al figlio. Proprio questa vicenda ci permette di confermare quanto avevamo già raccontato nella nostra lettura della prima stagione: Gylead rappresenta il potere che vuole estirpare ogni diversità, anche quelle legate agli orientamenti sessuali e più in generale alla libertà di pensiero.

Le performance attoriali sono di valore assoluto e, se possibile, in questi primi episodi della seconda stagione abbiamo trovato Elizabeth Moss ancora più profondamente radicata nel personaggio di June, ancora più intensa nei primi piani strettissimi, grazie a sguardi di rara espressività. Non sono certo da meno un’ottima Ann Down (The leftovers) nella parte di Zia Lydia e Alexis Bledel (nota al grande pubblico per il ruolo di Rory Gilmore in Una mamma per amica) nei panni di Emily. Entrambe confermano la qualità assoluta di interpretazioni con cui hanno meritato l’Emmy award nella precedente stagione. Ma nei primi episodi non mancano altre performance degne di nota, tra cui quelle del premio oscar Marisa Tomei (Mio cugino Vincenzo) che interpreta la moglie di un comandante mandata nelle colonie per averlo tradito e Cherry Jones, già vincitrice dell’Emmy per il ruolo del Presidente degli Stati Uniti nella serie 24, che qui interpreta la madre di June.

Nello sviluppo della trama, il personaggio di Ann Down,  Zia Lydia è uno dei più esposti alle luci e alle ombre: sospesa tra slanci di affetto materno e decisioni di punizioni esemplari, tra capacità di comprensione e il più gelido atteggiamento respingente, essa lascia costantemente lo spettatore di fronte all’interrogativo se in fondo alla sua anima non alberghi un sentimento umano, piegato e distorto dalla necessità dell’Ordine e del rispetto della Legge, ma non per questo del tutto e irrimediabilmente spento. Nella prima serie era affidata proprio a lei la frase simbolo del nuovo ordine imposto da Gylead: “Esiste più di un genere di libertà. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia c’era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo”. Credo che lo sviluppo della vicenda non possa prescindere da una valorizzazione ulteriore di questo personaggio e delle sue contraddizioni.

La regia conferma uno stile asciutto che trova nei dialoghi un punto di appoggio determinante su cui sviluppare il linguaggio filmico costruito con sapiente alternanza di primissimi piani/particolari degli occhi e campi lunghi. Per la loro esaustività, per molti aspetti teatrale,  per la capacità di alternare silenzi espressivi a parole taglienti, i dialoghi sono ancora una volta, come nella prima serie, la base su cui si articola la rappresentazione. Quello che a nostro parere la seconda parte della stagione dovrà riuscire a fare è soprattutto vincere la sfida narrativa, dando al racconto un indirizzo preciso che non sia ridotto ad un tentativo di fuga che, per quanto appassionante, rischia di avvitarsi su se stesso.

TITOLO: THE HANDMAID’S TALE
NUMERO EPISODI: 13
DISTRIBUZIONE: TIM VISION
DURATA MEDIA PER EPISODIO: 50 MINUTI
DATA DI USCITA: 25 APRILE

Annunci

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.