Jurassic World – Il regno distrutto

Jurassic World – Il regno distrutto *1/2

Il successo travolgente, inaspettato e del tutto immeritato di Jurassic World – 1 miliardo e 670milioni di dollari worldwide – ha rilanciato tre anni fa una saga, che non aveva davvero più nulla da dire.

Questo secondo capitolo, ne conferma la stanchezza e l’inutilità più assoluta. Michael Crichton, probabilmente deliziato da come Nolan e la Joy hanno lavorato sul suo Westworld, si starà rivoltando nella tomba, per questo ennesimo travisamento del mondo e dei temi di Jurassic Park.

L’idea del romanzo e del film di Spielberg era quella di mostrare come il progresso scientifico e l’ingegneria genetica potessero creare l’illusione di giocare davvero a plasmare la vita, come un creatore onnipotente. Naturalmente l’utopia di riportare in vita gli enormi rettili ed uccelli, estinti 65 milioni di anni fa, finiva per scontrarsi con le enormi implicazioni morali e con le conseguenze assai più prosaiche di un’alterazione violenta dell’ordine naturale dell’evoluzione.

Se Jurassic World tentava almeno di ritornare sui conflitti del capostipite, ipotizzando l’apertura al pubblico di quel parco che nel film di Spielberg era ancora un sogno in divenire, in questo sequel ogni interrogativo viene azzerato, ogni implicazione morale silenziata, in favore di un animalismo da barzelletta.

Colin Trevorrow, il regista di Jurassic World, assurto nel giro di un weekend, da sconosciuto regista di commedie indie a nuovo guru del cinema da popcorn planetario, aveva lasciato a Juan Antonio Bayona il compito di portare avanti questa seconda trilogia dei dinosauri, impegnato nella preparazione di Star Wars – Episodio IX.

Sappiamo come è finita: licenziato, senza troppi convenevoli dalla Lucasfilm, per riportare J.J.Abrams in plancia di comando della serie più antica del cinema moderno, Trevorrow si è dovuto accontentare allora di produrre e scrivere, ancora con Derek Connolly, questa seconda avventura a Isla Nublar, con la promessa di tornare a dirigerne il capitolo finale (?).

L’avvicendamento con Bayona è tuttavia del tutto impalpabile: il regista catalano, affermatosi negli anni grazie alla sua familiarità con l’orrore di bambini perduti e famiglie devastate dall’impeto delle forze naturali, poteva sembrare la scelta giusta, ma il suo contributo qui è davvero di routine, fiacco, placidamente adagiato su una sceneggiatura pedestre, che accumula sequenze senza alcuna suspense: Il regno distrutto è incapace di virare verso il b-movie catastrofico e d’azione, come il primo capitolo, è inadeguato negli alleggerimenti comici, del tutto improprio persino nel coté romantico, pasticciato nelle sue premesse narrative e ridicolo nel suo politically correct.

La premessa, che apre questa seconda avventura di Jurassic World, è che il vulcano inattivo sull’Isla Nublar, abbandonata da tre anni, dopo la distruzione del nuovo parco, ha ripreso la sua attività e minaccia di seppellire di lava tutte le specie ricreate in laboratorio e sopravvissute al primo capitolo.

Claire, che è passata dalla guida del parco a quella di un’associazione animalista, che si batte per la salvaguardia dei dinosauri di sintesi, si allea con l’anziano Benjamin Lockwood, socio del miliardario John Hammond, padre del primo Jurassic Park, per salvare 11 specie da Isla Nublar e trasportarle con una sorta di nuova arca, verso un’altra isola del pacifico, dove possano sopravvivere.

A capo di questa impresa c’è il giovane Eli Mills, braccio destro di Lockwood, particolarmente interessato a Blue, il raptor che Owen Grady stava addestrando nel primo episodio.

Claire convince Owen a ritornare a Isla Nublar, assieme a due suoi giovani collaboratori e al team di contractor della Lockwood, ma ovviamente, le cose stanno diversamente…

Non sono bastati evidentemente quattro film per far comprendere ai personaggi di questo Il regno distrutto che giocare a fare Dio con creature enormi, rapaci e velocissime non è una buona idea.

Qui addirittura il tema politico – avanzato in una cornice del tutto posticcia, che recupera persino il personaggio originale di Ian Malcolm, interpretato ancora da Jeff Goldblum, nel ruolo della cassandra inascoltata – è quello animalista della salvaguardia di specie in via di estinzione. Come se i feroci dinosauri, ricreati in laboratorio e geneticamente modificati, fino a creare esemplari mai esistiti – l’Indominus Rex prima, l’Indoraptor poi – potessero essere accomunati a cormorani o balene, panda o tartarughe marine.

Ovviamente ritorna, come contraltare a questo afflato ecologista, il tema dello sfruttamento dei predatori come armi di distruzione e offesa, che ovviamente sfuggono al controllo dei ricchi e stupidi trafficanti russi, cinesi o mediorientali. Ma no, davvero?

La fiera delle banalità messa in piedi da Trevorrow, Connolly e Bayona occupa tutta la parte centrale e finale del film, che si trascina per 130 interminabili minuti colmi di noia, dopo un avvio incoraggiante, prima subacqueo, poi a rotta di collo, sull’Isla Nublar sommersa di lava.

Bayona riserva tutta la sua ironia alle scarpe di Bryce Dallas Howard, che viene introdotta per ben due volte in scena, a partire dalle sue calzature: i tacchi altri portati con sprezzo del ridicolo per tutto Jurassic World, qui lasciano presto il campo a degli stivali, certamente più consoni e Bayona ci tiene a farcelo notare.

Chris Pratt, già anodino nel primo episodio, qui ritorna ancor più distratto e fuori fuoco, attraversando il film senza donargli nulla.

Quanto al ruolo della nipotina di Lockwood, vera protagonista del film nella seconda metà, il suo personaggio è talmente pretestuoso e giocato cinicamente, in fase di scrittura, che lascia senza parole. Anche la rivelazione finale sulle sue origini, che pure avrebbe meritato ben altra importanza, viene usata nel film con sciatteria cialtrona.

Non siamo così ingenui da non sapere che questa nuova ondata di sequel, prequel, reboot e remake è la risposta più conservatrice e miope, alla domanda che gli executive di Hollywood si pongono da oltre cento anni, ovvero: cosa piacerà al pubblico?

La scelta di andare sul sicuro, prolungando come un romanzo d’appendice, le storie che già il pubblico sembra aver gradito, corre sempre il rischio di arrivare al punto di saturazione, in cui la familiarità e l’attesa diventano routine, noia e rigetto.

Nelle serie tv si parla di quel momento di non ritorno, come del “jump the shark“, richiamandosi ad un famoso episodio di Happy Days in cui Fonzie era costretto, senza alcun motivo logico, a mollare la sua moto e fare sci d’acqua, saltando su uno squalo.

Finora tuttavia i segni di stanchezza sono stati piuttosto rari: gli ultimi Pirati dei Caraibi, i nuovi Terminator, i due Amazing Spider-Man, qualche cinecomics sfortunato come Justice League, un inutile quarto Indiana Jones, ora il Solo di Ron Howard.

Troppo poco, per trarne un segnale in controtendenza. E allora teniamoci questo Jurassic Park – Il regno distrutto, il suo prossimo sequel e i suoi tanti fratellini di franchise hollywoodiani, con tutta la loro stupida inutilità.

Voi che potete ancora scegliere, però, lasciate perdere.

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